Una nuova adesione a #DivestItaly: benvenuti Earth Day Italia!

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Anche Earth Day Italia aderisce alla campagna #DivestItaly per promuovere il disinvestimento dall’industria delle fonti fossili a tutti i livelli.

Earth Day Italia è la sede italiana dell’Earth Day Network, l’ONG internazionale che promuove la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, il più importante evento di sensibilizzazione sulla tutela del nostro Pianeta capace di coinvolgere annualmente oltre un miliardo di persone in tutto il mondo.

Earth Day Italia lavora per promuovere la formazione di una nuova coscienza ambientale e per favorire il dialogo e la cooperazione tra i tanti soggetti che si occupano della tutela dell’ambiente, non solo tramite l’organizzazione della Giornata Mondiale della Terra nel nostro paese a partire dal 2007 ma anche attraverso una costante opera di sensibilizzazione portata avanti grazie a eventi, incontri tematici e campagne.

L’adesione a #DivestItaly rappresenta quindi in quest’ottica una decisione carica di significato, a rimarcare quanto l’attuale modello finanziario sia corresponsabile dell’aggravarsi del cambiamento del clima e degli impatti di questo fenomeno che vanno a ripercuotersi sul nostro Pianeta.

Dichiara infatti Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia: Siamo impegnati da anni nelle celebrazioni della Giornata Mondiale della Terra e non possiamo ignorare il danno che lo sfruttamento delle fonti fossili ha fatto e sta ancora facendo al nostro Pianeta. La decarbonizzazione non può più essere considerata un’opzione; scienza e coscienza ci dicono da tempo che è l’unica soluzione per un futuro sostenibile per le prossime generazioni.
E’ ora di unire la nostra voce a quella di tanti altri amici per chiedere alle istituzioni e ai cittadini italiani di disinvestire dalle fonti fossili. Gli investimenti producono sempre cambiamenti, per questo dobbiamo scegliere di non dare più il nostro sostegno economico a progetti e infrastrutture che minano il futuro dei nostri figli

Anche Rete Clima aderisce alla campagna #DivestItaly!

Rete Clima LOGO UFFICIALE

 

Cresce il supporto e il consenso attorno alla campagna #DivestItaly con la nuova adesione di Rete Clima, ente no-profit impegnato nella promozione della sostenibilità delle Organizzazioni con un’attenzione particolare verso la gestione dei gas serra per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Per realizzare la propria mission il network di Rete Clima aggrega competenze diverse e multidisciplinari per offrire un concreto supporto alle Organizzazioni pubbliche e private che vogliono ridurre la propria impronta di carbonio. Nel fare ciò Rete Clima si focalizza sul processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni di gas serra prodotte dai soggetti con i quali collabora, senza trascurare le attività orientate alla divulgazione ed all’educazione ambientale per la diffusione della cultura della sostenibilità.

L’adesione alla campagna #DivestItaly rappresenta secondo Rete Clima un atto quasi dovuto per chi, come loro, crede nella promozione di un futuro sostenibile, necessariamente orientato verso soluzioni di trasformazione ed usi finali dell’energia sempre meno basate sulle inquinanti fonti fossili.

A questo proposito Paolo Viganò, responsabile scientifico dell’ente, afferma: “L’adesione a questa campagna rappresenta per Rete Clima un passo naturale, la logica conseguenza della nostra mission che punta a promuovere azioni di decarbonizzazione delle Organizzazioni e dei prodotti/servizi, con lo scopo di aumentare la sostenibilità del sistema socio-economico e contrastare il cambiamento climatico. Le fonti fossili rappresentano oggi un pesante fardello in termini ambientali, eredità di un passato in cui il loro uso è stato pur importante ed inevitabile: oggi però i tempi sono maturi perché si possa pensare ad una vera e propria transizione verso le energie rinnovabili, mature da un punto di vista tecnico e concorrenziali a livello economico con le fonti energetiche fossili (pur anche senza la contabilizzazione dei loro costi esterni). Per operare questa transizione servono però investimenti economici verso le fonti rinnovabili e, parimenti, serve quindi disinvestire da quelle fonti energetiche fossili che sempre più stanno evidenziando le proprie criticità a livello locale e globale: ma per favorire questo spostamento degli investimenti verso “aree più green” i soggetti attivi della società civile devono fare informazione, creare consenso e cultura perché questa transizione verso le fonti energetiche rinnovabili possa avvenire il più rapidamente ed efficacemente possibile”.

Irlanda sempre più verde: stop agli investimenti in fonti fossili

Votato dal parlamento il Fossil Fuel Divestment Bill che prevede la cancellazione degli investimenti nazionali in carbone, petrolio e gas

 

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Pochi paesi al mondo vengono istintivamente associati ad un colore come accade con l’Irlanda e il verde.
L’isola di smeraldo, così viene anche chiamata, ha i due terzi del suo territorio occupati da (verdi) pascoli e tra i suoi simboli nazionali un trifoglio ed uno gnomo, tipicamente vestito di verde, stesso colore che domina le divise delle selezioni sportive nazionali.
Forse non poteva che essere quest’isola il primo paese al mondo a dire basta ai combustibili fossili.

Il parlamento irlandese ha infatti approvato il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, provvedimento che cancella tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese da carbone, petrolio e gas e che, se passerà il test della commissione finanziaria, nei prossimi mesi farà dell’Irlanda il primo paese al mondo ad  aver messo al bando i combustibili fossili.

Passata con 90 voti a favore contro 53 contrari, la legge, proposta dal deputato indipendente Thomas Pringle, ha infatti come scopo la cancellazione di tutti gli investimenti dell’Ireland Strategic Investment Fund, il fondo sovrano irlandese, da carbone, petrolio e gas. Circa 8 miliardi di euro il valore del Fondo, cifra che dovrà essere spostata dagli investimenti in compagnie che si occupano di combustibili fossili verso imprese o investimenti più green, almeno si spera.

“I governi nazionali devono giocare un ruolo essenziale nell’implementare i propri impegni presi a Parigi – ha commentato Pringle – assicurando che i fondi pubblici supportino la transizione verso l’energia pulita e siano al riparo dall’inevitabile declino dell’industria dei combustibili fossili”.

Mentre negli Stati Uniti subito dopo il giuramento del neo presidente Donald Trump viene cancellato ogni riferimento ai cambiamenti climatici dal sito web della Casa Bianca la verde Irlanda fa segnare un punto per il movimento globale per il disinvestimento dalle fonti fossili.

“Lobby e politici che continuano a negare l’esistenza del cambiamento climatico e che continuano a manipolare i dati scientifici non sono più tollerabili – dichiara ancora Pringle -. Non possiamo accettare le loro azioni nei confronti di milioni di povere persone che vivono in zone sottosviluppate del pianeta e che devono fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico, attraverso carestie, migrazioni di massa e disordini sociali”.

Prima dell’Irlanda, sempre in Europa, era stata la Norvegia a compiere un primo passo sulla strada del disinvestimento dalle fossili. A metà 2015 il fondo sovrano norvegese, ben più consistente di quello irlandese (vale complessivamente 900 miliardi di dollari) ha abbandonato gli investimenti nel carbone, non nel petrolio di cui il Paese rimane il terzo esportatore mondiale.

Articolo ripreso dal sito di Earth Day Italia, che ha recentemente deciso di aderire alla campagna #DivestItaly:
http://www.earthday.it/Energia/Irlanda-sempre-piu-verde.-Stop-agli-investimenti-in-fonti-fossili

Il Movimento per la Decrescita Felice esprime il suo supporto a #DivestItaly

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Anche il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di aderire formalmente alla campagna #DivestItaly, in continuità con il proprio impegno sulle questioni ambientali e sui cambiamenti climatici. L’attenzione a queste tematiche rappresenta infatti un aspetto importante dell’attività e del pensiero della decrescita, che evidenzia in particolar modo come l’affidamento a risorse finite come quelle dei combustibili fossili costituisca inevitabilmente una fonte di problemi ambientali ed economici sempre più stringenti.

Da sempre attivo e partecipe alle diverse iniziative promosse dalla società civile, il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di unirsi alle tante organizzazioni che hanno già espresso il proprio supporto a #DivestItaly sulla base della consapevolezza che cambiare il paradigma finanziario odierno rappresenta un’azione imprescindibile nella lotta al surriscaldamento globale e nel tracciare la strada di un futuro più sostenibile.

Aderiamo con forza all’iniziativa” ha commentato Jean-Louis Aillon, presidente di MDF. “Per scongiurare la minaccia dei cambiamenti climatici e imboccare la strada della decrescita urgono iniziative concrete e la campagna #DivestItaly è un bell’esempio.”

Disinvestimento e mondo cattolico: l’opinione di Bill McKibben in vista della più grande conferenza dedicata al tema

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L’ambientalista e fondatore di 350.org – l’organizzazione internazionale per il clima – Bill McKibben enfatizza il ruolo di primo piano che il mondo cattolico è chiamato ad assumere all’interno del movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili.
Lo fa quando mancano ormai solo due giorni alla conferenza internazionale “Laudato Si’ e investimenti cattolici: energia pulita per la nostra Casa Comune”, che riunirà a Roma diversi esponenti del mondo cattolico per discutere dell’esigenza morale e delle opportunità legate al ritiro dei propri investimenti dall’industria dei combustibili fossili e al reinvestimento nel settore delle energie rinnovabili, una scelta incoraggiata anche dalla campagna #DivestItaly.

 

In un mondo in cui troppe istituzioni si fanno strumento del potere e della ricchezza la Chiesa rimane un baluardo della parola, un luogo in cui le idee contano. E raramente sono state usate parole più efficaci di quelle pronunciate da Papa Francesco nella sua magistrale enciclica Laudato Si’Ho passato diverse settimane a leggere e rileggere questo testo mentre ne scrivevo una recensione approfondita per la New York Review of Books, la maggiore rivista letteraria degli Stati Uniti, ma ho la sensazione che vi ritornerò per il resto della mia vita.

Certo, l’eterna questione rimane il modo in cui mettere in pratica le parole. E una conferenza Vaticana su “Laudato Si’ e Investimenti Cattolici” offre un’opportunità unica, perché se davvero abbiamo intenzione di “ridurre drasticamente” le emissioni di carbonio “nei prossimi anni”, come ci raccomandano sia il Papa che la comunità scientifica internazionale, allora dobbiamo partire dal ridurre il potere dell’industria dei combustibili fossili.

Sappiamo che questo settore ha passato decenni a insabbiare la verità sui cambiamenti climatici. Ad esempio, dell’ottimo giornalismo investigativo dagli Stati Uniti ha dimostrato che la principale compagnia petrolifera, la Exxon, era stata informata dai propri scienziati già negli anni settanta che il pianeta si sarebbe riscaldato velocemente e con conseguenze pericolose.  Tuttavia, invece di divulgare tali avvertimenti la società li ha tenuti segreti, così come hanno fatto le altre aziende del settore.

Questo tipo di comportamento continua ancora oggi, dal momento che in tutto il mondo l’industria dei carburanti fossili finanzia quei politici che rallentano ogni tipo di azione concreta. Il motivo è che il profitto di queste aziende dipende dallo sfruttamento delle proprie riserve, che contengono cinque volte più carbonio di quanto, secondo la comunità scientifica, possiamo bruciare senza pericolo. Il loro piano d’affari garantisce un pianeta sul quale i poveri muoiono di fame mentre le coltivazioni appassiscono, sul quale i rifugiati fuggono da città che affondano e linee costiere in erosione, e sul quale il mondo naturale che eravamo stati incaricati di proteggere perde progressivamente tante delle creature che Dio aveva creato.

In risposta, il più grande movimento per il disinvestimento della storia si è affermato per tentare un cambiamento e fare pressione affinché venga attuato. Tutto è cominciato con un impulso dal mondo religioso, quando il premio Nobel per la pace e arcivescovo anglicano Desmond Tutu ci ha raccomandato di usare questo strumento, che contribuì a smantellare l’apartheid in Sud Africa una generazione fa, nella battaglia contro quella che ha definito come la grande sfida per i diritti umani del nostro tempo.  Alla sua chiamata hanno dato risposta istituzioni sia religiose che laiche di tutto il mondo, dal fondo pensionistico per i dipendenti della California al Concilio Mondiale delle Chiese.  Le istituzioni cattoliche hanno già giocato un ruolo importante: l’Università di Dayton negli Stati Uniti è stata una delle prime ad unirsi a questo sforzo, seguita da altre tra cui la Georgetown. Queste sono state subito seguite da sostenitori convinti come Trócaire e le Sorelle Francescane di Maria; dalle diocesi brasiliane e dalla Società Missionaria di San Colombano; dai Passionisti della Nuova Guinea e del Vietnam; dagli attivisti contro la fame della Chiesa Cattolica francese; dai fedeli cattolici di tutto il mondo.

Ma ora è giunto il momento per azioni ancora più ambiziose e significative, seguendo la guida del Cardinale Turkson, che subito dopo la pubblicazione della Laudato Si‘ ha fatto notare come “un genuino esame di coscienza ci indurrebbe a riconoscere non solo i nostri fallimenti a livello individuale, ma anche quelli sul piano istituzionale.”  In parole semplici, coloro che stanno ancora tentando di ricavare profitto dal surriscaldamento del pianeta hanno perso la sfida di amministrarlo adeguatamente.  Come cardinali, patriarchi e vescovi da ogni parte del mondo hanno affermato in un importante appello lanciato nel 2015 in vista della conferenza sul clima di Parigi (COP 21), dobbiamo “mettere fine all’era dei combustibili fossili”.  Queste parole sono molto serie, e dovrebbero avere delle precise conseguenze sulle politiche di investimento del Vaticano e delle altre istituzioni cattoliche.

Molti hanno sostenuto, in modo convincente, che ci sono dei solidi motivi economici in favore del disinvestimento, ora che l’industria delle fonti fossili comincia a vacillare nei confronti del settore delle rinnovabili.  E di sicuro coloro che hanno già disinvestito hanno ottenuto guadagni finanziari.  Ma almeno per quanto riguarda le istituzioni a carattere religioso, non è stata questa la ragione alla base della scelta di disinvestire. Come ha affermato il rettore dell’ Università Cattolica di Dayton quando hanno disinvestito il loro portfolio di titoli da 600 milioni di dollari nel 2014, “non possiamo ignorare le conseguenze negative dei cambiamenti climatici, che hanno un impatto sproporzionato sulle persone più vulnerabili della Terra“.

Il 2016 è stato l’anno più caldo che abbiamo mai misurato sul nostro pianeta, superando così il record che avevamo già stabilito nel 2015, che a sua volta aveva superato il record del 2014.  Il 2017 dovrà essere l’anno nel quale stabiliremo dei nuovi primati, per agire, per prenderci cura del nostro pianeta, per trasformare delle belle parole in una realtà ancora più bella.

Disinvestimento dalle fonti fossili e investimenti in energia pulita all’interno del mondo cattolico: se ne parla a Roma il 27 gennaio

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Venerdì 27 gennaio segnerà una data di particolare rilievo nel percorso di crescente sensibilizzazione e impegno del mondo cattolico sui temi dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e delle energie rinnovabili.

Presso la Sala Pio XI della Pontificia Università Lateranense di Roma si terrà infatti la conferenza Laudato Si’ e Investimenti Cattolici: Energia Pulita per la nostra Casa Comune, un importante appuntamento per rispondere concretamente all’appello alla conversione ecologica lanciato da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Si’, nel segno della consapevolezza che l’urgenza di agire subito sulla strada della transizione verso la giustizia climatica richiede un’azione comune da parte delle diverse realtà del mondo cattolico.

L’evento, promosso da sei organizzazioni cattoliche nazionali e internazionali tra cui la FOCSIV – tra i principali soggetti promotori della campagna #DivestItaly – si propone di esaminare i legami tra disinvestimento dai combustibili fossili, investimenti in energia rinnovabile gestita da comunità locali e organizzazioni cattoliche. Una tematica che richiama grande attenzione, come testimoniato dall’alto profilo dei relatori che interverranno durante l’evento, tra cui spiccano i nomi di Christiana Figueres, ex Segretario Esecutivo dell’UNFCCC, del Cardinale Peter Turkson, tra i principali collaboratori di Papa Francesco nella stesura della Laudato Si’, e di Mark Campanale della Carbon Tracker Initiative.

#DivestItaly sarà presente alla conferenza, in continuità con l’impegno di confronto e incoraggiamento nei confronti del mondo cattolico sul tema del disinvestimento dalle fonti fossili.

Per maggiori informazioni sull’evento è possibile visitare il sito http://www.investirenellalaudatosi.com/

Accordo di Parigi e bilancio di carbonio: perché abbiamo bisogno di superare la dipendenza dai combustibili fossili

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Nel mese di dicembre 2015, a Parigi, tutti i paesi del mondo si sono accordati per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli pre-industriali e per incrementare gli sforzi per limitare tale aumento a +1.5°C .

Lo studio recentemente pubblicato da Oil Change International  –  intitolato “The Sky’s Limit: why the Paris climate goals require a managed decline of fossil fuel production”  – esamina  il rapporto tra questi obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra (GHG) e la produzione e l’uso dell’energia e suggerisce le politiche più adeguate per il conseguimento degli obiettivi medesimi.

I risultati chiave individuati dallo studio:

  • Le emissioni di gas serra generate dalle estrazioni di petrolio, gas e carbone – previste dagli impianti e miniere attualmente esistenti – conducono a un riscaldamento globale superiore ai 2°C.
  • Da soli, i giacimenti di petrolio e di gas attualmente sfruttati porterebbero a un
    aumento di oltre 1.5°C.
  • Le energie rinnovabili possono soddisfare la domanda di energia nel corso dei prossimi decenni, promuovendo la creazione di posti di lavoro per i lavoratori e le comunità colpiti dal necessario calo della produzione di combustibili fossili.
  • Una delle politiche climatiche più potenti e anche una delle più semplici è mettere fine allo sfruttamento dei combustibili fossili.

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I principali  interventi raccomandati :

  • Non bisogna più sviluppare nuove infrastrutture di sfruttamento e trasporto dei
    combustibili fossili e i governi devono cessare di rilasciare i permessi.
  • Alcuni giacimenti, in particolare nei paesi ricchi, dovranno cessare le operazioni di estrazione prima del loro esaurimento e dovrebbe essere fornito adeguato sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo affinché intraprendano il percorso di un’economia a bassa impronta di carbonio. Inoltre, la produzione di combustibili fossili dovrebbe fermarsi ogniqualvolta esista una violazione dei diritti delle popolazioni locali, comprese le popolazioni indigene, oppure si rechi un grave danno alla biodiversità.
  • Questo non significa la fine immediata dell’uso dei combustibili fossili: i governi e le imprese devono gestire una riduzione graduale della produzione di energia fossile e muoversi verso una transizione energetica giusta per i lavoratori e le comunità che dipendono da queste industrie.

La logica è semplice: o si agisce ora, o ci avviamo verso un disastro ecologico che porterà con sé inevitabili costi economici e sociali. Le politiche climatiche potrebbero essere altrettanto semplici se fossero coerenti con la scienza del clima: poiché il biossido di carbonio (CO2) accumulato nel tempo determinerà l’entità del cambiamento climatico occorre tenere sotto controllo il “bilancio di carbonio”.

Il bilancio di carbonio ci indica quanta CO2 può essere rilasciata senza superare i limiti di temperatura pericolosi per il pianeta. Le ipotesi considerate nello studio sono due: una probabilità del 66% di mantenere il cambiamento climatico sotto i 2° C, causando ancora gravi danni ambientali, e una del 50% di raggiungere l’obiettivo del limite di +1.5° C. Se sfruttate, le riserve mondiali conosciute di combustibili fossili causerebbero una quantità di emissioni totalmente incompatibile con questi obiettivi. Infatti, per raggiungere i limiti di +2°C o +1.5°C queste riserve dovrebbero rimanere nel sottosuolo rispettivamente per il 71% e 87%.


Disinvestimento: una rivoluzione planetaria in cinque anni

Cinque anni fa, l’idea che investire in aziende del settore dei combustibili fossili fosse moralmente o economicamente problematico era quasi sconosciuta. Poi, nei campus universitari degli Stati Uniti ha iniziato a prendere forma un’idea: è una follia etica ed economica spendere miliardi nell’estrazione di altro combustibile, dal momento che nelle riserve esistenti c’è più carbone, petrolio e gas di quanto ne possa essere bruciato mantenendo il cambiamento climatico sotto controllo.

È di un mese fa la notizia che a livello globale gli investitori che hanno deciso di liberarsi delle proprie azioni in combustibili fossili hanno raggiunto un valore totale di capitali gestiti di oltre 5 trilioni di dollari ($5.000.000.000.000 per intenderci). Tra questi investitori vi sono fondi professionali a scopo di lucro, ma anche diverse organizzazioni cattoliche, fondazioni filantropiche e ONG.

Il rischio di una “bolla di carbonio” viene ora preso sul serio al più alto livello, che include la Banca d’Inghilterra, la Banca Mondiale e il Financial Stability Board del G20. Di fronte alla necessità impellente di mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo il disinvestimento appare dunque sempre di più come una strategia vincente, capace di fare bene sia al clima che alla finanza.

Articolo di Daniela Patrucco di Retenergie per la coalizione #DivestItaly

Uno in più: anche Fairwatch aderisce alla campagna #DivestItaly!

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Dopo le recenti adesioni di ClimAzione e Giornalisti Nell’Erba la coalizione #DivestItaly dà il benvenuto anche a Fairwatch, che ha deciso di esprimere il proprio supporto alla campagna italiana per il disinvestimento dalle fonti fossili.

Fairwatch è un’ONG di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione e advocacy sui temi del commercio, dell’economia internazionale e dei cambiamenti climatici, tematiche rispetto alle quali la campagna #DivestItaly si pone l’obiettivo di evidenziare i legami e le connessioni.

Secondo Alberto Zoratti, presidente dell’ONG, “la lotta al cambiamento climatico non può prescindere da una messa in discussione del paradigma economico; questa passa da un cambio di rotta sugli accordi di libero scambio e investimento, per arrivare a scelte più immediate come il disinvestimento dalle fonti fossili. Solo togliendo l’acqua dove nuotano i pesci dell’economia fossile è possibile accelerare il processo di transizione ecologica delle nostre società. Abbiamo sempre meno tempo a disposizione, per questo bisogna agire adesso“.

Giornalisti Nell’Erba, giornalisti per il clima. Benvenuti nella coalizione #DivestItaly!

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La coalizione che supporta la campagna #DivestItaly si ingrandisce grazie alla nuova adesione di Giornalisti Nell’Erba, una testata giornalistica e progetto realizzato dall’associazione di promozione sociale Il Refuso con il contributo del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Nato nel 2006 con il primo concorso di giornalismo su temi ambientali aperto a bambini e ragazzi, nel corso di questi anni ha conosciuto un notevole successo tra le generazioni più giovani, che costituiscono il target e il cuore del progetto.

Le attività realizzate e portate avanti da Giornalisti Nell’Erba sono molteplici, tutte ispirate dall’obiettivo di far crescere coscienze critiche e lettori – nonché informatori – consapevoli e dare espressione alle voci dei più giovani sulle questioni ambientali contemporanee. Attraverso un premio internazionale di giornalismo ambientale, una testata online che accoglie anche i contributi dei giovani reporter, dei docenti e degli esperti, e l’organizzazione di eventi, incontri, e convegni, Giornalisti nell’Erba rappresenta una rete che coinvolge migliaia di bambini, ragazzi, insegnanti, giovani, giornalisti, comunicatori, ambientalisti e ricercatori.

Tra le varie tematiche affrontate e narrate, un grande rilievo viene dato a una delle sfide ambientali più difficili e complesse del tempo presente e del futuro, quella dei cambiamenti climatici. L’adesione alla campagna #DivestItaly sottolinea l’attenzione di Giornalisti Nell’Erba a non trascurare gli aspetti meno conosciuti – ma non per questo meno importanti – dei temi trattati, come si evince anche dalle parole di Paola Bolaffio, giornalista, direttore e ideatrice del progetto: “Da sempre trattiamo l’argomento del climate change sotto ogni aspetto, come merita di essere trattato un argomento così complesso ma che ci riguarda così da vicino. È in gioco il nostro destino e quello delle prossime generazioni. Siamo convinti che evidenziare il legame tra investimenti e fossili sia di fondamentale importanza nel processo verso la decarbonizzazione, e riteniamo quindi molto importante la sensibilizzazione sul ruolo che la finanza e l’economia giocano nella lotta contro i cambiamenti climatici.”

10 miti da sfatare sul disinvestimento dai combustibili fossili

Il disinvestimento è solo un’azione simbolica o ha una reale capacità di influenzare i modelli di investimento? Chi decide di disinvestire andrà incontro a perdite economiche? I combustibili fossili sono davvero essenziali per lo sviluppo dei Paesi più poveri?
Queste e altre questioni sono state affrontate nell’articolo “10 myths about fossil fuel divestment put to the sword”, scritto da Damian Carrington e apparso sul Guardian il 9 marzo 2015, del quale proponiamo la traduzione.

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1) Disinvestire dai combustibili fossili comporterà la fine della civiltà moderna.

È vero: gran parte dell’energia di oggi, così come molti materiali e sostanze utili come plastica e fertilizzanti, proviene dalle fonti fossili. La campagna per il disinvestimento, tuttavia, è ben consapevole che non ci sarà una cessazione immediata dell’utilizzo dei combustibili fossili  e tantomeno auspica il ritorno al tempo delle caverne, ognuno ad accendere il proprio fuoco. La campagna evidenzia invece come l’utilizzo sempre crescente delle fonti fossili costituisca la prima causa del fenomeno del surriscaldamento globale, e come questo rappresenti la vera minaccia per la civiltà moderna. Nonostante siano già in possesso di una quantità di riserve accertate tre volte superiore a quanto potrebbe essere bruciato stando agli accordi internazionali dei governi sul clima, le società legate ai combustibili fossili continuano a sborsare ingenti somme per scovare nuovi giacimenti. Fatte queste considerazioni, quindi, appare sensato ritirare i propri investimenti dalle aziende impegnate a gettare benzina sul fuoco del cambiamento climatico.

2) Noi tutti usiamo combustibili fossili ogni giorno, per cui disinvestire è ipocrita

Anche in questo caso, la questione non è la fine dell’uso delle fonti fossili dal giorno alla notte. Al contrario, l’organizzazione 350.org – che guida la campagna per il  disinvestimento a livello internazionale – richiede agli investitori di impegnarsi a liquidare i propri  investimenti in carbone, petrolio e gas nell’arco di cinque anni. È vero che si continueranno a bruciare combustibili fossili anche in seguito, ma il punto è quello di invertire la tendenza odierna di un crescente aumento delle emissioni di carbonio in una tendenza di costante diminuzione di tali emissioni.  Inoltre, alcuni di coloro che sostengono la strategia “disinvestire-investire” trasferiscono capitali nell’energia pulita e nell’efficienza energetica, settori che hanno già iniziato a guidare la transizione verso un mondo a bassa intensità di carbonio.


3) Disinvestire non è un’azione significativa, ma solo un gesto politico

Liberarsi di qualche azione legata ai combustibili fossili non porta, nell’immediato, ad alcun cambiamento significativo nella quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Tuttavia, quest’argomentazione non ha niente a che vedere con l’essenza del significato del disinvestimento, che mira a togliere legittimità all’industria dei combustibili fossili il cui attuale modello di business porterà a “gravi, diffusi e irreversibili” impatti sulle persone. Il disinvestimento, infatti, opera tramite stigmatizzazione, come sottolineato in un rapporto della Oxford University: “Il risultato del processo di stigmatizzazione pone una minaccia su vasta scala per le aziende legate ai combustibili fossili. Qualsiasi impatto diretto impallidisce al confronto. “

L’argomentazione del “gesto politico”, inoltre, trascura il potere politico dell’industria dei combustibili fossili, la quale soltanto negli Stati Uniti ha speso nel 2012 più di 400 milioni di dollari (265 milioni di sterline) in lobbying e donazioni. Erodere questa capacità di lobbying comporta una maggiore libertà d’azione per i politici, e lo studio della Oxford University ha dimostrato che le precedenti campagne di disinvestimento – contro l’apartheid in Sud Africa, il tabacco e le violenze in Darfur – sono state tutte seguite da nuove leggi restrittive.

Questi paragoni evidenziano anche la dimensione morale al centro della campagna di disinvestimento dalle fonti fossili. Un’altra considerazione, di natura economica, avverte gli investitori che i loro capitali legati ai combustibili fossili potrebbero perdere di valore, qualora il cambiamento climatico fosse contrastato seriamente. Infine, supportare il disinvestimento non significa rinunciare a fare pressione diretta sui politici affinché agiscano, né rinunciare a qualsiasi altra campagna sul cambiamento climatico.

4) Il disinvestimento è inutile: non può far fallire le industrie del carbone, petrolio e gas

Un numero sempre maggiore di organizzazioni sta disinvestendo, dal Consiglio comunale di Oslo alla Stanford University al Rockefeller Brothers Fund, ma di certo le somme sono relativamente piccole rispetto al grande valore delle aziende legate alle fonti fossili.[1] Tuttavia l’obiettivo del disinvestimento non è far fallire le società di combustibili fossili da un punto di vista finanziario, bensì morale. Questo minerebbe la loro influenza e contribuirebbe a creare le condizioni per forti politiche di tagli alle emissioni di carbonio, che potrebbero avere conseguenze finanziarie.

Gli investitori stanno già cominciando a mettere in discussione il valore futuro dei capitali delle società di combustibili fossili. Per esempio, è da notare come nessuna grande banca è disposta a finanziare il colossale progetto del bacino carbonifero Galilea in Australia. Questo mito può anche essere ribaltato considerando il rischio che le aziende legate alle fonti fossili mandino in bancarotta i loro investitori. Molte voci autorevoli – come il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim e quello della Banca d’Inghilterra Mark Carney – hanno infatti avvertito che gli sforzi volti a contrastare i cambiamenti climatici potrebbero rendere molte riserve di combustibili fossili inutili e senza valore. Se l’abbandono delle fonti fossili non avviene in modo graduale e pianificato, gli investitori potrebbero ritrovarsi a perdere migliaia di miliardi di dollari non appena scoppierà la “bolla di carbonio”.

5) Disinvestire significa cedere delle azioni a prezzo stracciato a quegli investitori che non hanno nessuna attenzione riguardo ai cambiamenti climatici.

Per vendere un titolo occorre avere un acquirente. Ma le somme oggetto di disinvestimento sono ancora troppo piccole per influenzare il mercato e ridurre i prezzi delle azioni, quindi quest’ultimi non saranno economici. Inoltre gli acquirenti delle azioni stanno correndo il rischio che i titoli legati ai combustibili fossili possano risultare fallimentari in futuro se le nazioni del mondo rispetteranno il loro impegno di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei  2 °C tagliando drasticamente le emissioni di carbonio[2]. Se questi titoli sono rischiosi, allora le istituzioni pubbliche che per prime sono chiamate in causa dal disinvestimento non dovrebbero possederne. Il fatto che possedere azioni significhi avere influenza su un’azienda ci porta direttamente al prossimo mito sul disinvestimento.

6) La pressione degli azionisti sulle aziende di combustibili fossili è il modo migliore per guidare il cambiamento

Questo argomento sarebbe fondato se ci fossero prove evidenti per sostenerlo. Quando, per  citare un caso, il Guardian ha chiesto al Wellcome Trust di fornire esempi in cui la pressione degli azionisti aveva portato a un cambiamento, il Wellcome Trust non è stato in grado di rispondere. Inoltre, come l’attivista Bill McKibben ha sottolineato, difficilmente tale pressione potrebbe convincere una società a un impegno che la porterebbe in ultima analisi ad uscire dal mercato. In effetti alcuni regolatori del mercato,  a titolo esemplificativo quelli negli Stati Uniti, non consentono questo tipo di coinvolgimento.

Il grande esperto ambientalista Jonathon Porritt ha trascorso molti anni impegnandosi direttamente con le aziende dei combustibili fossili, solo per arrivare alla recente conclusione che tali sforzi sono stati vani. Tuttavia un coinvolgimento serio potrebbe portare alcuni cambiamenti, e nel 2015, infatti, sia BP che Shell hanno dovuto supportare alcune risoluzioni presentate dagli azionisti. Ma tali risoluzioni  hanno bisogno di specifiche proposte di cambiamento e scadenze per essere efficaci. In ogni caso, non si tratta di una  scelta tra due alternative: molti attivisti vedono infatti il disinvestimento come il bastone e il coinvolgimento degli azionisti come la carota, entrambi mirati allo stesso obiettivo finale.

7) Il disinvestimento significa che gli investitori perderanno denaro

Molti di coloro che hanno disinvestito finora sono organizzazioni filantropiche, università e istituzioni religiose che usano le sovvenzioni per finanziare le proprie opere di bene. La svendita di tutti i titoli legati ai combustibili fossili potrebbe ridurre di molto le loro entrate, dicono i critici, visto che le aziende del settore hanno rappresentato degli investimenti molto redditizi nel corso degli ultimi decenni.

La prima risposta a questa affermazione è che, per molti di questi gruppi, il denaro non è più forte dei principi etici. La seconda è che, quando si tratta di investimenti, il passato non ha niente a che vedere con il futuro. Negli ultimi anni il valore delle riserve di carbone è precipitato, così come ha fatto il prezzo del petrolio negli ultimi mesi, il che significa che il recente disinvestimento da alcuni fondi ha in realtà evitato delle perdite. Una serie di analisi ha inoltre suggerito che il disinvestimento non debba necessariamente intaccare i profitti.

Naturalmente i prezzi del petrolio potrebbero conoscere una ripresa, e forse perfino quelli del carbone. Tale volatilità tuttavia è sgradita agli investitori, i quali cercano entrate costanti. Per quanto riguarda gli investitori a lungo termine, essi sono stati messi in guardia dalle principali istituzioni finanziarie – tra cui HSBC, Citi, Goldman Sachs e Standard and Poor’s – sui rischi posti dagli investimenti nei combustibili fossili, in particolare per quanto riguarda il carbone.

Forse il modo migliore per rispondere a questo mito è il motto “provare per credere”: più di 180 organizzazioni, infatti, si sono già domandate se il disinvestimento possa rappresentare un aiuto o un ostacolo per i loro obiettivi, per poi decidere di metterlo in atto.[3] Il caso più emblematico è rappresentato dal Rockefeller Brothers Fund, legato a un noto gruppo petrolifero. Valerie Rockefeller Wayne si è resa conto che finanziare le aziende che causano i problemi che si cerca di affrontare con i programmi della fondazione stessa è una cosa abbastanza stupida: “Avevamo degli investimenti che mettevano a rischio le nostre donazioni.

8) I combustibili fossili sono fondamentali per porre fine alla povertà nel mondo

Coloro che sono a favore dei combustibili fossili spesso affermano che carbone, petrolio e gas sono alla base del mondo moderno e che sono fondamentali per migliorare le vite delle persone più povere. È un’argomentazione che fa leva sull’emotività, ma l’ultimo report dell’IPCC (il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), – scritto e revisionato da migliaia di autorevoli esperti a livello mondiale e approvato da 195 Paesi – giunge alla conclusione diametralmente opposta: il cambiamento climatico causato dalla combustione incontrollata delle fonti fossili rappresenta “una minaccia per lo sviluppo sostenibile”.

Il report avverte inoltre che il surriscaldamento globale potrebbe avere un impatto serio e irreversibile sulle persone e che “limitare i suoi effetti è necessario per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e giustizia, e di conseguenza per sradicare la povertà”. L’IPCC ha proseguito aggiungendo che si prevede che gli effetti del cambiamento climatico “prolungheranno la povertà esistente e creeranno nuove trappole della povertà”.

Non si potrebbe essere più chiari. La sfida è assicurare lo sradicamento della povertà attraverso un dispiegamento di tecnologia pulita su vasta scala, e cominciare a ritirare capitali dai combustibili fossili attraverso  il disinvestimento potrebbe essere di grande aiuto.

9) La maggior parte dei combustibili fossili sono di proprietà di società statali, non delle aziende quotate in borsa oggetto delle campagne di disinvestimento

È vero. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il 74% di tutte le riserve di carbone, petrolio e gas naturale sono di proprietà di società statali. La risposta più diretta a questa obiezione è che il disinvestimento è soltanto uno dei molti modi per cercare di frenare le emissioni di carbonio, e che sarà certamente fondamentale un’azione internazionale a livello statale. Ci sono però dei motivi che spiegano perché il disinvestimento potrebbe essere d’aiuto. Le aziende di combustibili fossili elencate hanno una grande influenza e minare il loro potere potrebbe incoraggiare i politici dei maggiori paesi ad intraprendere delle azioni climatiche ambiziose a livello internazionale.

Tuttavia, molte delle maggiori società statali vendono le proprie azioni mentre allo stesso tempo stipulano contratti con le aziende quotate in borsa per aiutarle ad estrarre le loro riserve. Inoltre, le riserve controllate dallo stato tendono ad essere le più semplici ed economiche da estrarre e son quindi verosimilmente quelle che esauriranno l’ultima parte rimanente del budget di carbonio dell’atmosfera, vale a dire i circa mille miliardi di tonnellate di carbonio che gli scienziati dichiarano essere la soglia oltre la quale gli impatti dei cambiamenti climatici diventeranno più pericolosi. Infine, gli idrocarburi estraibili con i metodi più costosi e impattanti – come le sabbie bituminose e le riserve situate nell’Artico e nei fondali marini – che dovrebbero tassativamente restare nel sottosuolo, sono ad appannaggio quasi esclusivo delle aziende target delle campagne di disinvestimento.

10) Il modo in cui gli altri investono il proprio denaro non è affar tuo

In primo luogo, alcuni attivisti per il disinvestimento hanno come target i propri stessi fondi pensione: sono i loro soldi. Ma anche se così non fosse, l’impatto degli investimenti in combustibili fossili non si limita soltanto ai titolari degli investimenti stessi. Le emissioni di carbonio dovute alla combustione delle fonti fossili sono tra le cause del cambiamento climatico che colpisce tutta la popolazione del pianeta. Inoltre, l’argomentazione del “non sono affari tuoi” implicherebbe una delegittimazione di qualsiasi campagna per il disinvestimento, senza le quali i danni provocati dal tabacco e dall’apartheid in Sud Africa sarebbero potuti continuare molto più a lungo.

Traduzione a cura di Italian Climate Network e FOCSIV.

[1] In seguito a una crescita esponenziale degli impegni di disinvestimento, i capitali gestiti dalle organizzazioni che hanno deciso di disinvestire ammonta nel dicembre 2016 a un valore complessivo di circa 5.200 miliardi di dollari. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

[2] L’Accordo di Parigi, siglato in occasione della COP 21 nel dicembre 2015, ha sancito ufficialmente l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C, da parte dei 195 Paesi firmatari.

[3] Al dicembre 2016, le istituzioni e organizzazioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 688. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.