Generali disinveste dal carbone per €2 miliardi e aumenta gli investimenti green

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Sulla scia di AXA, Allianz e altre 13 compagnie assicurative internazionali che negli ultimi anni hanno iniziato a ritirare i propri investimenti dal carbone per circa 16 miliardi di euro, Generali annuncia il proprio impegno a disinvestire azioni e obbligazioni per 2 miliardi e ad aumentare la quota di investimenti green a €3,5 miliardi entro il 2020. La decisione segna un passo storico, ma la mancanza di impegni concreti sul fronte delle coperture assicurative solleva qualche perplessità rispetto alla coerenza della nuova strategia.


Finalmente anche dall’Italia arrivano notizie incoraggianti sul ruolo delle società di assicurazione rispetto al finanziamento delle fonti fossili. Nella seduta del 21 febbraio il Consiglio di Amministrazione di Assicurazioni Generali ha infatti approvato una nuova strategia sul cambiamento climatico, che vede tra i suoi punti salienti la presa di impegni concreti di disinvestimento dal carbone e di aumento degli investimenti green.

Secondo quanto riportato dal comunicato rilasciato dal gruppo, Generali dismetterà gradualmente gli investimenti azionari e obbligazionari in società legate al settore carbonifero e cesserà di effettuare nuovi investimenti. Le imprese alle quali verrà applicata tale policy sono quelle i cui ricavi o la cui produzione di energia derivano per oltre il 30% dal carbone, che estraggono una quantità di combustibile fossile superiore a 20 milioni di tonnellate all’anno o che sono attivamente impegnate nella costruzione di nuovi stabilimenti o impianti a carbone. Parallelamente, il gruppo ha annunciato il proprio impegno ad aumentare a 3,5 miliardi di euro entro il 2020 gli investimenti in settori green, principalmente attraverso green bonds e green infrastructures.

Si tratta sicuramente di un significativo cambiamento di rotta per una società che spesso è stata messa sotto accusa per il proprio supporto alle attività carbonifere attraverso finanziamenti e sottoscrizione di polizze. Un passo storico, che ha visto la società civile in prima linea nello spingere il gruppo assicurativo a una presa di posizione grazie alle campagne Unfriend Coal e #DivestItaly.

L’importante decisione riguardo agli investimenti non trova però un analogo riscontro sul fronte dell’underwriting, ovvero la stipula di polizze assicurative, rispetto al quale Generali non va più in là di un generico impegno ad aumentare la quota del portafoglio premi relativamente al settore delle energie rinnovabili e a proseguire nella politica di “minima esposizione assicurativa rispetto alle attività carbonifere. Un’espressione ambigua e facilmente contestabile se si considera il ruolo tutt’altro che secondario che il Leone di Trieste ricopre nell’assicurare progetti legati al carbone. Un ulteriore elemento di incertezza rispetto alla reale sfera di applicazione delle nuove policies riguarda l’applicazione di eccezioni in quei Paesi “dove la produzione di energia elettrica e per il riscaldamento sono ancora dipendenti, senza alternative significative nel medio periodo, dal carbone”. Nonostante Generali specifichi come tale quota di investimenti sia assolutamente marginale, in assenza di ulteriori dettagli al momento non è dato sapere come queste eccezioni siano state identificate. Il timore, quindi, è che esse possano andare a coprire anche gli ingenti investimenti nel settore del carbone in paesi come la Polonia, minando dalle fondamenta la coerenza e l’incisività della nuova strategia sui cambiamenti climatici.

In seguito ai contatti intrapresi negli ultimi mesi con Generali, la storica decisione di disinvestimento dal carbone rappresenta una notizia che accogliamo con soddisfazione.” – ha dichiarato Riccardo Rossella, coordinatore della campagna #DivestItaly per Italian Climate Network – “Ci auguriamo al tempo stesso che tale decisione possa trovare un’effettiva ed estesa applicazione: la clausola d’eccezione non deve costituire una scappatoia per continuare a finanziare infrastrutture legate all’estrazione e produzione di carbone. La nuova strategia presenta ampi margini di miglioramento, ma rappresenta inequivocabilmente un esempio con il quale l’intero comparto assicurativo italiano è chiamato a confrontarsi. La nostra campagna continuerà pertanto a rivolgersi alle società di assicurazione del nostro Paese per chiedere l’attuazione di politiche ambiziose di disinvestimento dai combustibili fossili.

 

La città di New York annuncia il disinvestimento dei propri fondi pensione e cita in giudizio cinque tra le maggiori società petrolifere del mondo

 

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È un annuncio memorabile quello che Bill de Blasio ha fatto lo scorso 10 gennaio.

Il sindaco newyorkese ha infatti indetto una conferenza stampa con lo scopo di spiegare la strategia per contrastare i cambiamenti climatici: “New York City sta lottando per le future generazioni e sarà la prima grande città degli Stati Uniti a disinvestire dai combustibili fossili”.

L’obiettivo del Sindaco della Grande Mela è quello di rimuovere i titoli legati alle compagnie petrolifere dai cinque fondi pensionistici cittadini, il cui valore ammonta complessivamente a 189 miliardi di dollari. Considerata l’entità dei capitali interessati, tale processo, che verrà completato nell’arco di 5 anni, si configura come uno dei maggiori casi di disinvestimento dalle fonti fossili della storia.

Obiettivi precisi, che non lasciano spazio a fraintendimenti.

I fondi pensione dello stato di New York detengono quote in oltre 50 compagnie petrolifere e del gas, per un valore totale di circa 5 miliardi di dollari; la dismissione da tali aziende inquinanti, ha affermato il Governatore della città Coumo, “porterà a un fondo pensione più sicuro per innumerevoli newyorkesi, contribuendo nel contempo a raggiungere gli obiettivi energetici dello Stato”.

Ma c’è di più. L’amministrazione newyorkese ha intentato una  causa contro cinque grandi compagnie petrolifere (Exxon, Chevron, Bp, ConocoPhillip e Royal Dutch Shell) perché ritenute responsabili dei disastri ambientali che New York ha dovuto subire e che subirà in futuro. Bill de Blasio ha dichiarato infatti: “Stiamo portando avanti la lotta contro il cambiamento climatico direttamente contro le società che da sempre hanno conosciuto gli effetti e intenzionalmente hanno ingannato i cittadini per proteggere i loro profitti. È stata la loro avidità a metterci in queste condizioni, e spetta a loro sostenere il costo necessario per rendere New York più sicura e resiliente”. Basti pensare all’uragano Sandy, che nel 2012 uccise 44 persone e causò perdite economiche per 19 miliardi di dollari solo nella Grande Mela.  Ma New York non è sola in questa battaglia. Nel settembre 2017, infatti, anche le città di San Francisco e Oakland avevano promosso azioni legali contro Exxon, Chevron, Bp, ConocoPhillip e Royal Dutch Shell, chiedendo appunto che siano “le cinque sorelle” a finanziare i piani di adattamento che si dovranno mettere in atto per il futuro.

E’ stato in più occasioni dimostrato che un ristretto numero di società debba essere ritenuto responsabile delle emissioni di CO2 a livello mondiale. L’organizzazione no profit CDP, in collaborazione con il Climate Accountability Institute, ha da poco pubblicato un allarmante studio in cui mostra che solo 100 aziende ( le cinque società citate in giudizio da Bill de Blasio occupano i primi posti della lista) sono state la fonte di oltre il 70% delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale dal 1988 ad oggi; da allora, secondo gli esperti, si sono concentrati nella nostra atmosfera mille miliardi di tonnellate di CO2, il principale gas responsabile del riscaldamento globale e, di conseguenza, del cambiamento climatico.

Se nei prossimi 30 anni l’estrazione di combustibili fossili dovesse continuare a questi ritmi, le temperature medie globali potrebbero subire un incremento di 4 gradi entro la fine del secolo, con conseguenze disastrose per gli ecosistemi del nostro pianeta.

Il movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili festeggia questa importante e storica vittoria; la decisione di Bill de Blasio potrebbe fare da apripista e stimolare altre città, americane e non, a porsi obiettivi simili.

Il sindaco newyorkese non ha dubbi Se il nostro Paese, sfortunatamente, sta prendendo temporaneamente la strada sbagliata, le nostre città e i nostri Stati devono andare avanti in modo ancora più rapido e incisivo, così da compensare. I Sindaci devono prendere in mano la situazione perché non possiamo aspettare che qualcun altro ci salvi”.

New York è la prima città a mettere nero su bianco gli obiettivi e le strategie da adottare per contrastare il cambiamento climatico. Ciò aiuterebbe anche la sua economia: sono previsti infatti 17 mila nuovi posti di lavoro verdi in un’industria, quella delle energie rinnovabili, che è già in forte crescita.

Far tornare il nostro pianeta a respirare è un cammino lungo e tortuoso, per molti un’utopia, ma gli obiettivi inseriti nell’agenda dell’amministrazione newyorkese sembrerebbero tutt’altro che utopici.

Valentina Mastrocola

Il disinvestimento dalle energie fossili nel mondo

Duecento occasioni per perdere soldi: la pubblicazione del rapporto annuale The Carbon Underground 200

Disinvestire dai combustibili fossile in Italia

Investire in società legate all’estrazione di combustibili fossili, come carbone, petrolio e gas, può essere molto rischioso, soprattutto per il nostro portafoglio. L’Accordo di Parigi pone infatti un limite all’aumento della temperatura media terrestre di due gradi rispetto all’era preindustriale, auspicando inoltre che venga fatto quanto possibile per rimanere entro la soglia di +1,5 °C. Poiché l’aumento della temperatura è causato principalmente da carbone, petrolio e gas, attraverso le emissioni che rilasciano nell’atmosfera quando vengono bruciati, sappiamo con certezza che i vincoli a livello internazionale impediranno alle società di estrazione di sfruttare pienamente i loro giacimenti. Il rischio quindi è quello di investire in società il cui potenziale produttivo è minore di quello dichiarato. Ma quanto minore?

E’ quello che ha calcolato Fossil Free Indexes, l’istituto che ha recentemente pubblicato l’edizione del 2017 del suo rapporto annuale The Carbon Underground 200, che prende in considerazione le 200 società di estrazione quotate in borsa che hanno i maggiori giacimenti al mondo. Dapprima l’istituto ha calcolato quante emissioni i vincoli internazionali permetteranno a queste società di causare da qui al 2050. La cifra appare ragguardevole: si tratta in effetti di 80,8 miliardi di tonnellate di carbonio che potranno essere immesse nell’atmosfera fino alla metà del secolo. E tuttavia, calcolando i combustibili fossili nei giacimenti come possibili emissioni (appunto ‘il carbonio sottoterra’, come suona in italiano il titolo del rapporto), queste 200 società hanno riserve sufficienti a emettere, fino al 2050, 491,9 miliardi di tonnellate di carbonio. Sei volte tanto quel che sarà loro consentito. Ora, una società che comunica al pubblico di avere un capitale del 608% superiore a quello reale è come minimo una società da evitare. Per questo il movimento del disinvestimento dalle fonti fossili sta accelerando il passo, come racconta il rapporto.

Quest’ultimo fa il punto sull’annunciata uscita degli Stati Uniti di Trump dall’Accordo di Parigi, sottolineando al tempo stesso come la spinta verso un’economia a basso impatto di carbonio sia ormai costante. I segnali del resto sono molteplici, a partire dalla volontà di rispettare gli impegni internazionali che numerosi enti locali americani hanno ribadito fino ai provvedimenti come il divieto della vendita di auto non elettriche, preso – prevedendo scadenze diverse – da Olanda, India, Francia e Regno Unito. Sempre più incoraggianti anche i miglioramenti in termini di efficienza ed economicità delle tecnologie legate alle energie rinnovabili: per citare qualche esempio, la danese Dong Energy costruirà per la prima volta al mondo due impianti eolici nel mare del Nord senza l’aiuto di sussidi pubblici, mentre l’energia solare ha raggiunto la parità in rete con le fonti fossili in più di 30 paesi, tra cui Cile e Australia, e infatti a livello globale, pur in presenza di una leggera flessione degli investimenti, la capacità installata delle rinnovabili è aumentata dall’anno scorso del 9%.

Come era lecito attendersi, sono quindi aumentati anche i fondi ‘disinvestiti’ dalle fonti fossili, che in un solo anno sono passati da 3.500 miliardi di dollari a 5.500 miliardi di dollari: si tratta di denaro proveniente da fondazioni, organizzazioni religiose, ma anche città (Città del Capo) o nazioni (Irlanda), e naturalmente università, dove il movimento per il disinvestimento è iniziato (anche Harvard ha finalmente ‘sospeso’ alcuni investimenti in fonti fossili, significativamente per via delle perdite accumulate).

Più difficile è invece ancora investire in energia rinnovabile: il mercato è agli inizi e le società quotate in borsa non sono molte. Ne esiste tuttavia un numero discreto nell’eolico, e si può più frequentemente finanziare l’avvio di un’attività o entrare in partecipazione nell’impresa. Non mancano inoltre i fondi di investimento socialmente responsabili e nemmeno veri e propri ‘titoli verdi’, i green bonds, di stato (Francia, Polonia, Nigeria) o privati (Apple).

Anche la pressione degli azionisti sulle società di estrazione è prevedibilmente rimasta alta, sostenuta dalla raccomandazione effettuata a dicembre 2016 dalla Task Force sulla Trasparenza Finanziaria legata al Clima. Per quanto le risoluzioni presentate per obbligare il management delle società di estrazione ad analizzare i rischi legati agli accordi internazionali sul clima siano diminuite, queste hanno incontrato maggior supporto tra gli azionisti e spesso sono state ritirate perché il management ha consentito ad adottare una trasparenza su questi rischi (è il caso di Chevron).

Ma, infine, quali sono queste società di estrazione? Nel campo del carbone, ai primi posti troviamo i colossi di India e Cina, paesi in cui la produzione di carbone nell’ultimo anno è aumentata. Hanno infatti giocato un ruolo determinante il grande fabbisogno di elettricità indiana e un cambio di direzione nella politica cinese, causato paradossalmente da politiche ambientali troppo drastiche, che avevano ridotto a tal punto la produzione di carbone cinese da doverne importare dall’estero.

Per quanto riguarda gas e petrolio, invece, in testa abbiamo le grandi società russe e cinesi, seguite dalle multinazionali occidentali come Exxon, Shell e Chevron, con una concentrazione delle risorse ancora maggiore che nel settore carbonifero: il 70% delle riserve è appannaggio delle prime dieci società, laddove nel caso del carbone si arriva ‘solo’ al 50%.

Si tratta però di colossi dai piedi d’argilla, a dispetto dei nomi illustri. Come conclude il rapporto nelle sue previsioni finali, infatti, si moltiplicano e diffondono i segnali di rischio in questo tipo di investimenti. In particolare, il Mercer’s Trillion Dollar Transformation Report stima che i dividendi pagati dalle società nel settore del carbone e petrolio diminuiranno nei prossimi 35 anni, rispettivamente, fino al 74% e 63%. Insomma, è del tutto ragionevole non investire nei combustibili fossili per non gettare al vento, è il caso di dirlo, i propri risparmi. Se poi pensiamo che “en passant” contribuiremo a conservare un pianeta abitabile per la razza umana, la scelta appare sufficientemente chiara.

Pietro Reggiani

 

E’ possibile richiedere l’elenco completo delle 200 società – e scoprire così se si detengono investimenti in esse – attraverso il sito fossilfreeindexes.com.

Il Comune di Assisi aderisce a #DivestItaly disinvestendo dalle fonti fossili

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La notizia arriva in concomitanza con  il  più grande annuncio congiunto di disinvestimento mai avvenuto nel mondo cattolico: 40 gli istituti coinvolti

 

Il Comune di Assisi diventa il primo ente locale in Italia ad esprimere l’intenzione di disinvestire dalle fonti fossili e reinvestire in energie rinnovabili, nel quadro di un più ampio impegno di riduzione delle emissioni di gas serra all’interno del proprio territorio attraverso la sottoscrizione del Patto dei Sindaci per il clima e l’energia.

La Città di Assisi aderisce al programma di disinvestimento delle fonti fossili promosso in Italia dalla campagna #DivestItaly, e lo fa attraverso un atto ancora più ampio che è l’adesione al Patto dei Sindaci, siglato con l’avallo dell’intero consiglio comunale della Città di Assisi in data 31 luglio 2017. – dichiara il Sindaco Stefania Proietti – Si tratta di un programma a livello europeo cui aderiscono oltre 7000 città d’Europa, che prevede la riduzione delle emissioni di COdel 40% entro il 2030. In pratica la Città di Assisi si impegna a ridurre del 40% tutte le emissioni di CO2 determinate dai sistemi edificio-impianto-trasporto pubblici ma anche privati; è quindi implicito in questa riduzione significativa delle emissioni di CO2 su tutto il territorio comunale il disinvestimento in fonti fossili e l’investimento invece in energie alternative, attraverso nuove strategie di sviluppo sostenibile integrate con le fonti rinnovabili.”

 Accogliamo con soddisfazione l’importante decisione della Città di Assisi di impegnarsi nel disinvestimento dalle fonti fossili e nel reinvestimento in energie rinnovabili nel quadro dell’adesione al Patto dei Sindaci – ha dichiarato Riccardo Rossella, coordinatore della campagna #DivestItaly per Italian Climate Network – Tale impegno rappresenta il primo caso in Italia da parte di un comune e si configura quindi come un importante riferimento per quanti, tra enti locali e altri tipi di investitori, intendano contribuire a vincere la sfida della transizione energetica attraverso un’azione concreta che punta a risolvere il problema delle emissioni di gas serra alla sua radice. Continuare ad investire in combustibili fossili appare sempre più come un’idea anacronistica, e ci auguriamo che l’esempio tracciato oggi dal Comune di Assisi venga seguito da un numero crescente di realtà nel nostro Paese. Come campagna #DivestItaly continueremo a promuovere questa scelta presso gli investitori pubblici e privati.

La decisione della Città di Assisi giunge parallelamente al nuovo annuncio congiunto di disinvestimento da parte di istituzioni cattoliche, coordinato dal Global Catholic Climate Movement. Previsto ufficialmente nella data simbolica del 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, l’annuncio batte ogni precedente record coinvolgendo ben 40 organizzazioni provenienti da 11 paesi in tutti i continenti. Le diverse istituzioni, tra cui spicca il nome della Banca per la Chiesa e la Caritas della Germania, hanno espresso il proprio impegno a disinvestire dall’industria delle fonti fossili tanto sulla base del riconoscimento degli impatti che l’utilizzo di tali fonti ha sul Creato quanto in un’ottica di lungimiranza economica volta ad abbandonare o escludere investimenti che stanno diventando sempre più rischiosi. L’annuncio rappresenta un’ulteriore conferma del ruolo guida delle organizzazioni religiose all’interno del movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili: costituiscono infatti la categoria più ampia con il 25% circa degli impegni di disinvestimento presi a livello internazionale, che ad oggi hanno interessato 750 istituzioni di vario tipo per un totale di 5.530 miliardi di dollari di assets under management coinvolti.

Come in occasione del precedente annuncio di disinvestimento congiunto (10 maggio 2017) la presenza delle realtà italiane è significativa: sono infatti ben 10. Tra queste figurano tre istituzioni cattoliche della città di Assisi, vale a dire la Diocesi di Assisi-Nocera, il Sacro Convento e l’Istituto Serafico per sordomuti e per ciechi. Tali impegni vanno quindi ad affiancarsi a quello del Comune, evidenziando come l’intero territorio abbia deciso con convinzione di relegare le fonti fossili al passato e puntare sulle energie rinnovabili.


Contatti

Riccardo Rossella – Coordinatore campagna #DivestItaly, Italian Climate Network
riccardo.rossella@italiaclima.org

Federica Menghinella – Ufficio stampa Comune di Assisi
f.menghinella@hotmail.it

I Verdi Europei si schierano in favore del disinvestimento da ENI

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Con una lettera aperta rivolta all’ENI in data 5 luglio 2017 anche i Verdi Europei si schierano apertamente a favore del disinvestimento dai combustibili fossili.

ENI, la compagnia petrolifera italiana, è una delle più grandi al mondo per riserve di petrolio e gas possedute e quindi una delle principali aziende responsabili del cambiamento climatico. Nel suo operato, inoltre, ENI si è resa responsabile di diversi episodi di violazione di diritti umani. Un esempio è il ruolo giocato insieme a Shell, la compagnia petrolifera olandese, nei ripetuti casi di fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, che hanno causato un danno permanente all’ambiente locale e alla vita delle persone che dipendono da esso. Un report di Amnesty International mostra anche come le due società hanno tentato di nascondere la vera portata delle fuoriuscite, e come le misure presenti per ripulire l’ambiente fossero altamente inadeguate. ENI ha poi accettato di pagare una multa di circa 80 milioni di dollari alla comunità locale come compensazione del danno causato, reiterando la falsa concezione che il danno provocato da simili catastrofi possa essere riparato tramite il versamento di una somma di denaro, peraltro irrisoria se paragonata al fatturato annuo di un simile gruppo aziendale.

In ragione delle responsabilità appena descritte il Partito Verde Europeo ha recentemente preso posizione in favore del disinvestimento da ENI, attraverso una lettera diretta a Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi (rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato) in cui viene richiesto alla compagnia petrolifera di abbandonare ogni esplorazione di combustibili fossili in favore di uno sviluppo energetico basato su fonti rinnovabili. Oltre alle ragioni di natura ambientale e morale,la necessità di disinvestire da ENI viene supportata anche da considerazioni di carattere economico: secondo quanto riportato, dal 2015 – anno dell’adozione dell’Accordo di Parigi – ad oggi il valore delle azioni del gruppo aziendale sono diminuite del 25%. Correlato alla lettera un comunicato volto a sensibilizzare e chiarire le posizioni del partito, che sottolinea le contraddizioni presenti anche all’interno dello stato italiano stesso. Il primo ministro Gentiloni è fra i leader europei ad aver condannato la scelta del presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo sul clima di Parigi; parole che però non corrispondono ai fatti, considerando che lo stato italiano è il principale investitore in ENI (circa un terzo delle azioni). La presa di posizione nei confronti di ENI rientra all’interno di una più ampia strategia di supporto al disinvestimento dalle fonti fossili da parte del Partito Verde Europeo, che ha anche lanciato un appello invitando i singoli cittadini a mobilitarsi per domandare alle proprie istituzioni, enti, banche, fondi pensionistici, università, di disinvestire.

La rappresentanza partitica, a livello locale, nazionale e internazionale, è fondamentale per riuscire a porre pressione ai responsabili politici da svariati versanti. Per questo è accolta con gioia una presa di posizione come quella dei Verdi Europei, che potrà amplificare l’impegno e lo sforzo dei gruppi e attivisti locali che operano sul territorio e che, grazie anche al fondamentale ruolo di coordinamento e supporto della ONG 350.org, in questi anni hanno ottenuto numerose vittorie portando in prima pagina la questione del disinvestimento dai combustibili fossili.

Rebecca d’Andrea

 

Nove istituti cattolici annunciano la decisione di disinvestire dalle fonti fossili

Live Laudato si'
Nove tra ordini religiosi, diocesi e comunità monastiche del Regno Unito, Stati Uniti e Italia hanno annunciato oggi la propria decisione di disinvestire dalle fonti fossili, realizzando così il più ampio annuncio congiunto di questo tipo mai avvenuto finora. Un seguito concreto rispetto all’importante momento di confronto sul tema rappresentato dalla conferenza “Laudato Si’ e investimenti cattolici”, svoltasi nel Gennaio 2017, oltre che un chiaro segnale della sempre maggiore attenzione del mondo cattolico verso la sfida climatica.

Un segnale che per di più arriva in un periodo denso di eventi particolarmente importanti sul fronte dei cambiamenti climatici. E’ infatti attualmente in corso a Bonn il negoziato intermedio della Convenzione ONU sul clima (UNFCCC), dove vengono discusse le misure di attuazione dell’Accordo di Parigi, mentre a distanza esatta di un mese si apriranno a Bologna i lavori del G7 ambiente.
Non solo: l’annuncio giunge nel bel mezzo della Global Divestment Mobilisation organizzata dall’ong 350.org, una nove giorni di mobilitazione con una serie di iniziative in tutto il mondo finalizzate ad aumentare l’attenzione sul tema del disinvestimento dalle fonti fossili e ad esortare municipalità, fondi pensione, compagnie assicuratrici e altre istituzioni target a prendere impegni di disinvestimento.

Rispetto al precedente annuncio congiunto, avvenuto, nell’ottobre 2016 la presenza di istituti cattolici italiani è particolarmente significativa in questa occasione. Sono infatti ben cinque le realtà che hanno annunciato la propria decisione di disinvestire: l’Arcidiocesi di Pescara – Penne, la Provincia d’Italia dell’ordine dei Gesuiti, la Comunità Monastica di Siloe, la Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita e il periodico Il Dialogo. Un segnale decisamente incoraggiante, che testimonia l’impatto dell’appello di Papa Francesco a una conversione ecologica lanciato quasi due anni fa nell’Enciclica “Laudato Si’”, e che fa ben sperare sul fatto che nel nostro paese siano sempre di più le realtà, cattoliche e laiche, che decidano di rompere i propri legami finanziari con l’industria dei combustibili fossili.

Una nuova adesione a #DivestItaly: benvenuti Earth Day Italia!

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Anche Earth Day Italia aderisce alla campagna #DivestItaly per promuovere il disinvestimento dall’industria delle fonti fossili a tutti i livelli.

Earth Day Italia è la sede italiana dell’Earth Day Network, l’ONG internazionale che promuove la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, il più importante evento di sensibilizzazione sulla tutela del nostro Pianeta capace di coinvolgere annualmente oltre un miliardo di persone in tutto il mondo.

Earth Day Italia lavora per promuovere la formazione di una nuova coscienza ambientale e per favorire il dialogo e la cooperazione tra i tanti soggetti che si occupano della tutela dell’ambiente, non solo tramite l’organizzazione della Giornata Mondiale della Terra nel nostro paese a partire dal 2007 ma anche attraverso una costante opera di sensibilizzazione portata avanti grazie a eventi, incontri tematici e campagne.

L’adesione a #DivestItaly rappresenta quindi in quest’ottica una decisione carica di significato, a rimarcare quanto l’attuale modello finanziario sia corresponsabile dell’aggravarsi del cambiamento del clima e degli impatti di questo fenomeno che vanno a ripercuotersi sul nostro Pianeta.

Dichiara infatti Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia: Siamo impegnati da anni nelle celebrazioni della Giornata Mondiale della Terra e non possiamo ignorare il danno che lo sfruttamento delle fonti fossili ha fatto e sta ancora facendo al nostro Pianeta. La decarbonizzazione non può più essere considerata un’opzione; scienza e coscienza ci dicono da tempo che è l’unica soluzione per un futuro sostenibile per le prossime generazioni.
E’ ora di unire la nostra voce a quella di tanti altri amici per chiedere alle istituzioni e ai cittadini italiani di disinvestire dalle fonti fossili. Gli investimenti producono sempre cambiamenti, per questo dobbiamo scegliere di non dare più il nostro sostegno economico a progetti e infrastrutture che minano il futuro dei nostri figli

Anche Rete Clima aderisce alla campagna #DivestItaly!

Rete Clima LOGO UFFICIALE

 

Cresce il supporto e il consenso attorno alla campagna #DivestItaly con la nuova adesione di Rete Clima, ente no-profit impegnato nella promozione della sostenibilità delle Organizzazioni con un’attenzione particolare verso la gestione dei gas serra per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Per realizzare la propria mission il network di Rete Clima aggrega competenze diverse e multidisciplinari per offrire un concreto supporto alle Organizzazioni pubbliche e private che vogliono ridurre la propria impronta di carbonio. Nel fare ciò Rete Clima si focalizza sul processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni di gas serra prodotte dai soggetti con i quali collabora, senza trascurare le attività orientate alla divulgazione ed all’educazione ambientale per la diffusione della cultura della sostenibilità.

L’adesione alla campagna #DivestItaly rappresenta secondo Rete Clima un atto quasi dovuto per chi, come loro, crede nella promozione di un futuro sostenibile, necessariamente orientato verso soluzioni di trasformazione ed usi finali dell’energia sempre meno basate sulle inquinanti fonti fossili.

A questo proposito Paolo Viganò, responsabile scientifico dell’ente, afferma: “L’adesione a questa campagna rappresenta per Rete Clima un passo naturale, la logica conseguenza della nostra mission che punta a promuovere azioni di decarbonizzazione delle Organizzazioni e dei prodotti/servizi, con lo scopo di aumentare la sostenibilità del sistema socio-economico e contrastare il cambiamento climatico. Le fonti fossili rappresentano oggi un pesante fardello in termini ambientali, eredità di un passato in cui il loro uso è stato pur importante ed inevitabile: oggi però i tempi sono maturi perché si possa pensare ad una vera e propria transizione verso le energie rinnovabili, mature da un punto di vista tecnico e concorrenziali a livello economico con le fonti energetiche fossili (pur anche senza la contabilizzazione dei loro costi esterni). Per operare questa transizione servono però investimenti economici verso le fonti rinnovabili e, parimenti, serve quindi disinvestire da quelle fonti energetiche fossili che sempre più stanno evidenziando le proprie criticità a livello locale e globale: ma per favorire questo spostamento degli investimenti verso “aree più green” i soggetti attivi della società civile devono fare informazione, creare consenso e cultura perché questa transizione verso le fonti energetiche rinnovabili possa avvenire il più rapidamente ed efficacemente possibile”.

Irlanda sempre più verde: stop agli investimenti in fonti fossili

Votato dal parlamento il Fossil Fuel Divestment Bill che prevede la cancellazione degli investimenti nazionali in carbone, petrolio e gas

 

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Pochi paesi al mondo vengono istintivamente associati ad un colore come accade con l’Irlanda e il verde.
L’isola di smeraldo, così viene anche chiamata, ha i due terzi del suo territorio occupati da (verdi) pascoli e tra i suoi simboli nazionali un trifoglio ed uno gnomo, tipicamente vestito di verde, stesso colore che domina le divise delle selezioni sportive nazionali.
Forse non poteva che essere quest’isola il primo paese al mondo a dire basta ai combustibili fossili.

Il parlamento irlandese ha infatti approvato il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, provvedimento che cancella tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese da carbone, petrolio e gas e che, se passerà il test della commissione finanziaria, nei prossimi mesi farà dell’Irlanda il primo paese al mondo ad  aver messo al bando i combustibili fossili.

Passata con 90 voti a favore contro 53 contrari, la legge, proposta dal deputato indipendente Thomas Pringle, ha infatti come scopo la cancellazione di tutti gli investimenti dell’Ireland Strategic Investment Fund, il fondo sovrano irlandese, da carbone, petrolio e gas. Circa 8 miliardi di euro il valore del Fondo, cifra che dovrà essere spostata dagli investimenti in compagnie che si occupano di combustibili fossili verso imprese o investimenti più green, almeno si spera.

“I governi nazionali devono giocare un ruolo essenziale nell’implementare i propri impegni presi a Parigi – ha commentato Pringle – assicurando che i fondi pubblici supportino la transizione verso l’energia pulita e siano al riparo dall’inevitabile declino dell’industria dei combustibili fossili”.

Mentre negli Stati Uniti subito dopo il giuramento del neo presidente Donald Trump viene cancellato ogni riferimento ai cambiamenti climatici dal sito web della Casa Bianca la verde Irlanda fa segnare un punto per il movimento globale per il disinvestimento dalle fonti fossili.

“Lobby e politici che continuano a negare l’esistenza del cambiamento climatico e che continuano a manipolare i dati scientifici non sono più tollerabili – dichiara ancora Pringle -. Non possiamo accettare le loro azioni nei confronti di milioni di povere persone che vivono in zone sottosviluppate del pianeta e che devono fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico, attraverso carestie, migrazioni di massa e disordini sociali”.

Prima dell’Irlanda, sempre in Europa, era stata la Norvegia a compiere un primo passo sulla strada del disinvestimento dalle fossili. A metà 2015 il fondo sovrano norvegese, ben più consistente di quello irlandese (vale complessivamente 900 miliardi di dollari) ha abbandonato gli investimenti nel carbone, non nel petrolio di cui il Paese rimane il terzo esportatore mondiale.

Articolo ripreso dal sito di Earth Day Italia, che ha recentemente deciso di aderire alla campagna #DivestItaly:
http://www.earthday.it/Energia/Irlanda-sempre-piu-verde.-Stop-agli-investimenti-in-fonti-fossili

Il Movimento per la Decrescita Felice esprime il suo supporto a #DivestItaly

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Anche il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di aderire formalmente alla campagna #DivestItaly, in continuità con il proprio impegno sulle questioni ambientali e sui cambiamenti climatici. L’attenzione a queste tematiche rappresenta infatti un aspetto importante dell’attività e del pensiero della decrescita, che evidenzia in particolar modo come l’affidamento a risorse finite come quelle dei combustibili fossili costituisca inevitabilmente una fonte di problemi ambientali ed economici sempre più stringenti.

Da sempre attivo e partecipe alle diverse iniziative promosse dalla società civile, il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di unirsi alle tante organizzazioni che hanno già espresso il proprio supporto a #DivestItaly sulla base della consapevolezza che cambiare il paradigma finanziario odierno rappresenta un’azione imprescindibile nella lotta al surriscaldamento globale e nel tracciare la strada di un futuro più sostenibile.

Aderiamo con forza all’iniziativa” ha commentato Jean-Louis Aillon, presidente di MDF. “Per scongiurare la minaccia dei cambiamenti climatici e imboccare la strada della decrescita urgono iniziative concrete e la campagna #DivestItaly è un bell’esempio.”