Guida al disinvestimento dai combustibili fossili

Traduzione italiana della guida sui fondamenti del disinvestimento pubblicata da The Guardian: che cosa significa, perché è così urgente e quali sono gli effetti sul cambiamento climatico

 

fossil-free-flag

 

Che cos’è il disinvestimento dai combustibili fossili?

Il disinvestimento è l’opposto dell’investimento: è la rimozione degli investimenti in azioni, titoli di stato o altri fondi.  Il movimento mondiale per il disinvestimento dai combustibili fossili chiede alle istituzioni di rimuovere i propri soldi dalle società petrolifere, legate al carbone o al gas sulla base di motivi sia morali che economici. Classici target delle richieste di disinvestimento sono università, istituzioni religiose, fondi pensione, enti locali e fondazioni di beneficienza.

Si tratta della campagna di disinvestimento con il tasso di crescita più rapido della storia, e, secondo uno studio della Oxford University, potrebbe causare seri danni alle aziende legate a petrolio, carbone e gas. Le precedenti campagne di disinvestimento hanno avuto come obiettivo l’industria del tabacco, quella del gioco d’azzardo o le aziende che contribuivano ad alimentare il conflitto in Darfur, ma il disinvestimento è probabilmente meglio conosciuto per il suo ruolo nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Di che cosa si tratta e perché disinvestire?

Quasi tutti gli argomenti a favore del disinvestimento dai combustibili fossili rientrano in due categorie: quella morale e quella economica.

Partendo dall’argomentazione morale, questa trova il suo fondamento nei principi della matematica. Diverse ricerche scientifiche dimostrano che, al fine di rispettare gli obiettivi internazionali per limitare l’aumento delle temperature a 2°C e prevenire così gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, tra i due terzi e i quattro quinti delle fonti fossili devono rimanere nel suolo.
Tuttavia le aziende legate ai combustibili fossili contano sul fatto che questi obiettivi non saranno raggiunti e continuano perciò a estrarre e vendere dalle proprie riserve, cercandone anzi attivamente sempre di nuove. Facendo questo, dirigono la razza umana su un sentiero che conduce ad un cambiamento climatico irreversibile, con  conseguenze quali l’innalzamento del livello delle acque, alluvioni, siccità, sempre più malattie, più conflitti e crisi migratorie.
Le Nazioni Unite hanno prestato la loro “autorità morale” alla campagna per il disinvestimento, mentre Desmond Tutu[1] ha affermato che “le persone che hanno una coscienza devono rompere i legami con le corporazioni che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

La seconda argomentazione è di tipo finanziario, e si basa sulla premessa che se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati, gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il proprio valore. L’ipotesi che queste “riserve bloccate” stiano creando una “bolla di carbonio” da migliaia di miliardi di dollari che potrebbe portare il mondo ad una nuova crisi finanziaria è l’oggetto di un’indagine della Banca d’Inghilterra, dopo che il suo direttore Mark Carney ha affermato pubblicamente che “la grande maggioranza delle riserve fossili non possono essere bruciate”.
La Banca Mondiale si è dichiarata favorevolmente rispetto all’argomento finanziario per il disinvestimento, con il presidente Jim Yong Kim che ha dichiarato che “ogni società, investitore e banca che protegge nuovi ed esistenti investimenti che tengano conto dei rischi climatici è semplicemente pragmatico”.
Anche se l’impatto del disinvestimento sui prezzi dei titoli potrebbe essere relativamente piccolo, il danno alla reputazione può comportare serie conseguenze finanziarie.

Che cos’è il budget di carbonio?

Il budget di carbonio è la quantità di gas serra che può ancora essere immessa nell’atmosfera senza che la soglia di allarme per il riscaldamento globale venga superata, ovvero l’obiettivo dei 2°C concordato dai governi.[2] Nel 2013, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, o comitato intergovernativo sul cambiamento climatico) ha stimato per la prima volta una cifra per il budget di carbonio[3], annunciando che il mondo produce circa 50 miliardi di tonnellate di gas serra all’anno. È anche molto probabile che più del 20% dell’anidride carbonica (CO2) emessa  finora resterà nell’atmosfera per più di 1.000 anni anche nel caso in cui le emissioni causate dall’uomo dovessero cessare. Ciò significa che se continuiamo ad emettere CO2 ai livelli attuali, useremo il budget di carbonio rimanente entro i prossimi 15-25 anni.[4] Siccome abbiamo già sfruttato i due terzi del budget, l’IPCC ha esortato i governi ad agire rapidamente, prendendo in considerazione il concetto e la stima del budget di carbonio come base per la negoziazione degli accordi internazionali.

Che cos’è la “bolla di carbonio”?

La “bolla di carbonio” è un termine usato da regolatori, società finanziarie e attivisti per descrivere la sopravvalutazione dei titoli legate alle riserve di gas, carbone e petrolio possedute  dalle imprese operanti nel comparto dei combustibili fossili in tutto il mondo. Se i governi perseguono gli obiettivi internazionali sulle emissioni di anidride carbonica al fine di frenare il cambiamento climatico, tra i due terzi e i quattro quinti di queste riserve non dovrebbero essere utilizzate, rendendole prive di valore. Siccome le società di combustibili fossili sono tra le più ricche al mondo, queste” riserve bloccate” hanno il potenziale di innescare una nuova crisi finanziaria nel caso in cui gli investitori si ritirino velocemente uno dopo l’altro.

La bolla di carbonio potrebbe stare gonfiando titoli per un valore di migliaia di miliardi di dollari, come riporta una ricerca pubblicata nel 2013 dal think-tank “Carbon Tracker” e una realizzata dall’economista Lord Nicholas Stern, l’autore dell’eponimo report del 2006 commissionato da Gordon Brown – allora ministro delle finanze britannico – riguardo alle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. La Shell ha rifiutato questa teoria, preannunciando in una lettera ai suoi azionisti che i combustibili fossili rappresenterebbero tra il 40% e il 50% del rifornimento energetico fino al 2050 e oltre. La Banca d’Inghilterra ha condotto un’inchiesta per quanto riguarda i danni potenziali  di una “bolla di carbonio” sull’economia, sottolineando l’importanza di attuare una transizione graduale degli investimenti dai settori attuali a quelli a bassa intensità di carbonio e cercando di prevedere il più possibile i rischi associati.

Chi ha disinvestito?

Più di 220 istituzioni nel mondo si sono impegnate in vari modi a disinvestire dai combustibili fossili, tra cui fondi pensione, fondazioni,  università, istituti religiosi ed enti locali.[5]
Una coalizione di fondazioni filantropiche, inclusi gli eredi della fortuna petrolifera Rockefeller, ha iniziato a ritirare i suoi investimenti  dalle fonti fossili nel 2014, mentre tra le città che hanno disinvestito si annoverano San Francisco, Seattle e Oslo. Il più grande fondo sovrano del mondo, il Norway’s Government Pension Fund Global (GPFG – Fondo Pensioni  del Governo Norvegese), ha rivelato di recente di avere ridotto i suoi investimenti in 114 società, tra cui aziende produttrici di sabbie bituminose, per motivi riguardanti i cambiamenti climatici.
La Chiesa d’Inghilterra ha disinvestito dai combustibili fossili più inquinanti, mentre il World Council of Churches (Consiglio Mondiale delle Chiese), che rappresenta mezzo miliardo di cristiani nel mondo, ha eliminato ogni sorta di investimenti nei combustibili fossili.
Nell’ottobre del 2014, la Glasgow University è stata la prima in Europa a impegnarsi in questa direzione. Negli Stati Uniti d’America, la Syracuse University è la più grande ad avere disinvestito dall’industria del carbone, del petrolio e del gas, mentre la Stanford University sta rimuovendo le sue azioni dalle società del carbone. Il 23 giugno del 2015, la Federazione Mondiale delle Chiese Luterane ha annunciato che avrebbe disinvestito dalle società di combustibili fossili, azione che interessa gli investimenti attuali e futuri e che è stata confermata nel consiglio svoltosi nell’agosto 2015 a New Orleans.

Chi si è espresso contro il disinvestimento?

Una serie di istituzioni chiave si sono esplicitamente rifiutate di disinvestire.
Nel maggio del 2015, lo Swarthmore College (USA), il luogo di nascita del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili, ha preso la sorprendente decisione di non disinvestire, asserendo di concentrare i suoi sforzi ambientalisti sul cambiamento delle abitudini di consumo.
Nel marzo del 2015, il Guardian ha lanciato la campagna “Keep it in the Ground”, che fa appello alle fondazioni di beneficienza più grandi del mondo – la Wellcome Trust e la Bill and Melinda Gates Foundation – affinchè disinvestano. Entrambe le istituzioni si sono rifiutate: la Wellcome Trust sostiene che il coinvolgimento con le società di combustibili fossili rappresenti un modo più efficace per limitare le emissioni di CO2, mentre la Gates Foundation ha declinato qualsiasi commento.

L’ex sindaco di Londra Boris Johnson ha rifiutato l’appello del consiglio comunale a disinvestire il fondo pensione della città dai combustibili fossili, sostenendo che il disinvestimento è “un precipizio” e che il Regno Unito ha bisogno di affidarsi maggiormente alla tecnica del fracking – ovvero l’utilizzo di potenti getti d’acqua in grado di spaccare la roccia per farne uscire più agevolmente gas e petrolio – come fonte  di approvvigionamento  di energia.
L’ allora segretaria dell’ambiente inglese Liz Truss si è rifiutata di incoraggiare il disinvestimento dei fondi pensione dei parlamentari dai combustibili fossili, affermando al Guardian: “Credo che il giusto modo [per influenzare gli investimenti] sia attraverso gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio”.
La rettrice dell’Harvard University, Drew Gilpin Faust, ha respinto il disinvestimento come “né giustificato, né saggio”, chiamando i suoi investimenti “una risorsa economica, non un uno strumento per incitare ad un cambiamento politico o sociale”. La University of Edinburgh ha declinato gli appelli al disinvestimento, affermando che avrebbe dato la priorità all’impegno preso con le società dei combustibili fossili.

C’è differenza tra il disinvestimento dal carbone, dal petrolio e dal gas?

Esistono diverse opinioni tra gli attivisti e le istituzioni su che livello e che tipo di disinvestimento sia necessario intraprendere. Secondo il Lord liberal-democratico Dick Taverne, la campagna “Keep it in the Ground” “trascura la necessità di distinguere tra i vari combustibili fossili. La minaccia più significativa di un pericoloso aumento delle temperature globali deriva dall’uso del carbone… Nel breve o medio termine, il sostituto più efficace del carbone è il gas. Gli Stati Uniti hanno ridotto le emissioni di carbonio più di ogni altro paese poiché hanno sostituito il carbone con il gas”.
Varie istituzioni hanno preso simili posizioni nelle loro scelte di disinvestimento. La Stanford University (USA) e la London School of Hygiene and Tropical Medicine, per esempio, hanno deciso di disinvestire solamente dal carbone, mentre la Chiesa d’Inghilterra ha optato per il carbone termico e le sabbie bituminose, sostenendo che questi combustibili sono i più inquinanti a livello di emissioni di gas serra.

Ma Jamie Henn di 350.org ritiene che sia importante che le istituzioni disinvestano sia dal carbone che dal petrolio e dal gas:

nessuno [di questi combustibili] è compatibile con un futuro sostenibile.  Il carbone è un target facile. La maggior parte dei titoli investiti nell’industria del carbone hanno valori così bassi che, se ancora ne possiedi, o sei stupido o semplicemente malevolo. Il disinvestimento è una questione di buon senso. Ciò detto, gli impegni di disinvestimento fanno una differenza enorme, visto che accelerano il declino dell’industria e spingono i governi ad agire. Il carbone è quello che inquina maggiormente l’ambiente, ma è l’industria del petrolio che ha la maggiore influenza corruttiva sulla politica. Sono gli attori con il potere maggiore, che dobbiamo stigmatizzare per fare spazio al progresso ”.

Alcuni, come l’autrice e attivista Naomi Klein, hanno fatto appello affinchè il crollo dei prezzi del carbone e del petrolio sia utilizzato come un’opportunità  per contrastare il cambiamento climatico e “sbarazzarci del petrolio finché i prezzi sono bassi.”

Quali sono le argomentazioni contro il disinvestimento?

I critici del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili affermano che quest’ultimo è ipocrita, perché una società occidentale globalizzata (e con essa gli individui che la costituiscono) è dipendente da carbone, gas e petrolio per i suoi fabbisogni quotidiani.
Altri, come il giornalista del Financial Times John Gapper, sostiene che il movimento dovrebbe avere come obiettivo le aziende che emettono grandi quantità di emissioni di carbonio, anziché solamente i produttori. Gapper afferma che il movimento per il disinvestimento è solamente “un gran gesto simbolico” che non avrà alcun impatto finanziario perché altri investitori compreranno i titoli delle industrie che producono carburanti fossili.
Altri ancora, come l’editorialista del Times Matt Ridley, affermano che il movimento non è etico se si considera la questione della povertà, e cioè il fatto che i combustibili fossili sono necessari per consolidare l’economia dei paesi in via di sviluppo. Secondo la sua critica, il movimento per il disinvestimento esige che le istituzioni “diano priorità al benessere dei nostri pro-pro-nipoti sulle spalle o a discapito dei poveri odierni”.

Molte di queste argomentazioni vengono confutate nell’articolo sui 10 miti del disinvestimento.

Noi tutti usiamo i combustibili fossili, il disinvestimento non è dunque ipocrita?

Naturalmente molti dei prodotti e delle utenze di cui facciamo uso nella vita quotidiana – dal riscaldamento alla plastica – dipendono dai combustibili fossili. Ma il movimento per il disinvestimento non manderà in bancarotta l’industria da un giorno all’altro, e in effetti il suo impatto maggiore è a livello politico più che economico. Il movimento sostiene che i combustibili fossili ci portano verso livelli catastrofici di cambiamento climatico e che il mondo ha bisogno di basare il suo consumo su risorse ben più sostenibili, e che questa transizione deve avvenire velocemente.

I consumatori possono naturalmente essere pro-attivi e apportare cambiamenti al loro stile di vita, che rimane un fattore importante. Tuttavia, sono i produttori che hanno il potere di fare la differenza che porterà o non porterà a raggiungere gli obiettivi internazionali stabiliti per evitare che il cambiamento climatico avvenga su una scala catastrofica e irreversibile. Questi produttori sono però attualmente impegnati a seguire modelli di business che ci porteranno ben oltre i limiti ammissibili.

I titoli sui combustibili fossili non verranno comprati da altri?

Sì, altri potrebbero comprare i titoli, sebbene l’ammontare che viene disinvestito attualmente è troppo piccolo per influenzare significativamente il mercato e ridurre il prezzo delle azioni, e di conseguenza quest’ultime non potranno venire acquistate a basso prezzo. Questo ci porta dritto all’essenza dell’impatto del movimento per il disinvestimento, il cui scopo non è causare la bancarotta economica dell’industria delle fossili, ma farlo moralmente e politicamente. Come una ricerca dell’University of Oxford mette in evidenza, la perdita finanziaria dovuta alla campagna del disinvestimento con il tasso di crescita più veloce nella storia non sarà causata tanto dalla vendita dei titoli, quanto tramite la perdita di reputazione che subiranno le società dei carburanti fossili a causa della loro stigmatizzazione.

Tuttavia, la campagna di disinvestimento dai combustibili fossili non si limita ad un’asserzione morale: ne sostiene anche una economica. I titoli investiti nelle società di combustibili fossili alimentano dei modelli di business che sono totalmente incompatibili con gli accordi internazionali sulla mitigazione del cambiamento climatico. Se i governi rispettano questi accordi, gli investimenti perderanno il loro valore, dunque disinvestire ora sembra economicamente più ragionevole.

Le organizzazioni che disinvestono perderanno dei soldi?

Non necessariamente: in realtà potrebbero persino guadagnarci economicamente. Società come la HSBC hanno avvisato i propri clienti dei rischi legati agli investimenti nei combustibili fossili. Malgrado le aziende operanti nel settore delle fossili siano tra le più redditizie al mondo, l’argomento delle riserve bloccate – ossia il fatto che gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il loro valore se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati – suggerisce che il valore di tali aziende è largamente sovrastimato.

Il prezzo del carbone è diminuito sensibilmente nel corso degli ultimi anni, e il prezzo del petrolio ha fatto altrettanto negli anni recenti. Un’analisi del MSCI, società leader a livello mondiale per quanto riguarda l’indice del mercato azionario, ha evidenziato come i portafogli azionari privi di titoli legati ai combustibili fossili abbiano dato risultati più soddisfacenti negli ultimi cinque anni rispetto a quelli comprendenti titoli in aziende legate a carbone, gas o petrolio.
Ci sono anche molte opportunità di investimento nell’economia verde.  Alcuni ricercatori prevedono che le energie rinnovabili diventeranno la fonte di elettricità meno costosa nel prossimo decennio: il costo di quella solare è diminuito di due terzi tra il 2008 e il 2014, secondo il think-tank IEA.

Il disinvestimento significherà perdere influenza sulle società che producono combustibili fossili?

Jeremy Farrar, direttore del Wellcome Trust, sostiene questo punto di vista affermando che “non tutte le aziende legate alle fonti fossili sono uguali”, e possono essere influenzate attivamente attraverso l’impegno degli azionisti. Questo potere va perduto se un’istituzione disinveste.
Tuttavia esistono pochi casi di impegno che hanno portato a un cambiamento significativo. La stessa Wellcome Trust, per esempio, afferma che non possono comunicare simili risultati senza perdere la fiducia delle aziende sulle quali stanno facendo pressione. Un caso recente che viene spesso citato riguarda le risoluzioni degli azionisti della British Petroleum e della Shell, i quali hanno richiesto di verificare quanto i loro modelli di business siano compatibili con gli accordi internazionali sul cambiamento climatico. Tuttavia, sono stati sollevati dei dubbi sul potenziale impatto delle risoluzioni e la misura in cui gli attivisti abbiano collaborato con i giganti del petrolio dietro le quinte.

Il coinvolgimento degli azionisti può funzionare in alcuni casi – ad esempio per convincere le aziende  a pagare almeno il salario minimo ai propri dipendenti o ad adottare pratiche di riciclo migliori – ma come ha sottolineato l’attivista Bill McKibben è improbabile persuadere una società a impegnarsi in un cambiamento che in ultima analisi la porterà a ritirarsi dal mercato. Il leader ambientalista Jonathon Porritt ha passato molti anni cercando di influenzare come azionista tali società, ma ha concluso recentemente che i suoi sforzi sono stati futili. Vale anche la pena notare che alcuni regolatori di mercato, ad esempio negli Stati Uniti, non permettono questo tipo di strategia da parte degli azionisti.

I miei soldi sono investiti nei combustibili fossili?

Quasi certamente. Molte delle banche più importanti, tra cui HSBC, Lloyds, Barclays, Royal Bank of Scotland e  Santander, hanno milioni e milioni investiti nel settore. La maggior parte dei fondi d’investimento, incluse le migliaia di miliardi dei fondi pensione, investono ampiamente nei combustibili fossili e non offrono ai risparmiatori un’alternativa che escluda tali titoli, nonostante la richiesta sia in aumento. Nel Regno Unito, l’organizzazione benefica per gli investimenti responsabili Share Action aiuta a influenzare gli enti che gestiscono i fondi pensione, mentre Move your Money fa lobbying sulle banche affinché disinvestano.

Come parte della campagna “Keep it in the Ground”, il Guardian ha collaborato con Share Action per creare uno strumento online che aiuti a contattare la persona giusta nel fondo pensione di riferimento.

Va bene, sono interessato a disinvestire. Che cosa implica? Quanto ci si mette?

Se è personalmente interessato/a a disinvestire o a fare pressione sulle istituzioni alle quali è connesso/a per disinvestire, può verificare quali sono le campagne sul tema attive nel suo Paese.[6] Se ricopre una posizione di potere all’interno di un’organizzazione che potrebbe considerare l’ipotesi di disinvestire dai combustibili fossili, dovrebbe prima di tutto consultare i suoi consulenti per gli investimenti. È probabile che vi indirizzeranno ai principi dell’ONU per un investimento responsabile, che, seppure non privi di significato, rimangono meri principi e non  richiedono un concreto impegno di disinvestimento.

Un primo passo comunemente intrapreso è quello di congelare qualsiasi nuovo investimento nei combustibili fossili durante lo svolgimento di una revisione, la quale può durare diversi mesi. Varie istituzioni hanno definito il disinvestimento in vari modi, ma il movimento internazionale per il disinvestimento esorta alla rimozione degli investimenti dalle 200 maggiori aziende a livello mondiale (100 legate al carbone e 100 a gas e petrolio) in termini di emissioni di carbonio previste sulla base delle loro riserve.
Una volta che un’istituzione prende l’impegno di disinvestire può rimuovere i suoi investimenti diretti in queste società, o in maniera immediata o gradualmente in un arco di tempo determinato.

Successivamente vi è la questione degli investimenti indiretti: questi sono molto più difficili da rimuovere poiché si trovano in fondi combinati, ossia mix di titoli provenienti da diversi conti. I gestori di fondi che offrono opzioni d’investimento prive di combustibili fossili sono attualmente una minoranza. Gli investitori possono aprire un dialogo con i gestori o con i consulenti riguardo ai rischi legati al carbonio, oppure  passare a gestori che siano disponibili e in grado di creare fondi privi di titoli relativi alle fonti fossili. Per la seconda opzione è necessario molto più tempo: un orizzonte di cinque anni è in questo caso normale.

Altre organizzazioni, come la University of Sydney e un gran numero di fondi pensione, hanno intrapreso la strada della decarbonizzazione. Ciò significa l’impegno a eliminare le emissioni di anidride carbonica da tutte le aziende nei loro portafogli, anziché prendere come obiettivo esclusivamente le società legate ai combustibili fossili. Anche le Nazioni Unite hanno appoggiato la coalizione di investitori che ha intrapreso questo approccio, chiamata la coalizione del portafoglio della decarbonizzazione.

Dove possono essere reinvestiti i soldi disinvestiti dalle azioni in combustibili fossili?

Benché il movimento del disinvestimento non stabilisca dove gli investitori debbano spostare il proprio denaro, alcune istituzioni e attivisti hanno rivolto l’attenzione verso la green economy. Quando la Syracuse University ha disinvestito dai combustibili fossili si è impegnata allo stesso tempo a investire in una serie di soluzioni e processi green, che includono l’energia solare, i biocombustibili e il riciclaggio spinto. Diverse tra le fondazioni principali che fanno parte della coalizione Divest-Invest, tra cui la Rockefeller Brothers Fund e la Wallace Global Fund, hanno condiviso questo approccio.

Ikea è un esempio di multinazionale che si è focalizzata sugli investimenti in energie rinnovabili anziché sul disinvestimento dai combustibili fossili, investendo 1.1 miliardi in tecnologie per le energie pulite e riuscendo due anni fa a soddisfare quasi la metà del suo fabbisogno energetico totale grazie alle proprie fonti di energia rinnovabile. Le piattaforme di investimento etico possono aiutare a costruire un portafoglio di investimento “pulito”, come fa Ethex, un’organizzazione non-profit che lavora con i singoli investitori e consulenti finanziari per mettere in evidenza alternative economiche sostenibili rispetto ai classici investimenti in borsa.

Quali organizzazioni investono nei combustibili fossili?

La maggior parte delle istituzioni, tra cui università, organizzazioni religiose, enti locali, fondi pensione e organizzazioni benefiche posseggono dei capitali che sono quasi certamente investiti in una certa misura nell’industria dei combustibili fossili. Gli attivisti stanno mettendo in discussione questi investimenti a livello locale, nazionale ed internazionale, e come risultato molte organizzazioni hanno iniziato a disinvestire.
Puoi scoprire di più sul disinvestimento attraverso la campagna internazionale “Fossil Free” – condotta da 350.org – e la campagna #DivestItaly per quanto riguarda l’Italia.

 

Traduzione dell’articolo “A beginner’s guide to fossil fuel divestment” – scritto da Emma Howard e apparso sul Guardian il 23 giugno 2015 – a cura di FOCSIV e campagna #DivestItaly.

 

[1] Arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1984.

[2] L’Accordo di Parigi, stipulato in occasione della COP 21 nel Dicembre 2015, ha in seguito sancito l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C  .

[3] Secondo la stima dell’IPCC, le emissioni totali cumulate non devono eccedere le mille giga tonnellate (= 1.000 miliardi di tonnellate) di anidride carbonica per contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C.
https://www.theguardian.com/environment/2013/sep/27/ipcc-world-dangerous-climate-change

[4] Secondo una recente analisi effettuata dall’ong internazionale 350.org, il lasso di tempo in cui il budget di carbonio andrebbe ad esaurirsi sarebbe ancora più limitato.
http://www.divestitaly.org/lasciamoli-sotto-terra-ma-quanto/

[5] In seguito ad una crescita esponenziale, nel novembre 2016 le istituzioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 623, rappresentando un patrimonio del valore complessivo di circa 3.400 miliardi di dollari.
http://gofossilfree.org/commitments/.

[6] In Italia è attiva la campagna #DivestItaly, che mira a diffondere informazioni e aumentare la consapevolezza rispetto al tema del disinvestimento dalle fonti fossili e a esortare una serie di istituzioni a prendere impegni concreti di disinvestimento.

Continua l’ondata di disinvestimento nel mondo cattolico con l’adesione di Aggiornamenti Sociali alla campagna #DivestItaly!

logo-as

 

In concomitanza con l’annuncio congiunto di disinvestimento dalle fonti fossili da parte di 8 istituti cattolici a livello globale, tra cui la FOCSIV e le Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli, la campagna #DivestItaly registra un’ulteriore passo in avanti. La rivista Aggiornamenti Sociali dichiara infatti non solo la propria volontà di aderire a #DivestItaly, ma, attraverso il suo editore, la Fondazione Culturale San Fedele, si impegna a ritirare i propri investimenti dal settore dei combustibili fossili e a reindirizzarli in quello delle energie rinnovabili.

Espressione del Centro Studi Sociali dell’ordine dei Gesuiti, Aggiornamenti Sociali affronta da oltre 60 anni le tematiche cruciali della vita sociale, politica ed ecclesiale in una prospettiva di fede cristiana, promozione della giustizia e dialogo interdisciplinare.

Secondo le parole del Direttore p.Giacomo Costa “liberarsi dai combustibili fossili è un impegno che dobbiamo all’ambiente, ma è anche una questione di giustizia. Infatti, come scrive lo stesso Francesco nella Laudato si’, “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
Una prospettiva, questa, pienamente condivisa dalla campagna #DivestItaly, e che si sta diffondendo in maniera crescente nel pensiero delle organizzazioni religiose di tutto il mondo.

FOCSIV annuncia la propria decisione di disinvestire dalle fonti fossili insieme ad altri 7 istituti cattolici

In occasione della festa di San Francesco d’Assisi, la FOCSIV e le Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli si uniscono ad altri 6 istituti religiosi cattolici di tutto il mondo nell’annunciare congiuntamente l’impegno ufficiale a ritirare i propri investimenti dalle fonti fossili.

divest-lettere

 

La giornata del 04 Ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, segna un’importante avvenimento per il movimento internazionale per il disinvestimento: 8 diversi istituti cattolici hanno infatti dichiarato pubblicamente la loro decisione di ritirare i propri investimenti nei combustibili fossili, nel più esteso annuncio congiunto di questo tipo mai avvenuto finora. Tra questi, spiccano i nomi italiani della FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli, che vanno ad aggiungersi ai Padri Gesuiti dell’Upper Canada, la Presentation Society in Australia e in Papua Nuova Guinea, la Sisters of St. Mary Health negli Stati Uniti, la Diocesi del Santo Spirito di Umuaramá nello stato brasiliano di Paraná e la Società Missionaria internazionale di San Colombano, presente a Hong Kong e in altri 14 stati del mondo. Sul piano internazionale è stato determinante il lavoro di coordinamento svolto dal Global Catholic Climate Movement (GCCM), network globale di istituti cattolici impegnati nella questione climatica al quale molte delle organizzazioni sopracitate aderiscono.

Si tratta di un ulteriore, importante passo in avanti nel percorso di sensibilizzazione e presa di coscienza del mondo religioso rispetto all’impatto degli investimenti nelle fossili, che fa seguito ad altri recenti avvenimenti in chiave divestment quali il riconoscimento pubblico del movimento per il disinvestimento da parte del Cardinale Peter Turkson, o l’annuncio da parte del Governo del Marocco (che ospiterà a Novembre la COP 22) di dotare 600 mosche in tutto il territorio nazionale di sistemi di energia solare entro Marzo 2019.

Secondo quanto affermato da Gianfranco Cattai, Presidente di FOCSIV, “l’annuncio di disinvestimento è per FOCSIV un impegno importante per la promozione della giustizia climatica. Siamo fermamente convinti che per contrastare i cambiamenti climatici dobbiamo agire alla radice del problema, eliminando il sostegno finanziario al settore dei combustibili fossili per reinvestirlo in fonti rinnovabili. […] Continueremo a sensibilizzare altri Istituti religiosi: insieme, come cattolici, abbiamo il dovere morale di essere testimoni di un impegno concreto per fermare la crisi climatica e promuovere la giustizia ambientale”.

La decisione di FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco rappresenta una tappa importante per la campagna #DivestItaly, che da oltre un anno si rivolge a soggetti di vario tipo – in particolare all’interno del mondo cattolico italiano – per incoraggiare a prendere la decisione di abbandonare gli investimenti nelle aziende legate alle fonti fossili. In particolare, l’annuncio di FOCSIV – che si è impegnata a ritirare progressivamente i propri investimenti nelle fossili nell’arco di 5 anni – testimonia ulteriormente l’impegno concreto dell’organizzazione sul tema del disinvestimento, iniziato con l’adesione a #DivestItaly nel Marzo 2016.

Con un numero di adesioni in costante crescita, il movimento internazionale per il disinvestimento si propone sempre più credibilmente come promotore di una strategia efficace per limitare le emissioni di gas serra e raggiungere i target di contenimento dell’aumento della temperatura globale fissati con l’Accordo di Parigi (+2°C rispetto all’era preindustriale, perseguendo ogni sforzo per rimanere al di sotto di +1,5°C). Una strategia per altro quanto mai necessaria, dal momento che per centrare tali obiettivi una quantità pari ad almeno l’80% delle riserve di combustibili fossili dovrà essere lasciata sotto terra.

 

“Lasciamoli sotto terra!”, ma quanto?

keep-it-in-the-ground

Fonte: go.fossilfree.org

 

Lo scorso anno, a Parigi, quasi tutti gli Stati del mondo si sono impegnati per mantenere il limite dell’innalzamento della temperatura globale “abbondantemente sotto i 2°C”, puntando all’obiettivo di 1,5°C. Purtroppo, però, c’è un grosso divario tra quanto concordato e le reali strategie di azione dei vari governi. Che cosa sarebbe quindi necessario fare affinché gli obiettivi fissati a Parigi siano raggiunti, evitando così gli effetti di un cambiamento del clima fuori da ogni controllo?


Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C: 200 Gt CO2
… non è però chiaro se questa stima non sia forse già eccessiva

Secondo gli scenari relativi a come raggiungere l’obiettivo degli 1,5°C, a partire dal 2016 potremo immettere ancora nell’atmosfera un massimo di 200 giga tonnellate di CO2 (fonte: IPCC), forse addirittura meno. Al momento le emissioni si attestano attorno alle 40 Gt di CO2 per anno (tenendo conto sia delle emissioni causate dalle fonti fossili, sia di quelle connesse ai cambiamenti nella destinazione del suolo).

Gli esperti, però, non parlano ormai più di mantenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C, ma piuttosto di riportarlo sotto questa cifra. Tutti gli scenari attuali che hanno come obiettivo gli 1,5°C implicano infatti un picco fino agli 1,7°C, per poi prevedere un graduale calo. Tale calo verrebbe raggiunto, in parte, anche grazie al cosiddetto Carbon Capture and Sequestration (CCS). Il CCS, il quale prevede l’impiego di strumenti per la cattura e il sequestro del carbonio, non è però ad oggi né una tecnologia pienamente sviluppata, né un’opzione economicamente vantaggiosa. Inoltre, anche qualora la tecnologia CCS si sviluppasse secondo le migliori previsioni possibili (con 3.800 progetti di CCS attivi entro il 2050), l’effettivo sequestro di carbonio inizierebbe solo a partire dal 2030, incrementando quindi l’ammontare del budget di carbonio consumabile di solo 125 Gt circa (fonte: Carbon Tracker, Unburnable carbon 2013).

In altre parole, ad oggi abbiamo già consumato fin troppo del nostro budget di carbonio per poter avere anche solo un 50% di possibilità di raggiungere il target degli 1,5°C. Da oggi in poi dovremmo quindi ridurre ogni singola tonnellata di carbonio che emettiamo.


Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro i 2°C: 470 Gt CO2

Nel caso in cui volessimo avere una minima possibilità di raggiungere il target dei 2°C, dovremmo considerare il livello attuale di emissioni come il massimo raggiungibile e vedere quindi tali emissioni ridursi drasticamente fin da subito. Per avere una possibilità di successo pari al 66%, a partire dal 2015 in poi non potremmo emettere più di 470 Gt di CO2 (fonte: NatureDifferences between carbon budget estimates unravelled). Questa  stima è la più bassa tra quelle proposte all’interno di un ventaglio di scenari possibili – i quali arrivano a considerare fino a un valore massimo di 1.020 Gt – e oltre alla CO2 tiene conto anche di altri gas serra, come ad esempio il metano.

Tradotto in pratica, questo significa che è necessario un “no” quanto mai deciso a tutto ciò che riguarda nuovi combustibili fossili: no a nuove centrali alimentate con combustibili fossili; no a nuovi impianti di estrazione; no a nuovi oleodotti; no a nuove trivellazioni; no a nuove fonti di finanziamento per le fonti fossili. D’altro canto diventa palese anche il bisogno di un taglio drastico alla produzione attuale di combustibili fossili.

 

Ammontare delle riserve dell’industria fossile: all’incirca tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2

A prescindere da quanto considerato finora, le industrie legate alle fonti fossili sono alla continua ricerca di nuovo carbone, petrolio e gas da bruciare.

È difficile fare una stima precisa della quantità delle attuali riserve di carbonio. Queste vengono infatti riportate dalle  stesse aziende e sono spesso soggette a studi di fattibilità economica – con la conseguenza che quantità significative di riserve fossili potrebbero non rientrare nella categoria delle “riserve accertate” nel momento in cui risultassero troppo costose da estrarre e, ad esempio, il prezzo del petrolio scendesse. Sulla base dei calcoli fatti dall’IPCC (Assessment report 5 – working group 3, pagina 525), in base alle stime effettuate  dall’industria fossile, le riserve di carbonio attualmente disponibili ammonterebbero a una cifra compresa tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2. Una cifra, questa, di molto superiore alla quantità di CO2 che potremo mai permetterci di bruciare.

Quando avevamo fatto il calcolo nel 2012, avevamo scoperto che l’80% delle riserve di combustibili fossili andrebbero lasciate dove sono, sotto terra. Ad oggi però, dato il ridursi del budget del carbonio disponibile e l’aumento delle riserve di combustibili fossili stimate, questo 80% potrebbe essere una percentuale da riconsiderare.

Che cosa possiamo fare quindi?

I vari dati e scenari appena presentati, pur aiutandoci a capire meglio la situazione attuale, rappresentano più dei punti di riferimento che non indicazioni precise.

Il caos climatico è già diventato realtà per molte persone in varie parti del mondo, e l’ulteriore innalzamento di 1,5°C della temperatura globale non farà che incrementare il livello di distruzione a cui già stiamo assistendo.

Sono proprio gli effetti del cambiamento climatico di cui siamo testimoni che ci impongono quindi di agire in fretta. Non è certo questo un problema che possiamo rimandare alla “seconda metà del secolo”, né al 2030, e nemmeno al 2020. Abbiamo urgentemente bisogno di iniziare fin da subito a lasciare sotto terra la maggior quantità possibile di combustibili fossili. Sono infatti le nostre azioni di oggi che determineranno la quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera e quale livello di gravità assumeranno i cambiamenti climatici.

Purtroppo però, abbiamo ben poche ragioni di sperare che siano i governi o le industrie fossili a mettere in atto le politiche di cui abbiamo urgentemente bisogno. Sta quindi ai cittadini il compito di agire per far sì che il carbone, il petrolio e il gas che non possiamo più permetterci di bruciare restino sotto terra, e il compito di costruire un futuro basato sulla generazione e distribuzione delle energie rinnovabili – un futuro che è già a portata di mano.

E sono proprio gli esempi di cittadinanza attiva che ci fanno ben sperare. Se tutti questi dati a proposito del budget di carbonio vi hanno buttato giù di morale, risollevatevi visitando breakfree2016.org, dove potrete trovare tante testimonianze di una mobilitazione senza precedenti che sta avendo luogo a livello globale per far sì che carbone, olio e gas restino sotto terra. Sono tante le persone che ogni giorno oppongono resistenza ai combustibili fossili, che lottano per impedire la nascita di nuovi progetti e per la dismissione di quelli esistenti, anche spingendo gli investitori a tagliare i loro legami con l’industria fossile.

La storia ci insegna che i movimenti partiti dal basso hanno spesso dato vita a grandi cambiamenti, anche in contesti dove questo sembrava impossibile. Non sappiamo come questa storia andrà a finire. Ma se ci deve essere un buon momento per iniziare a lottare, di certo quel momento è adesso. Unisciti a noi!

Traduzione di Elisa Kerschbaumer dell’articolo originale pubblicato sul sito go.fossilfree.org

 

I giovani di tutto il mondo fanno appello a Papa Francesco per il disinvestimento dalle fonti fossili

Foto Papa scritta Ita_JPEG 2

 

Ecco la lettera rivolta a Papa Francesco da parte dei movimenti giovanili di tutto il mondo per chiedere di incoraggiare apertamente il disinvestimento dalle fonti fossili all’interno del mondo cattolico!

 

Come anticipato nel corso della giornata di oggi, in occasione della veglia organizzata all’interno della  Giornata Mondiale della Gioventù da 350.org insieme al Global Catholic Climate Movement è stata resa pubblica la lettera rivolta a Papa Francesco da parte dei giovani di tutto il mondo, finalizzata a ringraziare il Pontefice per il suo impegno nella questione climatica e a chiedergli di lanciare un appello per il disinvestimento dalle fonti fossili all’interno del mondo cattolico.

Pubblichiamo qui di seguito la traduzione italiana della lettera (qui la versione originale in inglese), scritta da 350.org e firmata da oltre 140 organizzazioni e movimenti giovanili di ogni parte del mondo, che rappresenta un’importante iniziativa perché all’interno della Chiesa Cattolica venga avvertita come sempre più impellente l’esigenza morale di abbandonare gli investimenti nell’industria delle fonti fossili.

In Italia l’appello è stato promosso e diffuso dalla campagna #DivestItaly, che si sta rivolgendo prioritariamente proprio agli istituti e organizzazioni cattoliche per incoraggiarle a disinvestire dalle fonti fossili. In particolare, tra i gruppi giovanili firmatari c’è la Sezione Giovani di Italian Climate Network, mentre tra le organizzazioni che supportano l’iniziativa figura la FOCSIV, assieme a AIFOArticolo Novantanove – Associazione per il dialogo socialeAssociazione caritativa diocesana “Giustizia e Pace” di FanoCaritas Diocesana AgrigentoCOMICELIM, CVM – Comunità Volontari per il MondoFondazione Mondoaltro ONLUSGreenpeace ItaliaLegambiente nazionale.

 

La lotta efficace contro il riscaldamento globale sarà possibile unicamente attraverso una risposta collettiva responsabile, che superi gli interessi e i comportamenti particolari e si sviluppi libera da pressioni politiche ed economiche… Quando si parla di cambiamenti climatici, esiste pertanto un chiaro, definitivo e improrogabile imperativo etico ad agire.

Papa Francesco

Santissimo Padre,

Le scriviamo come giovani, come componenti delle istituzioni gesuite, cattoliche, cristiane, religiose e non, come persone di buona volontà, a nome di un’intera generazione. Siamo sull’orlo di una catastrofe climatica. La nostra generazione potrebbe diventare testimone di un incremento di 2ºC della temperatura globale, e assistere in prima persona ad alcuni degli effetti più gravi causati dal cambiamento climatico. Pur sull’orlo di questo precipizio, ci troviamo uniti in un vasto movimento globale che invoca giustizia ambientale. Nonostante le nostre differenze culturali, nazionali e religiose, ci riconosciamo come fratelli e sorelle di una comunità globale. Crediamo che la Giornata Mondiale della Gioventù rappresenti un’incredibile opportunità per imparare l’uno dall’altro riguardo ai nostri ruoli a salvaguardia dell’ambiente, e guardiamo a Lei come leader di questo movimento.

Dopo la pubblicazione della Sua enciclica “Laudato Si”, lo scorso giugno, siamo stati ispirati dal Suo appello per la giustizia climatica e per la consapevolezza della comunità globale e cattolica sulle cause sistemiche della crisi climatica. Concordiamo con le Sue critiche sulla mancanza di risposte al cambiamento climatico da parte dei nostri politici e governanti. Sant’Ignazio di Loyola ci ha incoraggiato a vedere Dio in tutte le cose: sfortunatamente, molti dei nostri leader stanno ignorando questa importante lezione. La risposta politica internazionale al cambiamento climatico è stata incredibilmente debole. Il messaggio che stiamo promuovendo nel mondo attraverso il nostro movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili richiama la Sua osservazione sul fatto che “la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti.” Ci troviamo completamente d’accordo con la sua analisi, Santo Padre, e vediamo nel disinvestimento un mezzo per ridurre il potere politico dei gruppi di interesse legati alle fonti fossili, un potere che fino a questo momento ha impedito l’adozione di un’appropriata legislazione sul clima. Come Lei ha affermato, le fonti fossili altamente inquinanti devono essere sostituite al più presto, e ciò non potrà accadere finché questi gruppi avranno un’influenza diretta sui processi politici.

Inoltre, il movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili afferma che “c’è un filo invisibile che collega tutte le numerose forme di esclusione e ingiustizia”, come Lei ha proclamato durante il Secondo Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari. In quell’occasione ha chiesto: “Riusciamo a riconoscerlo? Questi non sono problemi isolati. Mi chiedo se riusciamo a riconoscere che tali realtà distruttive sono parte di un sistema che è diventato globale. Sappiamo riconoscere che questo sistema ha imposto la logica del profitto a qualsiasi costo, senza preoccuparsi dell’esclusione sociale o della distruzione della natura?”

Noi rispondiamo di sì. Vediamo tutt’intorno a noi le terribili conseguenze del capitalismo estrattivo, del colonialismo, del razzismo sistemico e di altre forme di ingiustizia. La strategia del disinvestimento è fondamentale per il movimento per la giustizia climatica, poiché ci costringe a pensare a come le varie questioni siano interrelate su scala globale. Non si può affrontare veramente la crisi climatica e i problemi di ingiustizia ambientale se non si modifica il più ampio sistema che permette a tali ingiustizie di continuare ad esistere. Attraverso l’appello alle nostre istituzioni affinché ritirino i propri capitali dalle aziende legate alle fonti fossili e li reinvestano nelle energie rinnovabili indirizziamo il dibattito sui cambiamenti climatici sulla strada verso un nuovo sistema globale, di cui abbiamo urgentemente bisogno.

Nonostante le sfide colossali che la nostra generazione di giovani si trova ad affrontare abbiamo speranza nel futuro, e stiamo lottando per assicurarci un mondo dove un futuro di giustizia e stabilità sia possibile. Siamo stati ispirati e rinvigoriti dalla Sua testimonianza del Vangelo e dalle Sue sollecitazioni per un cambiamento reale e strutturale. Le chiediamo di fare appello alle nostre organizzazioni, così come ad altre istituzioni, affinché disinvestano dalle fonti fossili. Alcune delle più grandi organizzazioni cattoliche hanno ancora milioni di dollari investiti in aziende legate ai combustibili fossili, altamente inquinanti. Nell’arco di pochi anni questo movimento è cresciuto a una velocità straordinaria e ha raggiunto risultati importanti, tuttavia molte delle nostre istituzioni, pur facendo riferimento a valori cristiani, stanno purtroppo ignorando il Suo appello per la giustizia climatica rifiutandosi di disinvestire. Le chiediamo inoltre di proseguire gli sforzi per il disinvestimento del Suo stesso “campus”, dal momento che il Vaticano ha la stessa responsabilità delle nostre università o istituzioni nel rompere i propri legami con l’industria delle fonti fossili. Crediamo con tutto il cuore ai valori cattolici di protezione della Terra e delle persone oppresse, e stiamo offrendo alle nostre istituzioni la possibilità di vivere concretamente questi valori. Stiamo facendo tutto il possibile ma abbiamo bisogno del Suo aiuto, così da prendere parte insieme alla “globalizzazione della speranza”.

La ringraziamo nuovamente per il Suo affetto e per la Sua guida, Santo Padre.
Come giovani per un mondo più giusto,

I 141 movimenti e organizzazioni giovanili firmatari (qui l’elenco completo).

Traduzione di Riccardo Rossella e Ginevra Poli

Dalla Giornata Mondiale della Gioventù un appello a Papa Francesco per il disinvestimento dalle fonti fossili

Foto WYD
In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), attualmente in corso a Cracovia, i giovani di tutto il mondo si rivolgono a Papa Francesco con un duplice intento: ringraziarlo per il suo impegno a favore dell’ambiente e del clima e al tempo stesso chiedergli di incoraggiare apertamente le organizzazioni cattoliche (e non) a liberarsi dei propri investimenti nell’industria dei combustibili fossili. Tale appello si presenta sotto la forma di una lettera al Pontefice scritta dall’ONG internazionale 350.org e firmata da oltre 140 organizzazioni e movimenti giovanili di ogni parte del mondo, dal Nord America all’Africa, dall’Europa all’Oceania.

La lettera, che sarà resa pubblica nella serata di oggi, venerdì 29 Luglio, in occasione di una veglia organizzata da 350.org insieme al Global Catholic Climate Movement all’interno della  GMG, assume un particolare rilievo alla luce di diversi fattori. Le organizzazioni firmatarie rappresentano infatti la prima generazione che nel corso dell’intera vita sperimenterà in maniera concreta e crescente gli impatti più severi dei cambiamenti climatici. Una generazione che per questo motivo si sta impegnando in prima persona per risolvere la crisi climatica e ha trovato in Papa Francesco una figura di riferimento, in particolare in seguito al forte messaggio per la giustizia ambientale lanciato attraverso l’Enciclica Laudato Si’.

Alla luce anche del recente accordo sul clima di Parigi, che ha sancito obiettivi ambiziosi nella lotta ai cambiamenti climatici evidenziando al tempo stesso la necessità di mettere in atto immediatamente azioni incisive per la riduzione delle emissioni di gas serra, i giovani chiedono al Pontefice di farsi promotore di un cambiamento coraggioso e deciso all’interno della Chiesa Cattolica che testimoni la concreta applicazione dei valori proclamati all’interno dell’Enciclica. Gli esempi, del resto, non mancano: diverse chiese, istituzioni e congregazioni hanno infatti già preso la decisione di disinvestire dalle fonti fossili, contribuendo allo slancio di una rinnovata attenzione all’ambiente all’interno del mondo cattolico.

Una nuova adesione alla campagna #DivestItaly: benvenuto Unimondo!

Logo Unimondo

 

E’ con piacere che segnaliamo l’adesione di una nuova realtà, Unimondo, alla campagna #DivestItaly.

Pace, diritti umani, ambiente e sviluppo sostenibile: sono queste le tematiche chiave al centro del quotidiano lavoro di informazione e comunicazione di Unimondo, testata giornalistica online che si propone di dare voce al variegato mondo della società civile italiana e internazionale. Nato nel 1998, il portale online si configura come nodo italiano del network internazionale One World e conta ad oggi oltre 450 partner in tutta Italia.

L’adesione e il supporto al movimento italiano per il disinvestimento dalle fonti fossili va ad aggiungersi a una serie di altre campagne sostenute da Unimondo, a testimonianza sia dell’impegno diretto sulle cause più importanti portate avanti dalla società civile sia, nello specifico, di una particolare attenzione verso la questione climatica e le sue complesse interrelazioni con i vari ambiti dell’attuale sistema socio-economico.

“Aderiamo con convinzione a questa iniziativa perché è venuto davvero il tempo di liberarsi dai combustibili fossili, non solo per ragioni ambientali. – ha affermato Piergiorgio Cattani, direttore di Unimondo – Sono infatti in gioco nuovi equilibri politici che dipendono per esempio direttamente dagli accordi e dagli investimenti delle  multinazionali del petrolio con Stati poco democratici e in perenne stato di guerra. Mai come oggi la pace e la sicurezza non possono essere disgiunte dal modello globale di sviluppo.”

 

 

Anche IPSIA–ACLI aderisce alla campagna #DivestItaly

Foto x adesione IPSIA-ACLI
La campagna italiana per il disinvestimento dalle fonti fossili si accresce grazie all’adesione di una nuova organizzazione, l’Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI (IPSIA).

IPSIA è un’organizzazione non governativa istituita dalle ACLI, che dal 1985 promuove la pace, la solidarietà e lo sviluppo sociale attraverso i suoi progetti di cooperazione internazionale nel Sud del mondo e la sua attività sul territorio italiano. Operante in diversi paesi e molteplici ambiti, IPSIA  è impegnata sul fronte ambientale non solo tramite progetti specifici ma anche attraverso un’attenzione a tale tematica trasversale a tutti i suoi interventi.

L’adesione alla campagna #DivestItaly rappresenta quindi una conferma dell’impegno di IPSIA a favore dell’ambiente, del clima e di conseguenza delle fasce di popolazione più vulnerabili, poiché saranno proprio queste, in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo, a subire gli impatti peggiori del surriscaldamento globale.

In quest’ottica, supportare il disinvestimento dalle fonti fossili appare come una scelta che assume una valenza non solo ambientale ma anche di carattere etico e sociale, una scelta che non a caso un numero crescente di chiese, ordini missionari e istituti di ispirazione cattolica di vario genere stanno compiendo in tutto il mondo.

Stoccolma disinveste da carbone, petrolio e gas

stockholm_divest_750_2

Dopo una campagna di un anno e mezzo condotta dalla società civile, Fossil Free Stoccolma può ora dichiarare vittoria: la capitale svedese si unisce ad altre città del mondo nel ritirare i propri investimenti in società che estraggono e commerciano carbone, petrolio e gas. La modifica nella policy di investimento della città ha portato al ritiro di circa 30 milioni di corone svedesi da aziende legate ai combustibili fossili.

“La decisione di Stoccolma di disinvestire dalle imprese che guidano la crisi climatica dimostra che investire nell’industria delle fonti fossili o legittimare il suo consueto operato non è piu moralmente accettabile”, ha affermato Andrew Maunder, che con Fossil Free Stoccolma ha portato avanti per più di un anno la campagna sul disinvestimento.

“I leader politici di Stoccolma comprendono chiaramente che evitare la crisi climatica significa fare tutto ciò che è in loro potere per impedire che i combustibili fossili vengano bruciati. Ci congratuliamo con loro per questa decisione storica e speriamo che i nostri politici a livello nazionale prestino molta attenzione nel considerare se lasciare sottoterra le riserve svedesi di lignite in Germania”, continua Maunder con riferimento alla decisione attesa a breve riguardante la vendita degli asset di carbone dell’azienda svedese Vattenfall ad un investitore straniero, EPH.

Nel rompere i propri legami finanziari con l’industria delle fonti fossili Stoccolma si unisce a Malmö, Uppsala, Copenhagen, Oslo, Parigi e altre citta intorno al mondo.

“Quest’anno ha visto una serie di azioni a favore del clima senza precedenti, con migliaia di persone che hanno manifestato, si sono unite ad un’azione di disobbedienza civile per indurre a mantenere sottoterra le riserve di carbone della Vattenfall e hanno lanciato appelli creativi per l’assunzione di impegni di disinvestimento” ha detto Christian Tengblad, organizzatore della campagna svedese per il disinvestimento per 350.org.

“Ora che la capitale ha preso una posizione netta contro petrolio, carbone e gas, il governo nazionale deve fare lo stesso e assumersi la responsabilita delle proprie riserve di carbone, assicurandosi che la lignite di proprietà statale in territorio tedesco non venga mai bruciata”.

 

Tradotto da gofossilfree.org.

Le organizzazioni cattoliche dicono no alle fonti fossili nell’anniversario dell’enciclica Laudato Si’

In occasione del primo anniversario dell’enciclica di Papa Francesco sulla cura del nostro pianeta, quattro organizzazioni cattoliche australiane hanno annunciato congiuntamente la propria decisione di disinvestire dai combustibili fossili.

Divest meme3

Nella giornata del 16 Giugno quattro organizzazioni cattoliche australiane hanno annunciato di stare vendendo i propri investimenti in aziende legate a carbone, petrolio e gas, mentre le argomentazioni di carattere morale contro i combustibili fossili diventano sempre più forti. L’annuncio di disinvestimento, il primo in assoluto effettuato congiuntamente da istituti cattolici, segna la celebrazione del primo anniversario dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’”, che fa appello alla responsabilità che gli esseri umani condividono nel prendersi cura del pianeta, la nostra casa comune.

Le congregazioni che hanno deciso di allontanarsi dai combustibili fossili e puntare sulle energie rinnovabili sono Marist Sisters Australia, Presentation Congregation Queensland, Presentation Sisters Wagga Wagga, e The Passionists – Holy Spirit Province Australia, New Zealand, Papua New Guinea and Vietnam. E’ previsto che altre organizzazioni cattoliche annunceranno il proprio impegno ad iniziare un processo di disinvestimento in occasione della festa di San Francesco d’Assisi, in ottobre.

Decidendo di disinvestire queste organizzazioni vanno ad aggiungersi ad oltre 530 istituzioni a livello globale, che rappresentano oltre 3.400 miliardi di dollari di fondi gestiti. Tra queste il Consiglio Ecumenico delle Chiese, il Fondo Pensione Governativo Norvegese, il Rockefeller Brothers Fund, le università di Stanford e Oxford, l’Australian Capital Territory, la città di Newcastle e il Royal Australian College of Physicians.

Altre istituzioni cattoliche in tutto il mondo hanno già preso impegni di disinvestimento, incluse la Georgetown University, l’University of Dayton, Trocaire, Franciscan Sisters of Mary e altre ancora. Il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima ha recentemente lanciato il “Catholic Divest-Reinvest Online Hub”, dove poter trovare notizie e risorse utili per le comunità cattoliche sul tema del disinvestimento e reinvestimento.

Si prevede che altre organizzazioni cattoliche intraprenderanno lo stesso tipo di percorso, coerentemente con le parole espresse da Papa Francesco nell’enciclica: “Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio”.

Questo appello ad abbandonare i combustibili fossili è stato rimarcato con enfasi da una dichiarazione del 2015 da parte di vescovi cattolici di tutti i continenti, che hanno chiesto di “mettere una fine all’era delle fonti fossili… e fornire a tutti un accesso sicuro, affidabile e conveniente alle energie rinnovabili”. Per questo motivo, le organizzazioni cattoliche stanno anche iniziando a collaborare a una nuova campagna della società civile che punta ad eliminare la povertà energetica assicurando l’accesso universale a energie pulite, rinnovabili e accessibili entro il 2030. La campagna, che coinvolge leaders in svariati settori quali sviluppo, sanità e organizzazioni religiose e filantropiche, sarà lanciata alla COP22 di Marrakech nel novembre 2016.

Comunità e parrocchie cattoliche di tutto il mondo hanno celebrato l’anniversario dell’enciclica con la settimana della Laudato Si’, che prevede una serie di eventi locali e conferenze online finalizzate ad approfondire il dibattito sul loro ruolo nel prendersi cura del pianeta e contrastare i cambiamenti climatici.

Nelle parole di Tomás Insua, cofondatore e coordinatore del Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, “queste congregazioni segnano l’inizio di un nuovo slancio per la Chiesa Cattolica. L’enciclica di Papa Francesco evidenzia come la politica e il sistema economico hanno reagito con tempi lenti se commisurati all’urgenza delle sfide che il nostro mondo si trova ad affrontare. Attraverso il disinvestimento dalle fonti fossili e il reinvestimento in energia pulita le istituzioni cattoliche stanno cominciando ad usare le loro risorse finanziarie per vivere pienamente la Laudato Si’.

 

Traduzione dal comunicato stampa originale.