Accordo di Parigi e bilancio di carbonio: perché abbiamo bisogno di superare la dipendenza dai combustibili fossili

oil-change-report-cover

 

Nel mese di dicembre 2015, a Parigi, tutti i paesi del mondo si sono accordati per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli pre-industriali e per incrementare gli sforzi per limitare tale aumento a +1.5°C .

Lo studio recentemente pubblicato da Oil Change International  –  intitolato “The Sky’s Limit: why the Paris climate goals require a managed decline of fossil fuel production”  – esamina  il rapporto tra questi obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra (GHG) e la produzione e l’uso dell’energia e suggerisce le politiche più adeguate per il conseguimento degli obiettivi medesimi.

I risultati chiave individuati dallo studio:

  • Le emissioni di gas serra generate dalle estrazioni di petrolio, gas e carbone – previste dagli impianti e miniere attualmente esistenti – conducono a un riscaldamento globale superiore ai 2°C.
  • Da soli, i giacimenti di petrolio e di gas attualmente sfruttati porterebbero a un
    aumento di oltre 1.5°C.
  • Le energie rinnovabili possono soddisfare la domanda di energia nel corso dei prossimi decenni, promuovendo la creazione di posti di lavoro per i lavoratori e le comunità colpiti dal necessario calo della produzione di combustibili fossili.
  • Una delle politiche climatiche più potenti e anche una delle più semplici è mettere fine allo sfruttamento dei combustibili fossili.

co2-emission-limit


I principali  interventi raccomandati :

  • Non bisogna più sviluppare nuove infrastrutture di sfruttamento e trasporto dei
    combustibili fossili e i governi devono cessare di rilasciare i permessi.
  • Alcuni giacimenti, in particolare nei paesi ricchi, dovranno cessare le operazioni di estrazione prima del loro esaurimento e dovrebbe essere fornito adeguato sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo affinché intraprendano il percorso di un’economia a bassa impronta di carbonio. Inoltre, la produzione di combustibili fossili dovrebbe fermarsi ogniqualvolta esista una violazione dei diritti delle popolazioni locali, comprese le popolazioni indigene, oppure si rechi un grave danno alla biodiversità.
  • Questo non significa la fine immediata dell’uso dei combustibili fossili: i governi e le imprese devono gestire una riduzione graduale della produzione di energia fossile e muoversi verso una transizione energetica giusta per i lavoratori e le comunità che dipendono da queste industrie.

La logica è semplice: o si agisce ora, o ci avviamo verso un disastro ecologico che porterà con sé inevitabili costi economici e sociali. Le politiche climatiche potrebbero essere altrettanto semplici se fossero coerenti con la scienza del clima: poiché il biossido di carbonio (CO2) accumulato nel tempo determinerà l’entità del cambiamento climatico occorre tenere sotto controllo il “bilancio di carbonio”.

Il bilancio di carbonio ci indica quanta CO2 può essere rilasciata senza superare i limiti di temperatura pericolosi per il pianeta. Le ipotesi considerate nello studio sono due: una probabilità del 66% di mantenere il cambiamento climatico sotto i 2° C, causando ancora gravi danni ambientali, e una del 50% di raggiungere l’obiettivo del limite di +1.5° C. Se sfruttate, le riserve mondiali conosciute di combustibili fossili causerebbero una quantità di emissioni totalmente incompatibile con questi obiettivi. Infatti, per raggiungere i limiti di +2°C o +1.5°C queste riserve dovrebbero rimanere nel sottosuolo rispettivamente per il 71% e 87%.


Disinvestimento: una rivoluzione planetaria in cinque anni

Cinque anni fa, l’idea che investire in aziende del settore dei combustibili fossili fosse moralmente o economicamente problematico era quasi sconosciuta. Poi, nei campus universitari degli Stati Uniti ha iniziato a prendere forma un’idea: è una follia etica ed economica spendere miliardi nell’estrazione di altro combustibile, dal momento che nelle riserve esistenti c’è più carbone, petrolio e gas di quanto ne possa essere bruciato mantenendo il cambiamento climatico sotto controllo.

È di un mese fa la notizia che a livello globale gli investitori che hanno deciso di liberarsi delle proprie azioni in combustibili fossili hanno raggiunto un valore totale di capitali gestiti di oltre 5 trilioni di dollari ($5.000.000.000.000 per intenderci). Tra questi investitori vi sono fondi professionali a scopo di lucro, ma anche diverse organizzazioni cattoliche, fondazioni filantropiche e ONG.

Il rischio di una “bolla di carbonio” viene ora preso sul serio al più alto livello, che include la Banca d’Inghilterra, la Banca Mondiale e il Financial Stability Board del G20. Di fronte alla necessità impellente di mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo il disinvestimento appare dunque sempre di più come una strategia vincente, capace di fare bene sia al clima che alla finanza.

Articolo di Daniela Patrucco di Retenergie per la coalizione #DivestItaly

Uno in più: anche Fairwatch aderisce alla campagna #DivestItaly!

fairwatch

Dopo le recenti adesioni di ClimAzione e Giornalisti Nell’Erba la coalizione #DivestItaly dà il benvenuto anche a Fairwatch, che ha deciso di esprimere il proprio supporto alla campagna italiana per il disinvestimento dalle fonti fossili.

Fairwatch è un’ONG di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione e advocacy sui temi del commercio, dell’economia internazionale e dei cambiamenti climatici, tematiche rispetto alle quali la campagna #DivestItaly si pone l’obiettivo di evidenziare i legami e le connessioni.

Secondo Alberto Zoratti, presidente dell’ONG, “la lotta al cambiamento climatico non può prescindere da una messa in discussione del paradigma economico; questa passa da un cambio di rotta sugli accordi di libero scambio e investimento, per arrivare a scelte più immediate come il disinvestimento dalle fonti fossili. Solo togliendo l’acqua dove nuotano i pesci dell’economia fossile è possibile accelerare il processo di transizione ecologica delle nostre società. Abbiamo sempre meno tempo a disposizione, per questo bisogna agire adesso“.

Giornalisti Nell’Erba, giornalisti per il clima. Benvenuti nella coalizione #DivestItaly!

logo_gne_cmyk

La coalizione che supporta la campagna #DivestItaly si ingrandisce grazie alla nuova adesione di Giornalisti Nell’Erba, una testata giornalistica e progetto realizzato dall’associazione di promozione sociale Il Refuso con il contributo del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Nato nel 2006 con il primo concorso di giornalismo su temi ambientali aperto a bambini e ragazzi, nel corso di questi anni ha conosciuto un notevole successo tra le generazioni più giovani, che costituiscono il target e il cuore del progetto.

Le attività realizzate e portate avanti da Giornalisti Nell’Erba sono molteplici, tutte ispirate dall’obiettivo di far crescere coscienze critiche e lettori – nonché informatori – consapevoli e dare espressione alle voci dei più giovani sulle questioni ambientali contemporanee. Attraverso un premio internazionale di giornalismo ambientale, una testata online che accoglie anche i contributi dei giovani reporter, dei docenti e degli esperti, e l’organizzazione di eventi, incontri, e convegni, Giornalisti nell’Erba rappresenta una rete che coinvolge migliaia di bambini, ragazzi, insegnanti, giovani, giornalisti, comunicatori, ambientalisti e ricercatori.

Tra le varie tematiche affrontate e narrate, un grande rilievo viene dato a una delle sfide ambientali più difficili e complesse del tempo presente e del futuro, quella dei cambiamenti climatici. L’adesione alla campagna #DivestItaly sottolinea l’attenzione di Giornalisti Nell’Erba a non trascurare gli aspetti meno conosciuti – ma non per questo meno importanti – dei temi trattati, come si evince anche dalle parole di Paola Bolaffio, giornalista, direttore e ideatrice del progetto: “Da sempre trattiamo l’argomento del climate change sotto ogni aspetto, come merita di essere trattato un argomento così complesso ma che ci riguarda così da vicino. È in gioco il nostro destino e quello delle prossime generazioni. Siamo convinti che evidenziare il legame tra investimenti e fossili sia di fondamentale importanza nel processo verso la decarbonizzazione, e riteniamo quindi molto importante la sensibilizzazione sul ruolo che la finanza e l’economia giocano nella lotta contro i cambiamenti climatici.”

10 miti da sfatare sul disinvestimento dai combustibili fossili

Il disinvestimento è solo un’azione simbolica o ha una reale capacità di influenzare i modelli di investimento? Chi decide di disinvestire andrà incontro a perdite economiche? I combustibili fossili sono davvero essenziali per lo sviluppo dei Paesi più poveri?
Queste e altre questioni sono state affrontate nell’articolo “10 myths about fossil fuel divestment put to the sword”, scritto da Damian Carrington e apparso sul Guardian il 9 marzo 2015, del quale proponiamo la traduzione.

divest

 

1) Disinvestire dai combustibili fossili comporterà la fine della civiltà moderna.

È vero: gran parte dell’energia di oggi, così come molti materiali e sostanze utili come plastica e fertilizzanti, proviene dalle fonti fossili. La campagna per il disinvestimento, tuttavia, è ben consapevole che non ci sarà una cessazione immediata dell’utilizzo dei combustibili fossili  e tantomeno auspica il ritorno al tempo delle caverne, ognuno ad accendere il proprio fuoco. La campagna evidenzia invece come l’utilizzo sempre crescente delle fonti fossili costituisca la prima causa del fenomeno del surriscaldamento globale, e come questo rappresenti la vera minaccia per la civiltà moderna. Nonostante siano già in possesso di una quantità di riserve accertate tre volte superiore a quanto potrebbe essere bruciato stando agli accordi internazionali dei governi sul clima, le società legate ai combustibili fossili continuano a sborsare ingenti somme per scovare nuovi giacimenti. Fatte queste considerazioni, quindi, appare sensato ritirare i propri investimenti dalle aziende impegnate a gettare benzina sul fuoco del cambiamento climatico.

2) Noi tutti usiamo combustibili fossili ogni giorno, per cui disinvestire è ipocrita

Anche in questo caso, la questione non è la fine dell’uso delle fonti fossili dal giorno alla notte. Al contrario, l’organizzazione 350.org – che guida la campagna per il  disinvestimento a livello internazionale – richiede agli investitori di impegnarsi a liquidare i propri  investimenti in carbone, petrolio e gas nell’arco di cinque anni. È vero che si continueranno a bruciare combustibili fossili anche in seguito, ma il punto è quello di invertire la tendenza odierna di un crescente aumento delle emissioni di carbonio in una tendenza di costante diminuzione di tali emissioni.  Inoltre, alcuni di coloro che sostengono la strategia “disinvestire-investire” trasferiscono capitali nell’energia pulita e nell’efficienza energetica, settori che hanno già iniziato a guidare la transizione verso un mondo a bassa intensità di carbonio.


3) Disinvestire non è un’azione significativa, ma solo un gesto politico

Liberarsi di qualche azione legata ai combustibili fossili non porta, nell’immediato, ad alcun cambiamento significativo nella quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Tuttavia, quest’argomentazione non ha niente a che vedere con l’essenza del significato del disinvestimento, che mira a togliere legittimità all’industria dei combustibili fossili il cui attuale modello di business porterà a “gravi, diffusi e irreversibili” impatti sulle persone. Il disinvestimento, infatti, opera tramite stigmatizzazione, come sottolineato in un rapporto della Oxford University: “Il risultato del processo di stigmatizzazione pone una minaccia su vasta scala per le aziende legate ai combustibili fossili. Qualsiasi impatto diretto impallidisce al confronto. “

L’argomentazione del “gesto politico”, inoltre, trascura il potere politico dell’industria dei combustibili fossili, la quale soltanto negli Stati Uniti ha speso nel 2012 più di 400 milioni di dollari (265 milioni di sterline) in lobbying e donazioni. Erodere questa capacità di lobbying comporta una maggiore libertà d’azione per i politici, e lo studio della Oxford University ha dimostrato che le precedenti campagne di disinvestimento – contro l’apartheid in Sud Africa, il tabacco e le violenze in Darfur – sono state tutte seguite da nuove leggi restrittive.

Questi paragoni evidenziano anche la dimensione morale al centro della campagna di disinvestimento dalle fonti fossili. Un’altra considerazione, di natura economica, avverte gli investitori che i loro capitali legati ai combustibili fossili potrebbero perdere di valore, qualora il cambiamento climatico fosse contrastato seriamente. Infine, supportare il disinvestimento non significa rinunciare a fare pressione diretta sui politici affinché agiscano, né rinunciare a qualsiasi altra campagna sul cambiamento climatico.

4) Il disinvestimento è inutile: non può far fallire le industrie del carbone, petrolio e gas

Un numero sempre maggiore di organizzazioni sta disinvestendo, dal Consiglio comunale di Oslo alla Stanford University al Rockefeller Brothers Fund, ma di certo le somme sono relativamente piccole rispetto al grande valore delle aziende legate alle fonti fossili.[1] Tuttavia l’obiettivo del disinvestimento non è far fallire le società di combustibili fossili da un punto di vista finanziario, bensì morale. Questo minerebbe la loro influenza e contribuirebbe a creare le condizioni per forti politiche di tagli alle emissioni di carbonio, che potrebbero avere conseguenze finanziarie.

Gli investitori stanno già cominciando a mettere in discussione il valore futuro dei capitali delle società di combustibili fossili. Per esempio, è da notare come nessuna grande banca è disposta a finanziare il colossale progetto del bacino carbonifero Galilea in Australia. Questo mito può anche essere ribaltato considerando il rischio che le aziende legate alle fonti fossili mandino in bancarotta i loro investitori. Molte voci autorevoli – come il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim e quello della Banca d’Inghilterra Mark Carney – hanno infatti avvertito che gli sforzi volti a contrastare i cambiamenti climatici potrebbero rendere molte riserve di combustibili fossili inutili e senza valore. Se l’abbandono delle fonti fossili non avviene in modo graduale e pianificato, gli investitori potrebbero ritrovarsi a perdere migliaia di miliardi di dollari non appena scoppierà la “bolla di carbonio”.

5) Disinvestire significa cedere delle azioni a prezzo stracciato a quegli investitori che non hanno nessuna attenzione riguardo ai cambiamenti climatici.

Per vendere un titolo occorre avere un acquirente. Ma le somme oggetto di disinvestimento sono ancora troppo piccole per influenzare il mercato e ridurre i prezzi delle azioni, quindi quest’ultimi non saranno economici. Inoltre gli acquirenti delle azioni stanno correndo il rischio che i titoli legati ai combustibili fossili possano risultare fallimentari in futuro se le nazioni del mondo rispetteranno il loro impegno di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei  2 °C tagliando drasticamente le emissioni di carbonio[2]. Se questi titoli sono rischiosi, allora le istituzioni pubbliche che per prime sono chiamate in causa dal disinvestimento non dovrebbero possederne. Il fatto che possedere azioni significhi avere influenza su un’azienda ci porta direttamente al prossimo mito sul disinvestimento.

6) La pressione degli azionisti sulle aziende di combustibili fossili è il modo migliore per guidare il cambiamento

Questo argomento sarebbe fondato se ci fossero prove evidenti per sostenerlo. Quando, per  citare un caso, il Guardian ha chiesto al Wellcome Trust di fornire esempi in cui la pressione degli azionisti aveva portato a un cambiamento, il Wellcome Trust non è stato in grado di rispondere. Inoltre, come l’attivista Bill McKibben ha sottolineato, difficilmente tale pressione potrebbe convincere una società a un impegno che la porterebbe in ultima analisi ad uscire dal mercato. In effetti alcuni regolatori del mercato,  a titolo esemplificativo quelli negli Stati Uniti, non consentono questo tipo di coinvolgimento.

Il grande esperto ambientalista Jonathon Porritt ha trascorso molti anni impegnandosi direttamente con le aziende dei combustibili fossili, solo per arrivare alla recente conclusione che tali sforzi sono stati vani. Tuttavia un coinvolgimento serio potrebbe portare alcuni cambiamenti, e nel 2015, infatti, sia BP che Shell hanno dovuto supportare alcune risoluzioni presentate dagli azionisti. Ma tali risoluzioni  hanno bisogno di specifiche proposte di cambiamento e scadenze per essere efficaci. In ogni caso, non si tratta di una  scelta tra due alternative: molti attivisti vedono infatti il disinvestimento come il bastone e il coinvolgimento degli azionisti come la carota, entrambi mirati allo stesso obiettivo finale.

7) Il disinvestimento significa che gli investitori perderanno denaro

Molti di coloro che hanno disinvestito finora sono organizzazioni filantropiche, università e istituzioni religiose che usano le sovvenzioni per finanziare le proprie opere di bene. La svendita di tutti i titoli legati ai combustibili fossili potrebbe ridurre di molto le loro entrate, dicono i critici, visto che le aziende del settore hanno rappresentato degli investimenti molto redditizi nel corso degli ultimi decenni.

La prima risposta a questa affermazione è che, per molti di questi gruppi, il denaro non è più forte dei principi etici. La seconda è che, quando si tratta di investimenti, il passato non ha niente a che vedere con il futuro. Negli ultimi anni il valore delle riserve di carbone è precipitato, così come ha fatto il prezzo del petrolio negli ultimi mesi, il che significa che il recente disinvestimento da alcuni fondi ha in realtà evitato delle perdite. Una serie di analisi ha inoltre suggerito che il disinvestimento non debba necessariamente intaccare i profitti.

Naturalmente i prezzi del petrolio potrebbero conoscere una ripresa, e forse perfino quelli del carbone. Tale volatilità tuttavia è sgradita agli investitori, i quali cercano entrate costanti. Per quanto riguarda gli investitori a lungo termine, essi sono stati messi in guardia dalle principali istituzioni finanziarie – tra cui HSBC, Citi, Goldman Sachs e Standard and Poor’s – sui rischi posti dagli investimenti nei combustibili fossili, in particolare per quanto riguarda il carbone.

Forse il modo migliore per rispondere a questo mito è il motto “provare per credere”: più di 180 organizzazioni, infatti, si sono già domandate se il disinvestimento possa rappresentare un aiuto o un ostacolo per i loro obiettivi, per poi decidere di metterlo in atto.[3] Il caso più emblematico è rappresentato dal Rockefeller Brothers Fund, legato a un noto gruppo petrolifero. Valerie Rockefeller Wayne si è resa conto che finanziare le aziende che causano i problemi che si cerca di affrontare con i programmi della fondazione stessa è una cosa abbastanza stupida: “Avevamo degli investimenti che mettevano a rischio le nostre donazioni.

8) I combustibili fossili sono fondamentali per porre fine alla povertà nel mondo

Coloro che sono a favore dei combustibili fossili spesso affermano che carbone, petrolio e gas sono alla base del mondo moderno e che sono fondamentali per migliorare le vite delle persone più povere. È un’argomentazione che fa leva sull’emotività, ma l’ultimo report dell’IPCC (il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), – scritto e revisionato da migliaia di autorevoli esperti a livello mondiale e approvato da 195 Paesi – giunge alla conclusione diametralmente opposta: il cambiamento climatico causato dalla combustione incontrollata delle fonti fossili rappresenta “una minaccia per lo sviluppo sostenibile”.

Il report avverte inoltre che il surriscaldamento globale potrebbe avere un impatto serio e irreversibile sulle persone e che “limitare i suoi effetti è necessario per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e giustizia, e di conseguenza per sradicare la povertà”. L’IPCC ha proseguito aggiungendo che si prevede che gli effetti del cambiamento climatico “prolungheranno la povertà esistente e creeranno nuove trappole della povertà”.

Non si potrebbe essere più chiari. La sfida è assicurare lo sradicamento della povertà attraverso un dispiegamento di tecnologia pulita su vasta scala, e cominciare a ritirare capitali dai combustibili fossili attraverso  il disinvestimento potrebbe essere di grande aiuto.

9) La maggior parte dei combustibili fossili sono di proprietà di società statali, non delle aziende quotate in borsa oggetto delle campagne di disinvestimento

È vero. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il 74% di tutte le riserve di carbone, petrolio e gas naturale sono di proprietà di società statali. La risposta più diretta a questa obiezione è che il disinvestimento è soltanto uno dei molti modi per cercare di frenare le emissioni di carbonio, e che sarà certamente fondamentale un’azione internazionale a livello statale. Ci sono però dei motivi che spiegano perché il disinvestimento potrebbe essere d’aiuto. Le aziende di combustibili fossili elencate hanno una grande influenza e minare il loro potere potrebbe incoraggiare i politici dei maggiori paesi ad intraprendere delle azioni climatiche ambiziose a livello internazionale.

Tuttavia, molte delle maggiori società statali vendono le proprie azioni mentre allo stesso tempo stipulano contratti con le aziende quotate in borsa per aiutarle ad estrarre le loro riserve. Inoltre, le riserve controllate dallo stato tendono ad essere le più semplici ed economiche da estrarre e son quindi verosimilmente quelle che esauriranno l’ultima parte rimanente del budget di carbonio dell’atmosfera, vale a dire i circa mille miliardi di tonnellate di carbonio che gli scienziati dichiarano essere la soglia oltre la quale gli impatti dei cambiamenti climatici diventeranno più pericolosi. Infine, gli idrocarburi estraibili con i metodi più costosi e impattanti – come le sabbie bituminose e le riserve situate nell’Artico e nei fondali marini – che dovrebbero tassativamente restare nel sottosuolo, sono ad appannaggio quasi esclusivo delle aziende target delle campagne di disinvestimento.

10) Il modo in cui gli altri investono il proprio denaro non è affar tuo

In primo luogo, alcuni attivisti per il disinvestimento hanno come target i propri stessi fondi pensione: sono i loro soldi. Ma anche se così non fosse, l’impatto degli investimenti in combustibili fossili non si limita soltanto ai titolari degli investimenti stessi. Le emissioni di carbonio dovute alla combustione delle fonti fossili sono tra le cause del cambiamento climatico che colpisce tutta la popolazione del pianeta. Inoltre, l’argomentazione del “non sono affari tuoi” implicherebbe una delegittimazione di qualsiasi campagna per il disinvestimento, senza le quali i danni provocati dal tabacco e dall’apartheid in Sud Africa sarebbero potuti continuare molto più a lungo.

Traduzione a cura di Italian Climate Network e FOCSIV.

[1] In seguito a una crescita esponenziale degli impegni di disinvestimento, i capitali gestiti dalle organizzazioni che hanno deciso di disinvestire ammonta nel dicembre 2016 a un valore complessivo di circa 5.200 miliardi di dollari. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

[2] L’Accordo di Parigi, siglato in occasione della COP 21 nel dicembre 2015, ha sancito ufficialmente l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C, da parte dei 195 Paesi firmatari.

[3] Al dicembre 2016, le istituzioni e organizzazioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 688. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

Raddoppiano in soli 15 mesi gli impegni di disinvestimento dalle fonti fossili a livello mondiale

Nel corso della giornata del 12 dicembre 2016, anniversario dell’Accordo di Parigi, sono stati resi pubblici i nuovi dati sul disinvestimento dalle fossili a livello mondiale: più di 600 istituzioni impegnate a disinvestire, un valore totale dei capitali gestiti di oltre 5.000 miliardi di dollari, e un movimento che non accenna a rallentare la sua rapida espansione.

it_divestdec16_2fb

 

Un anno fa, dopo due settimane di intensi negoziati, 195 Stati adottavano l’Accordo di Parigi, il più ambizioso accordo mai raggiunto sulla riduzione dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatici. Per festeggiare il primo anniversario di questo storico risultato non poteva esserci migliore notizia che la pubblicazione dei nuovi dati relativi al movimento internazionale per il disinvestimento dalle fonti fossili, che evidenziano come dal settembre 2015 il valore totale degli impegni di disinvestimento siano raddoppiati: un aumento impressionante, che conferma come il movimento stia crescendo a un ritmo che non ha eguali se paragonato alle precedenti campagne per il disinvestimento.

Secondo quanto riportato dal terzo rapporto annuale a cura di Arabella Advisors, rilasciato durante la giornata di ieri dal network Divest-Invest, 688 istituzioni di diverso tipo e oltre 58.000 privati cittadini in 77 paesi del mondo hanno assunto impegni di disinvestimento dai combustibili fossili, per un valore totale dei capitali gestiti superiore a 5.000 miliardi di dollari.

Il report, che analizza nel dettaglio i dati e i trend relativi al movimento per il disinvestimento nell’ultimo anno, sottolinea come nel mondo finanziario stia aumentando sempre di più la consapevolezza dei rischi legati al mantenimento di investimenti nelle aziende fossili, le quali si troveranno sempre più nell’impossibilità di sfruttare le proprie riserve dati i vincoli alle emissioni via via più stringenti che si prospettano negli anni a venire. In questo senso il legame tra la forte crescita degli impegni di disinvestimento nel corso del 2016 e l’Accordo di Parigi è evidente: quest’ultimo infatti non solo ha fornito la necessaria cornice politica di riferimento per strategie di mitigazione delle emissioni a livello statale, ma ha anche e soprattutto avuto il merito di sancire chiaramente l’inizio della fine dell’era delle fossili, dando un decisivo impulso ad attori privati, organizzazioni di vario tipo e società civile per il moltiplicarsi degli sforzi verso la decarbonizzazione. Tale legame è stato evidenziato anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, che ha parlato di una transizione verso le energie pulite “inevitabile, vantaggiosa per tutti e già ben avviata”, dove “gli investitori giocano un ruolo chiave”.

Commentando i nuovi dati, May Boeve, Direttrice Esecutiva dell’ONG internazionale 350.org, ha affermato che “mentre stiamo vivendo le ultime settimane dell’anno più caldo della storia, il 2016, il successo del movimento per il disinvestimento si dimostra innegabile”. Sulla stessa linea Yossi Cadan, coordinatore delle campagne divestment a livello internazionale per la stessa ONG: “ Il disinvestimento dalle fonti fossili è diventato un movimento mainstream, che interessa capitali per oltre 5.000 miliardi di dollari, perché la società e le nostre istituzioni sono consapevoli della necessità di un rapido allontanamento da un’economia basata sulle fonti fossili”. Nonostante questo, prosegue l’attivista, il cambiamento in atto è ancora troppo lento rispetto a quanto necessario: per questo motivo occorre continuare a tenere viva l’attenzione rispetto al tema e a fare pressione sui diversi attori economici affinchè si uniscano a quanti hanno già deciso di disinvestire.

L’appuntamento è quindi per la Global Divestment Mobilisation, che si terrà dal 5 al 13 maggio 2017 con azioni e iniziative pro-disinvestimento previste in tutto il mondo, per proseguire sulla strada oramai tracciata di un futuro libero dai combustibili fossili e dal loro impatto sul clima.

Anche ClimAzione aderisce alla campagna #DivestItaly

adesione-climazione

 

#DivestItaly dà il benvenuto a ClimAzione, una nuova organizzazione che ha deciso di supportare la campagna italiana per il disinvestimento dai combustibili fossili!

Nata ufficialmente nel 2015 per iniziativa di un gruppo di cittadini riuniti sotto il nome di “Udine per il Clima”, già attivi dal 2014 con l’organizzazione della Marcia per il Clima a Udine, l’associazione si pone l’obiettivo di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica territoriale sul tema del cambiamento climatico e sulla necessità di stimolare e sostenere le azioni di pressione dal basso sui decisori politici.

A tal fine, ClimAzione realizza diverse iniziative quali l’organizzazione di dibattiti e conferenze, la proiezione di film e la promozione e partecipazione a flash mob e manifestazioni pro-clima. Un aspetto importante è rappresentato inoltre dal coinvolgimento di altre realtà territoriali attive in ambito climatico, che ha portato alla costituzione della Coalizione Clima Udine.

L’adesione alla campagna #DivestItaly si pone quindi in piena sintonia e continuità con la mission di ClimAzione e le attività intraprese fino ad oggi, rientrando nel programma di crescita dell’impegno dell’associazione sul territorio per contribuire alla necessaria decarbonizzazione dell’economia e alla transizione verso le energie pulite.

 

Guida al disinvestimento dai combustibili fossili

Traduzione italiana della guida sui fondamenti del disinvestimento pubblicata da The Guardian: che cosa significa, perché è così urgente e quali sono gli effetti sul cambiamento climatico

 

fossil-free-flag

 

Che cos’è il disinvestimento dai combustibili fossili?

Il disinvestimento è l’opposto dell’investimento: è la rimozione degli investimenti in azioni, titoli di stato o altri fondi.  Il movimento mondiale per il disinvestimento dai combustibili fossili chiede alle istituzioni di rimuovere i propri soldi dalle società petrolifere, legate al carbone o al gas sulla base di motivi sia morali che economici. Classici target delle richieste di disinvestimento sono università, istituzioni religiose, fondi pensione, enti locali e fondazioni di beneficienza.

Si tratta della campagna di disinvestimento con il tasso di crescita più rapido della storia, e, secondo uno studio della Oxford University, potrebbe causare seri danni alle aziende legate a petrolio, carbone e gas. Le precedenti campagne di disinvestimento hanno avuto come obiettivo l’industria del tabacco, quella del gioco d’azzardo o le aziende che contribuivano ad alimentare il conflitto in Darfur, ma il disinvestimento è probabilmente meglio conosciuto per il suo ruolo nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Di che cosa si tratta e perché disinvestire?

Quasi tutti gli argomenti a favore del disinvestimento dai combustibili fossili rientrano in due categorie: quella morale e quella economica.

Partendo dall’argomentazione morale, questa trova il suo fondamento nei principi della matematica. Diverse ricerche scientifiche dimostrano che, al fine di rispettare gli obiettivi internazionali per limitare l’aumento delle temperature a 2°C e prevenire così gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, tra i due terzi e i quattro quinti delle fonti fossili devono rimanere nel suolo.
Tuttavia le aziende legate ai combustibili fossili contano sul fatto che questi obiettivi non saranno raggiunti e continuano perciò a estrarre e vendere dalle proprie riserve, cercandone anzi attivamente sempre di nuove. Facendo questo, dirigono la razza umana su un sentiero che conduce ad un cambiamento climatico irreversibile, con  conseguenze quali l’innalzamento del livello delle acque, alluvioni, siccità, sempre più malattie, più conflitti e crisi migratorie.
Le Nazioni Unite hanno prestato la loro “autorità morale” alla campagna per il disinvestimento, mentre Desmond Tutu[1] ha affermato che “le persone che hanno una coscienza devono rompere i legami con le corporazioni che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

La seconda argomentazione è di tipo finanziario, e si basa sulla premessa che se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati, gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il proprio valore. L’ipotesi che queste “riserve bloccate” stiano creando una “bolla di carbonio” da migliaia di miliardi di dollari che potrebbe portare il mondo ad una nuova crisi finanziaria è l’oggetto di un’indagine della Banca d’Inghilterra, dopo che il suo direttore Mark Carney ha affermato pubblicamente che “la grande maggioranza delle riserve fossili non possono essere bruciate”.
La Banca Mondiale si è dichiarata favorevolmente rispetto all’argomento finanziario per il disinvestimento, con il presidente Jim Yong Kim che ha dichiarato che “ogni società, investitore e banca che protegge nuovi ed esistenti investimenti che tengano conto dei rischi climatici è semplicemente pragmatico”.
Anche se l’impatto del disinvestimento sui prezzi dei titoli potrebbe essere relativamente piccolo, il danno alla reputazione può comportare serie conseguenze finanziarie.

Che cos’è il budget di carbonio?

Il budget di carbonio è la quantità di gas serra che può ancora essere immessa nell’atmosfera senza che la soglia di allarme per il riscaldamento globale venga superata, ovvero l’obiettivo dei 2°C concordato dai governi.[2] Nel 2013, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, o comitato intergovernativo sul cambiamento climatico) ha stimato per la prima volta una cifra per il budget di carbonio[3], annunciando che il mondo produce circa 50 miliardi di tonnellate di gas serra all’anno. È anche molto probabile che più del 20% dell’anidride carbonica (CO2) emessa  finora resterà nell’atmosfera per più di 1.000 anni anche nel caso in cui le emissioni causate dall’uomo dovessero cessare. Ciò significa che se continuiamo ad emettere CO2 ai livelli attuali, useremo il budget di carbonio rimanente entro i prossimi 15-25 anni.[4] Siccome abbiamo già sfruttato i due terzi del budget, l’IPCC ha esortato i governi ad agire rapidamente, prendendo in considerazione il concetto e la stima del budget di carbonio come base per la negoziazione degli accordi internazionali.

Che cos’è la “bolla di carbonio”?

La “bolla di carbonio” è un termine usato da regolatori, società finanziarie e attivisti per descrivere la sopravvalutazione dei titoli legate alle riserve di gas, carbone e petrolio possedute  dalle imprese operanti nel comparto dei combustibili fossili in tutto il mondo. Se i governi perseguono gli obiettivi internazionali sulle emissioni di anidride carbonica al fine di frenare il cambiamento climatico, tra i due terzi e i quattro quinti di queste riserve non dovrebbero essere utilizzate, rendendole prive di valore. Siccome le società di combustibili fossili sono tra le più ricche al mondo, queste” riserve bloccate” hanno il potenziale di innescare una nuova crisi finanziaria nel caso in cui gli investitori si ritirino velocemente uno dopo l’altro.

La bolla di carbonio potrebbe stare gonfiando titoli per un valore di migliaia di miliardi di dollari, come riporta una ricerca pubblicata nel 2013 dal think-tank “Carbon Tracker” e una realizzata dall’economista Lord Nicholas Stern, l’autore dell’eponimo report del 2006 commissionato da Gordon Brown – allora ministro delle finanze britannico – riguardo alle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. La Shell ha rifiutato questa teoria, preannunciando in una lettera ai suoi azionisti che i combustibili fossili rappresenterebbero tra il 40% e il 50% del rifornimento energetico fino al 2050 e oltre. La Banca d’Inghilterra ha condotto un’inchiesta per quanto riguarda i danni potenziali  di una “bolla di carbonio” sull’economia, sottolineando l’importanza di attuare una transizione graduale degli investimenti dai settori attuali a quelli a bassa intensità di carbonio e cercando di prevedere il più possibile i rischi associati.

Chi ha disinvestito?

Più di 220 istituzioni nel mondo si sono impegnate in vari modi a disinvestire dai combustibili fossili, tra cui fondi pensione, fondazioni,  università, istituti religiosi ed enti locali.[5]
Una coalizione di fondazioni filantropiche, inclusi gli eredi della fortuna petrolifera Rockefeller, ha iniziato a ritirare i suoi investimenti  dalle fonti fossili nel 2014, mentre tra le città che hanno disinvestito si annoverano San Francisco, Seattle e Oslo. Il più grande fondo sovrano del mondo, il Norway’s Government Pension Fund Global (GPFG – Fondo Pensioni  del Governo Norvegese), ha rivelato di recente di avere ridotto i suoi investimenti in 114 società, tra cui aziende produttrici di sabbie bituminose, per motivi riguardanti i cambiamenti climatici.
La Chiesa d’Inghilterra ha disinvestito dai combustibili fossili più inquinanti, mentre il World Council of Churches (Consiglio Mondiale delle Chiese), che rappresenta mezzo miliardo di cristiani nel mondo, ha eliminato ogni sorta di investimenti nei combustibili fossili.
Nell’ottobre del 2014, la Glasgow University è stata la prima in Europa a impegnarsi in questa direzione. Negli Stati Uniti d’America, la Syracuse University è la più grande ad avere disinvestito dall’industria del carbone, del petrolio e del gas, mentre la Stanford University sta rimuovendo le sue azioni dalle società del carbone. Il 23 giugno del 2015, la Federazione Mondiale delle Chiese Luterane ha annunciato che avrebbe disinvestito dalle società di combustibili fossili, azione che interessa gli investimenti attuali e futuri e che è stata confermata nel consiglio svoltosi nell’agosto 2015 a New Orleans.

Chi si è espresso contro il disinvestimento?

Una serie di istituzioni chiave si sono esplicitamente rifiutate di disinvestire.
Nel maggio del 2015, lo Swarthmore College (USA), il luogo di nascita del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili, ha preso la sorprendente decisione di non disinvestire, asserendo di concentrare i suoi sforzi ambientalisti sul cambiamento delle abitudini di consumo.
Nel marzo del 2015, il Guardian ha lanciato la campagna “Keep it in the Ground”, che fa appello alle fondazioni di beneficienza più grandi del mondo – la Wellcome Trust e la Bill and Melinda Gates Foundation – affinchè disinvestano. Entrambe le istituzioni si sono rifiutate: la Wellcome Trust sostiene che il coinvolgimento con le società di combustibili fossili rappresenti un modo più efficace per limitare le emissioni di CO2, mentre la Gates Foundation ha declinato qualsiasi commento.

L’ex sindaco di Londra Boris Johnson ha rifiutato l’appello del consiglio comunale a disinvestire il fondo pensione della città dai combustibili fossili, sostenendo che il disinvestimento è “un precipizio” e che il Regno Unito ha bisogno di affidarsi maggiormente alla tecnica del fracking – ovvero l’utilizzo di potenti getti d’acqua in grado di spaccare la roccia per farne uscire più agevolmente gas e petrolio – come fonte  di approvvigionamento  di energia.
L’ allora segretaria dell’ambiente inglese Liz Truss si è rifiutata di incoraggiare il disinvestimento dei fondi pensione dei parlamentari dai combustibili fossili, affermando al Guardian: “Credo che il giusto modo [per influenzare gli investimenti] sia attraverso gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio”.
La rettrice dell’Harvard University, Drew Gilpin Faust, ha respinto il disinvestimento come “né giustificato, né saggio”, chiamando i suoi investimenti “una risorsa economica, non un uno strumento per incitare ad un cambiamento politico o sociale”. La University of Edinburgh ha declinato gli appelli al disinvestimento, affermando che avrebbe dato la priorità all’impegno preso con le società dei combustibili fossili.

C’è differenza tra il disinvestimento dal carbone, dal petrolio e dal gas?

Esistono diverse opinioni tra gli attivisti e le istituzioni su che livello e che tipo di disinvestimento sia necessario intraprendere. Secondo il Lord liberal-democratico Dick Taverne, la campagna “Keep it in the Ground” “trascura la necessità di distinguere tra i vari combustibili fossili. La minaccia più significativa di un pericoloso aumento delle temperature globali deriva dall’uso del carbone… Nel breve o medio termine, il sostituto più efficace del carbone è il gas. Gli Stati Uniti hanno ridotto le emissioni di carbonio più di ogni altro paese poiché hanno sostituito il carbone con il gas”.
Varie istituzioni hanno preso simili posizioni nelle loro scelte di disinvestimento. La Stanford University (USA) e la London School of Hygiene and Tropical Medicine, per esempio, hanno deciso di disinvestire solamente dal carbone, mentre la Chiesa d’Inghilterra ha optato per il carbone termico e le sabbie bituminose, sostenendo che questi combustibili sono i più inquinanti a livello di emissioni di gas serra.

Ma Jamie Henn di 350.org ritiene che sia importante che le istituzioni disinvestano sia dal carbone che dal petrolio e dal gas:

nessuno [di questi combustibili] è compatibile con un futuro sostenibile.  Il carbone è un target facile. La maggior parte dei titoli investiti nell’industria del carbone hanno valori così bassi che, se ancora ne possiedi, o sei stupido o semplicemente malevolo. Il disinvestimento è una questione di buon senso. Ciò detto, gli impegni di disinvestimento fanno una differenza enorme, visto che accelerano il declino dell’industria e spingono i governi ad agire. Il carbone è quello che inquina maggiormente l’ambiente, ma è l’industria del petrolio che ha la maggiore influenza corruttiva sulla politica. Sono gli attori con il potere maggiore, che dobbiamo stigmatizzare per fare spazio al progresso ”.

Alcuni, come l’autrice e attivista Naomi Klein, hanno fatto appello affinchè il crollo dei prezzi del carbone e del petrolio sia utilizzato come un’opportunità  per contrastare il cambiamento climatico e “sbarazzarci del petrolio finché i prezzi sono bassi.”

Quali sono le argomentazioni contro il disinvestimento?

I critici del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili affermano che quest’ultimo è ipocrita, perché una società occidentale globalizzata (e con essa gli individui che la costituiscono) è dipendente da carbone, gas e petrolio per i suoi fabbisogni quotidiani.
Altri, come il giornalista del Financial Times John Gapper, sostiene che il movimento dovrebbe avere come obiettivo le aziende che emettono grandi quantità di emissioni di carbonio, anziché solamente i produttori. Gapper afferma che il movimento per il disinvestimento è solamente “un gran gesto simbolico” che non avrà alcun impatto finanziario perché altri investitori compreranno i titoli delle industrie che producono carburanti fossili.
Altri ancora, come l’editorialista del Times Matt Ridley, affermano che il movimento non è etico se si considera la questione della povertà, e cioè il fatto che i combustibili fossili sono necessari per consolidare l’economia dei paesi in via di sviluppo. Secondo la sua critica, il movimento per il disinvestimento esige che le istituzioni “diano priorità al benessere dei nostri pro-pro-nipoti sulle spalle o a discapito dei poveri odierni”.

Molte di queste argomentazioni vengono confutate nell’articolo sui 10 miti del disinvestimento.

Noi tutti usiamo i combustibili fossili, il disinvestimento non è dunque ipocrita?

Naturalmente molti dei prodotti e delle utenze di cui facciamo uso nella vita quotidiana – dal riscaldamento alla plastica – dipendono dai combustibili fossili. Ma il movimento per il disinvestimento non manderà in bancarotta l’industria da un giorno all’altro, e in effetti il suo impatto maggiore è a livello politico più che economico. Il movimento sostiene che i combustibili fossili ci portano verso livelli catastrofici di cambiamento climatico e che il mondo ha bisogno di basare il suo consumo su risorse ben più sostenibili, e che questa transizione deve avvenire velocemente.

I consumatori possono naturalmente essere pro-attivi e apportare cambiamenti al loro stile di vita, che rimane un fattore importante. Tuttavia, sono i produttori che hanno il potere di fare la differenza che porterà o non porterà a raggiungere gli obiettivi internazionali stabiliti per evitare che il cambiamento climatico avvenga su una scala catastrofica e irreversibile. Questi produttori sono però attualmente impegnati a seguire modelli di business che ci porteranno ben oltre i limiti ammissibili.

I titoli sui combustibili fossili non verranno comprati da altri?

Sì, altri potrebbero comprare i titoli, sebbene l’ammontare che viene disinvestito attualmente è troppo piccolo per influenzare significativamente il mercato e ridurre il prezzo delle azioni, e di conseguenza quest’ultime non potranno venire acquistate a basso prezzo. Questo ci porta dritto all’essenza dell’impatto del movimento per il disinvestimento, il cui scopo non è causare la bancarotta economica dell’industria delle fossili, ma farlo moralmente e politicamente. Come una ricerca dell’University of Oxford mette in evidenza, la perdita finanziaria dovuta alla campagna del disinvestimento con il tasso di crescita più veloce nella storia non sarà causata tanto dalla vendita dei titoli, quanto tramite la perdita di reputazione che subiranno le società dei carburanti fossili a causa della loro stigmatizzazione.

Tuttavia, la campagna di disinvestimento dai combustibili fossili non si limita ad un’asserzione morale: ne sostiene anche una economica. I titoli investiti nelle società di combustibili fossili alimentano dei modelli di business che sono totalmente incompatibili con gli accordi internazionali sulla mitigazione del cambiamento climatico. Se i governi rispettano questi accordi, gli investimenti perderanno il loro valore, dunque disinvestire ora sembra economicamente più ragionevole.

Le organizzazioni che disinvestono perderanno dei soldi?

Non necessariamente: in realtà potrebbero persino guadagnarci economicamente. Società come la HSBC hanno avvisato i propri clienti dei rischi legati agli investimenti nei combustibili fossili. Malgrado le aziende operanti nel settore delle fossili siano tra le più redditizie al mondo, l’argomento delle riserve bloccate – ossia il fatto che gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il loro valore se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati – suggerisce che il valore di tali aziende è largamente sovrastimato.

Il prezzo del carbone è diminuito sensibilmente nel corso degli ultimi anni, e il prezzo del petrolio ha fatto altrettanto negli anni recenti. Un’analisi del MSCI, società leader a livello mondiale per quanto riguarda l’indice del mercato azionario, ha evidenziato come i portafogli azionari privi di titoli legati ai combustibili fossili abbiano dato risultati più soddisfacenti negli ultimi cinque anni rispetto a quelli comprendenti titoli in aziende legate a carbone, gas o petrolio.
Ci sono anche molte opportunità di investimento nell’economia verde.  Alcuni ricercatori prevedono che le energie rinnovabili diventeranno la fonte di elettricità meno costosa nel prossimo decennio: il costo di quella solare è diminuito di due terzi tra il 2008 e il 2014, secondo il think-tank IEA.

Il disinvestimento significherà perdere influenza sulle società che producono combustibili fossili?

Jeremy Farrar, direttore del Wellcome Trust, sostiene questo punto di vista affermando che “non tutte le aziende legate alle fonti fossili sono uguali”, e possono essere influenzate attivamente attraverso l’impegno degli azionisti. Questo potere va perduto se un’istituzione disinveste.
Tuttavia esistono pochi casi di impegno che hanno portato a un cambiamento significativo. La stessa Wellcome Trust, per esempio, afferma che non possono comunicare simili risultati senza perdere la fiducia delle aziende sulle quali stanno facendo pressione. Un caso recente che viene spesso citato riguarda le risoluzioni degli azionisti della British Petroleum e della Shell, i quali hanno richiesto di verificare quanto i loro modelli di business siano compatibili con gli accordi internazionali sul cambiamento climatico. Tuttavia, sono stati sollevati dei dubbi sul potenziale impatto delle risoluzioni e la misura in cui gli attivisti abbiano collaborato con i giganti del petrolio dietro le quinte.

Il coinvolgimento degli azionisti può funzionare in alcuni casi – ad esempio per convincere le aziende  a pagare almeno il salario minimo ai propri dipendenti o ad adottare pratiche di riciclo migliori – ma come ha sottolineato l’attivista Bill McKibben è improbabile persuadere una società a impegnarsi in un cambiamento che in ultima analisi la porterà a ritirarsi dal mercato. Il leader ambientalista Jonathon Porritt ha passato molti anni cercando di influenzare come azionista tali società, ma ha concluso recentemente che i suoi sforzi sono stati futili. Vale anche la pena notare che alcuni regolatori di mercato, ad esempio negli Stati Uniti, non permettono questo tipo di strategia da parte degli azionisti.

I miei soldi sono investiti nei combustibili fossili?

Quasi certamente. Molte delle banche più importanti, tra cui HSBC, Lloyds, Barclays, Royal Bank of Scotland e  Santander, hanno milioni e milioni investiti nel settore. La maggior parte dei fondi d’investimento, incluse le migliaia di miliardi dei fondi pensione, investono ampiamente nei combustibili fossili e non offrono ai risparmiatori un’alternativa che escluda tali titoli, nonostante la richiesta sia in aumento. Nel Regno Unito, l’organizzazione benefica per gli investimenti responsabili Share Action aiuta a influenzare gli enti che gestiscono i fondi pensione, mentre Move your Money fa lobbying sulle banche affinché disinvestano.

Come parte della campagna “Keep it in the Ground”, il Guardian ha collaborato con Share Action per creare uno strumento online che aiuti a contattare la persona giusta nel fondo pensione di riferimento.

Va bene, sono interessato a disinvestire. Che cosa implica? Quanto ci si mette?

Se è personalmente interessato/a a disinvestire o a fare pressione sulle istituzioni alle quali è connesso/a per disinvestire, può verificare quali sono le campagne sul tema attive nel suo Paese.[6] Se ricopre una posizione di potere all’interno di un’organizzazione che potrebbe considerare l’ipotesi di disinvestire dai combustibili fossili, dovrebbe prima di tutto consultare i suoi consulenti per gli investimenti. È probabile che vi indirizzeranno ai principi dell’ONU per un investimento responsabile, che, seppure non privi di significato, rimangono meri principi e non  richiedono un concreto impegno di disinvestimento.

Un primo passo comunemente intrapreso è quello di congelare qualsiasi nuovo investimento nei combustibili fossili durante lo svolgimento di una revisione, la quale può durare diversi mesi. Varie istituzioni hanno definito il disinvestimento in vari modi, ma il movimento internazionale per il disinvestimento esorta alla rimozione degli investimenti dalle 200 maggiori aziende a livello mondiale (100 legate al carbone e 100 a gas e petrolio) in termini di emissioni di carbonio previste sulla base delle loro riserve.
Una volta che un’istituzione prende l’impegno di disinvestire può rimuovere i suoi investimenti diretti in queste società, o in maniera immediata o gradualmente in un arco di tempo determinato.

Successivamente vi è la questione degli investimenti indiretti: questi sono molto più difficili da rimuovere poiché si trovano in fondi combinati, ossia mix di titoli provenienti da diversi conti. I gestori di fondi che offrono opzioni d’investimento prive di combustibili fossili sono attualmente una minoranza. Gli investitori possono aprire un dialogo con i gestori o con i consulenti riguardo ai rischi legati al carbonio, oppure  passare a gestori che siano disponibili e in grado di creare fondi privi di titoli relativi alle fonti fossili. Per la seconda opzione è necessario molto più tempo: un orizzonte di cinque anni è in questo caso normale.

Altre organizzazioni, come la University of Sydney e un gran numero di fondi pensione, hanno intrapreso la strada della decarbonizzazione. Ciò significa l’impegno a eliminare le emissioni di anidride carbonica da tutte le aziende nei loro portafogli, anziché prendere come obiettivo esclusivamente le società legate ai combustibili fossili. Anche le Nazioni Unite hanno appoggiato la coalizione di investitori che ha intrapreso questo approccio, chiamata la coalizione del portafoglio della decarbonizzazione.

Dove possono essere reinvestiti i soldi disinvestiti dalle azioni in combustibili fossili?

Benché il movimento del disinvestimento non stabilisca dove gli investitori debbano spostare il proprio denaro, alcune istituzioni e attivisti hanno rivolto l’attenzione verso la green economy. Quando la Syracuse University ha disinvestito dai combustibili fossili si è impegnata allo stesso tempo a investire in una serie di soluzioni e processi green, che includono l’energia solare, i biocombustibili e il riciclaggio spinto. Diverse tra le fondazioni principali che fanno parte della coalizione Divest-Invest, tra cui la Rockefeller Brothers Fund e la Wallace Global Fund, hanno condiviso questo approccio.

Ikea è un esempio di multinazionale che si è focalizzata sugli investimenti in energie rinnovabili anziché sul disinvestimento dai combustibili fossili, investendo 1.1 miliardi in tecnologie per le energie pulite e riuscendo due anni fa a soddisfare quasi la metà del suo fabbisogno energetico totale grazie alle proprie fonti di energia rinnovabile. Le piattaforme di investimento etico possono aiutare a costruire un portafoglio di investimento “pulito”, come fa Ethex, un’organizzazione non-profit che lavora con i singoli investitori e consulenti finanziari per mettere in evidenza alternative economiche sostenibili rispetto ai classici investimenti in borsa.

Quali organizzazioni investono nei combustibili fossili?

La maggior parte delle istituzioni, tra cui università, organizzazioni religiose, enti locali, fondi pensione e organizzazioni benefiche posseggono dei capitali che sono quasi certamente investiti in una certa misura nell’industria dei combustibili fossili. Gli attivisti stanno mettendo in discussione questi investimenti a livello locale, nazionale ed internazionale, e come risultato molte organizzazioni hanno iniziato a disinvestire.
Puoi scoprire di più sul disinvestimento attraverso la campagna internazionale “Fossil Free” – condotta da 350.org – e la campagna #DivestItaly per quanto riguarda l’Italia.

 

Traduzione dell’articolo “A beginner’s guide to fossil fuel divestment” – scritto da Emma Howard e apparso sul Guardian il 23 giugno 2015 – a cura di FOCSIV e campagna #DivestItaly.

 

[1] Arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1984.

[2] L’Accordo di Parigi, stipulato in occasione della COP 21 nel Dicembre 2015, ha in seguito sancito l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C  .

[3] Secondo la stima dell’IPCC, le emissioni totali cumulate non devono eccedere le mille giga tonnellate (= 1.000 miliardi di tonnellate) di anidride carbonica per contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C.
https://www.theguardian.com/environment/2013/sep/27/ipcc-world-dangerous-climate-change

[4] Secondo una recente analisi effettuata dall’ong internazionale 350.org, il lasso di tempo in cui il budget di carbonio andrebbe ad esaurirsi sarebbe ancora più limitato.
http://www.divestitaly.org/lasciamoli-sotto-terra-ma-quanto/

[5] In seguito ad una crescita esponenziale, nel novembre 2016 le istituzioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 623, rappresentando un patrimonio del valore complessivo di circa 3.400 miliardi di dollari.
http://gofossilfree.org/commitments/.

[6] In Italia è attiva la campagna #DivestItaly, che mira a diffondere informazioni e aumentare la consapevolezza rispetto al tema del disinvestimento dalle fonti fossili e a esortare una serie di istituzioni a prendere impegni concreti di disinvestimento.

Continua l’ondata di disinvestimento nel mondo cattolico con l’adesione di Aggiornamenti Sociali alla campagna #DivestItaly!

logo-as

 

In concomitanza con l’annuncio congiunto di disinvestimento dalle fonti fossili da parte di 8 istituti cattolici a livello globale, tra cui la FOCSIV e le Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli, la campagna #DivestItaly registra un’ulteriore passo in avanti. La rivista Aggiornamenti Sociali dichiara infatti non solo la propria volontà di aderire a #DivestItaly, ma, attraverso il suo editore, la Fondazione Culturale San Fedele, si impegna a ritirare i propri investimenti dal settore dei combustibili fossili e a reindirizzarli in quello delle energie rinnovabili.

Espressione del Centro Studi Sociali dell’ordine dei Gesuiti, Aggiornamenti Sociali affronta da oltre 60 anni le tematiche cruciali della vita sociale, politica ed ecclesiale in una prospettiva di fede cristiana, promozione della giustizia e dialogo interdisciplinare.

Secondo le parole del Direttore p.Giacomo Costa “liberarsi dai combustibili fossili è un impegno che dobbiamo all’ambiente, ma è anche una questione di giustizia. Infatti, come scrive lo stesso Francesco nella Laudato si’, “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
Una prospettiva, questa, pienamente condivisa dalla campagna #DivestItaly, e che si sta diffondendo in maniera crescente nel pensiero delle organizzazioni religiose di tutto il mondo.

FOCSIV annuncia la propria decisione di disinvestire dalle fonti fossili insieme ad altri 7 istituti cattolici

In occasione della festa di San Francesco d’Assisi, la FOCSIV e le Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli si uniscono ad altri 6 istituti religiosi cattolici di tutto il mondo nell’annunciare congiuntamente l’impegno ufficiale a ritirare i propri investimenti dalle fonti fossili.

divest-lettere

 

La giornata del 04 Ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, segna un’importante avvenimento per il movimento internazionale per il disinvestimento: 8 diversi istituti cattolici hanno infatti dichiarato pubblicamente la loro decisione di ritirare i propri investimenti nei combustibili fossili, nel più esteso annuncio congiunto di questo tipo mai avvenuto finora. Tra questi, spiccano i nomi italiani della FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli, che vanno ad aggiungersi ai Padri Gesuiti dell’Upper Canada, la Presentation Society in Australia e in Papua Nuova Guinea, la Sisters of St. Mary Health negli Stati Uniti, la Diocesi del Santo Spirito di Umuaramá nello stato brasiliano di Paraná e la Società Missionaria internazionale di San Colombano, presente a Hong Kong e in altri 14 stati del mondo. Sul piano internazionale è stato determinante il lavoro di coordinamento svolto dal Global Catholic Climate Movement (GCCM), network globale di istituti cattolici impegnati nella questione climatica al quale molte delle organizzazioni sopracitate aderiscono.

Si tratta di un ulteriore, importante passo in avanti nel percorso di sensibilizzazione e presa di coscienza del mondo religioso rispetto all’impatto degli investimenti nelle fossili, che fa seguito ad altri recenti avvenimenti in chiave divestment quali il riconoscimento pubblico del movimento per il disinvestimento da parte del Cardinale Peter Turkson, o l’annuncio da parte del Governo del Marocco (che ospiterà a Novembre la COP 22) di dotare 600 mosche in tutto il territorio nazionale di sistemi di energia solare entro Marzo 2019.

Secondo quanto affermato da Gianfranco Cattai, Presidente di FOCSIV, “l’annuncio di disinvestimento è per FOCSIV un impegno importante per la promozione della giustizia climatica. Siamo fermamente convinti che per contrastare i cambiamenti climatici dobbiamo agire alla radice del problema, eliminando il sostegno finanziario al settore dei combustibili fossili per reinvestirlo in fonti rinnovabili. […] Continueremo a sensibilizzare altri Istituti religiosi: insieme, come cattolici, abbiamo il dovere morale di essere testimoni di un impegno concreto per fermare la crisi climatica e promuovere la giustizia ambientale”.

La decisione di FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco rappresenta una tappa importante per la campagna #DivestItaly, che da oltre un anno si rivolge a soggetti di vario tipo – in particolare all’interno del mondo cattolico italiano – per incoraggiare a prendere la decisione di abbandonare gli investimenti nelle aziende legate alle fonti fossili. In particolare, l’annuncio di FOCSIV – che si è impegnata a ritirare progressivamente i propri investimenti nelle fossili nell’arco di 5 anni – testimonia ulteriormente l’impegno concreto dell’organizzazione sul tema del disinvestimento, iniziato con l’adesione a #DivestItaly nel Marzo 2016.

Con un numero di adesioni in costante crescita, il movimento internazionale per il disinvestimento si propone sempre più credibilmente come promotore di una strategia efficace per limitare le emissioni di gas serra e raggiungere i target di contenimento dell’aumento della temperatura globale fissati con l’Accordo di Parigi (+2°C rispetto all’era preindustriale, perseguendo ogni sforzo per rimanere al di sotto di +1,5°C). Una strategia per altro quanto mai necessaria, dal momento che per centrare tali obiettivi una quantità pari ad almeno l’80% delle riserve di combustibili fossili dovrà essere lasciata sotto terra.

 

“Lasciamoli sotto terra!”, ma quanto?

keep-it-in-the-ground

Fonte: go.fossilfree.org

 

Lo scorso anno, a Parigi, quasi tutti gli Stati del mondo si sono impegnati per mantenere il limite dell’innalzamento della temperatura globale “abbondantemente sotto i 2°C”, puntando all’obiettivo di 1,5°C. Purtroppo, però, c’è un grosso divario tra quanto concordato e le reali strategie di azione dei vari governi. Che cosa sarebbe quindi necessario fare affinché gli obiettivi fissati a Parigi siano raggiunti, evitando così gli effetti di un cambiamento del clima fuori da ogni controllo?


Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C: 200 Gt CO2
… non è però chiaro se questa stima non sia forse già eccessiva

Secondo gli scenari relativi a come raggiungere l’obiettivo degli 1,5°C, a partire dal 2016 potremo immettere ancora nell’atmosfera un massimo di 200 giga tonnellate di CO2 (fonte: IPCC), forse addirittura meno. Al momento le emissioni si attestano attorno alle 40 Gt di CO2 per anno (tenendo conto sia delle emissioni causate dalle fonti fossili, sia di quelle connesse ai cambiamenti nella destinazione del suolo).

Gli esperti, però, non parlano ormai più di mantenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C, ma piuttosto di riportarlo sotto questa cifra. Tutti gli scenari attuali che hanno come obiettivo gli 1,5°C implicano infatti un picco fino agli 1,7°C, per poi prevedere un graduale calo. Tale calo verrebbe raggiunto, in parte, anche grazie al cosiddetto Carbon Capture and Sequestration (CCS). Il CCS, il quale prevede l’impiego di strumenti per la cattura e il sequestro del carbonio, non è però ad oggi né una tecnologia pienamente sviluppata, né un’opzione economicamente vantaggiosa. Inoltre, anche qualora la tecnologia CCS si sviluppasse secondo le migliori previsioni possibili (con 3.800 progetti di CCS attivi entro il 2050), l’effettivo sequestro di carbonio inizierebbe solo a partire dal 2030, incrementando quindi l’ammontare del budget di carbonio consumabile di solo 125 Gt circa (fonte: Carbon Tracker, Unburnable carbon 2013).

In altre parole, ad oggi abbiamo già consumato fin troppo del nostro budget di carbonio per poter avere anche solo un 50% di possibilità di raggiungere il target degli 1,5°C. Da oggi in poi dovremmo quindi ridurre ogni singola tonnellata di carbonio che emettiamo.


Quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera per contenere il riscaldamento globale entro i 2°C: 470 Gt CO2

Nel caso in cui volessimo avere una minima possibilità di raggiungere il target dei 2°C, dovremmo considerare il livello attuale di emissioni come il massimo raggiungibile e vedere quindi tali emissioni ridursi drasticamente fin da subito. Per avere una possibilità di successo pari al 66%, a partire dal 2015 in poi non potremmo emettere più di 470 Gt di CO2 (fonte: NatureDifferences between carbon budget estimates unravelled). Questa  stima è la più bassa tra quelle proposte all’interno di un ventaglio di scenari possibili – i quali arrivano a considerare fino a un valore massimo di 1.020 Gt – e oltre alla CO2 tiene conto anche di altri gas serra, come ad esempio il metano.

Tradotto in pratica, questo significa che è necessario un “no” quanto mai deciso a tutto ciò che riguarda nuovi combustibili fossili: no a nuove centrali alimentate con combustibili fossili; no a nuovi impianti di estrazione; no a nuovi oleodotti; no a nuove trivellazioni; no a nuove fonti di finanziamento per le fonti fossili. D’altro canto diventa palese anche il bisogno di un taglio drastico alla produzione attuale di combustibili fossili.

 

Ammontare delle riserve dell’industria fossile: all’incirca tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2

A prescindere da quanto considerato finora, le industrie legate alle fonti fossili sono alla continua ricerca di nuovo carbone, petrolio e gas da bruciare.

È difficile fare una stima precisa della quantità delle attuali riserve di carbonio. Queste vengono infatti riportate dalle  stesse aziende e sono spesso soggette a studi di fattibilità economica – con la conseguenza che quantità significative di riserve fossili potrebbero non rientrare nella categoria delle “riserve accertate” nel momento in cui risultassero troppo costose da estrarre e, ad esempio, il prezzo del petrolio scendesse. Sulla base dei calcoli fatti dall’IPCC (Assessment report 5 – working group 3, pagina 525), in base alle stime effettuate  dall’industria fossile, le riserve di carbonio attualmente disponibili ammonterebbero a una cifra compresa tra le 2.734 e le 5.385 Gt di CO2. Una cifra, questa, di molto superiore alla quantità di CO2 che potremo mai permetterci di bruciare.

Quando avevamo fatto il calcolo nel 2012, avevamo scoperto che l’80% delle riserve di combustibili fossili andrebbero lasciate dove sono, sotto terra. Ad oggi però, dato il ridursi del budget del carbonio disponibile e l’aumento delle riserve di combustibili fossili stimate, questo 80% potrebbe essere una percentuale da riconsiderare.

Che cosa possiamo fare quindi?

I vari dati e scenari appena presentati, pur aiutandoci a capire meglio la situazione attuale, rappresentano più dei punti di riferimento che non indicazioni precise.

Il caos climatico è già diventato realtà per molte persone in varie parti del mondo, e l’ulteriore innalzamento di 1,5°C della temperatura globale non farà che incrementare il livello di distruzione a cui già stiamo assistendo.

Sono proprio gli effetti del cambiamento climatico di cui siamo testimoni che ci impongono quindi di agire in fretta. Non è certo questo un problema che possiamo rimandare alla “seconda metà del secolo”, né al 2030, e nemmeno al 2020. Abbiamo urgentemente bisogno di iniziare fin da subito a lasciare sotto terra la maggior quantità possibile di combustibili fossili. Sono infatti le nostre azioni di oggi che determineranno la quantità di carbonio che possiamo ancora immettere nell’atmosfera e quale livello di gravità assumeranno i cambiamenti climatici.

Purtroppo però, abbiamo ben poche ragioni di sperare che siano i governi o le industrie fossili a mettere in atto le politiche di cui abbiamo urgentemente bisogno. Sta quindi ai cittadini il compito di agire per far sì che il carbone, il petrolio e il gas che non possiamo più permetterci di bruciare restino sotto terra, e il compito di costruire un futuro basato sulla generazione e distribuzione delle energie rinnovabili – un futuro che è già a portata di mano.

E sono proprio gli esempi di cittadinanza attiva che ci fanno ben sperare. Se tutti questi dati a proposito del budget di carbonio vi hanno buttato giù di morale, risollevatevi visitando breakfree2016.org, dove potrete trovare tante testimonianze di una mobilitazione senza precedenti che sta avendo luogo a livello globale per far sì che carbone, olio e gas restino sotto terra. Sono tante le persone che ogni giorno oppongono resistenza ai combustibili fossili, che lottano per impedire la nascita di nuovi progetti e per la dismissione di quelli esistenti, anche spingendo gli investitori a tagliare i loro legami con l’industria fossile.

La storia ci insegna che i movimenti partiti dal basso hanno spesso dato vita a grandi cambiamenti, anche in contesti dove questo sembrava impossibile. Non sappiamo come questa storia andrà a finire. Ma se ci deve essere un buon momento per iniziare a lottare, di certo quel momento è adesso. Unisciti a noi!

Traduzione di Elisa Kerschbaumer dell’articolo originale pubblicato sul sito go.fossilfree.org