10 miti da sfatare sul disinvestimento dai combustibili fossili

Il disinvestimento è solo un’azione simbolica o ha una reale capacità di influenzare i modelli di investimento? Chi decide di disinvestire andrà incontro a perdite economiche? I combustibili fossili sono davvero essenziali per lo sviluppo dei Paesi più poveri?
Queste e altre questioni sono state affrontate nell’articolo “10 myths about fossil fuel divestment put to the sword”, scritto da Damian Carrington e apparso sul Guardian il 9 marzo 2015, del quale proponiamo la traduzione.

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1) Disinvestire dai combustibili fossili comporterà la fine della civiltà moderna.

È vero: gran parte dell’energia di oggi, così come molti materiali e sostanze utili come plastica e fertilizzanti, proviene dalle fonti fossili. La campagna per il disinvestimento, tuttavia, è ben consapevole che non ci sarà una cessazione immediata dell’utilizzo dei combustibili fossili  e tantomeno auspica il ritorno al tempo delle caverne, ognuno ad accendere il proprio fuoco. La campagna evidenzia invece come l’utilizzo sempre crescente delle fonti fossili costituisca la prima causa del fenomeno del surriscaldamento globale, e come questo rappresenti la vera minaccia per la civiltà moderna. Nonostante siano già in possesso di una quantità di riserve accertate tre volte superiore a quanto potrebbe essere bruciato stando agli accordi internazionali dei governi sul clima, le società legate ai combustibili fossili continuano a sborsare ingenti somme per scovare nuovi giacimenti. Fatte queste considerazioni, quindi, appare sensato ritirare i propri investimenti dalle aziende impegnate a gettare benzina sul fuoco del cambiamento climatico.

2) Noi tutti usiamo combustibili fossili ogni giorno, per cui disinvestire è ipocrita

Anche in questo caso, la questione non è la fine dell’uso delle fonti fossili dal giorno alla notte. Al contrario, l’organizzazione 350.org – che guida la campagna per il  disinvestimento a livello internazionale – richiede agli investitori di impegnarsi a liquidare i propri  investimenti in carbone, petrolio e gas nell’arco di cinque anni. È vero che si continueranno a bruciare combustibili fossili anche in seguito, ma il punto è quello di invertire la tendenza odierna di un crescente aumento delle emissioni di carbonio in una tendenza di costante diminuzione di tali emissioni.  Inoltre, alcuni di coloro che sostengono la strategia “disinvestire-investire” trasferiscono capitali nell’energia pulita e nell’efficienza energetica, settori che hanno già iniziato a guidare la transizione verso un mondo a bassa intensità di carbonio.


3) Disinvestire non è un’azione significativa, ma solo un gesto politico

Liberarsi di qualche azione legata ai combustibili fossili non porta, nell’immediato, ad alcun cambiamento significativo nella quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Tuttavia, quest’argomentazione non ha niente a che vedere con l’essenza del significato del disinvestimento, che mira a togliere legittimità all’industria dei combustibili fossili il cui attuale modello di business porterà a “gravi, diffusi e irreversibili” impatti sulle persone. Il disinvestimento, infatti, opera tramite stigmatizzazione, come sottolineato in un rapporto della Oxford University: “Il risultato del processo di stigmatizzazione pone una minaccia su vasta scala per le aziende legate ai combustibili fossili. Qualsiasi impatto diretto impallidisce al confronto. “

L’argomentazione del “gesto politico”, inoltre, trascura il potere politico dell’industria dei combustibili fossili, la quale soltanto negli Stati Uniti ha speso nel 2012 più di 400 milioni di dollari (265 milioni di sterline) in lobbying e donazioni. Erodere questa capacità di lobbying comporta una maggiore libertà d’azione per i politici, e lo studio della Oxford University ha dimostrato che le precedenti campagne di disinvestimento – contro l’apartheid in Sud Africa, il tabacco e le violenze in Darfur – sono state tutte seguite da nuove leggi restrittive.

Questi paragoni evidenziano anche la dimensione morale al centro della campagna di disinvestimento dalle fonti fossili. Un’altra considerazione, di natura economica, avverte gli investitori che i loro capitali legati ai combustibili fossili potrebbero perdere di valore, qualora il cambiamento climatico fosse contrastato seriamente. Infine, supportare il disinvestimento non significa rinunciare a fare pressione diretta sui politici affinché agiscano, né rinunciare a qualsiasi altra campagna sul cambiamento climatico.

4) Il disinvestimento è inutile: non può far fallire le industrie del carbone, petrolio e gas

Un numero sempre maggiore di organizzazioni sta disinvestendo, dal Consiglio comunale di Oslo alla Stanford University al Rockefeller Brothers Fund, ma di certo le somme sono relativamente piccole rispetto al grande valore delle aziende legate alle fonti fossili.[1] Tuttavia l’obiettivo del disinvestimento non è far fallire le società di combustibili fossili da un punto di vista finanziario, bensì morale. Questo minerebbe la loro influenza e contribuirebbe a creare le condizioni per forti politiche di tagli alle emissioni di carbonio, che potrebbero avere conseguenze finanziarie.

Gli investitori stanno già cominciando a mettere in discussione il valore futuro dei capitali delle società di combustibili fossili. Per esempio, è da notare come nessuna grande banca è disposta a finanziare il colossale progetto del bacino carbonifero Galilea in Australia. Questo mito può anche essere ribaltato considerando il rischio che le aziende legate alle fonti fossili mandino in bancarotta i loro investitori. Molte voci autorevoli – come il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim e quello della Banca d’Inghilterra Mark Carney – hanno infatti avvertito che gli sforzi volti a contrastare i cambiamenti climatici potrebbero rendere molte riserve di combustibili fossili inutili e senza valore. Se l’abbandono delle fonti fossili non avviene in modo graduale e pianificato, gli investitori potrebbero ritrovarsi a perdere migliaia di miliardi di dollari non appena scoppierà la “bolla di carbonio”.

5) Disinvestire significa cedere delle azioni a prezzo stracciato a quegli investitori che non hanno nessuna attenzione riguardo ai cambiamenti climatici.

Per vendere un titolo occorre avere un acquirente. Ma le somme oggetto di disinvestimento sono ancora troppo piccole per influenzare il mercato e ridurre i prezzi delle azioni, quindi quest’ultimi non saranno economici. Inoltre gli acquirenti delle azioni stanno correndo il rischio che i titoli legati ai combustibili fossili possano risultare fallimentari in futuro se le nazioni del mondo rispetteranno il loro impegno di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei  2 °C tagliando drasticamente le emissioni di carbonio[2]. Se questi titoli sono rischiosi, allora le istituzioni pubbliche che per prime sono chiamate in causa dal disinvestimento non dovrebbero possederne. Il fatto che possedere azioni significhi avere influenza su un’azienda ci porta direttamente al prossimo mito sul disinvestimento.

6) La pressione degli azionisti sulle aziende di combustibili fossili è il modo migliore per guidare il cambiamento

Questo argomento sarebbe fondato se ci fossero prove evidenti per sostenerlo. Quando, per  citare un caso, il Guardian ha chiesto al Wellcome Trust di fornire esempi in cui la pressione degli azionisti aveva portato a un cambiamento, il Wellcome Trust non è stato in grado di rispondere. Inoltre, come l’attivista Bill McKibben ha sottolineato, difficilmente tale pressione potrebbe convincere una società a un impegno che la porterebbe in ultima analisi ad uscire dal mercato. In effetti alcuni regolatori del mercato,  a titolo esemplificativo quelli negli Stati Uniti, non consentono questo tipo di coinvolgimento.

Il grande esperto ambientalista Jonathon Porritt ha trascorso molti anni impegnandosi direttamente con le aziende dei combustibili fossili, solo per arrivare alla recente conclusione che tali sforzi sono stati vani. Tuttavia un coinvolgimento serio potrebbe portare alcuni cambiamenti, e nel 2015, infatti, sia BP che Shell hanno dovuto supportare alcune risoluzioni presentate dagli azionisti. Ma tali risoluzioni  hanno bisogno di specifiche proposte di cambiamento e scadenze per essere efficaci. In ogni caso, non si tratta di una  scelta tra due alternative: molti attivisti vedono infatti il disinvestimento come il bastone e il coinvolgimento degli azionisti come la carota, entrambi mirati allo stesso obiettivo finale.

7) Il disinvestimento significa che gli investitori perderanno denaro

Molti di coloro che hanno disinvestito finora sono organizzazioni filantropiche, università e istituzioni religiose che usano le sovvenzioni per finanziare le proprie opere di bene. La svendita di tutti i titoli legati ai combustibili fossili potrebbe ridurre di molto le loro entrate, dicono i critici, visto che le aziende del settore hanno rappresentato degli investimenti molto redditizi nel corso degli ultimi decenni.

La prima risposta a questa affermazione è che, per molti di questi gruppi, il denaro non è più forte dei principi etici. La seconda è che, quando si tratta di investimenti, il passato non ha niente a che vedere con il futuro. Negli ultimi anni il valore delle riserve di carbone è precipitato, così come ha fatto il prezzo del petrolio negli ultimi mesi, il che significa che il recente disinvestimento da alcuni fondi ha in realtà evitato delle perdite. Una serie di analisi ha inoltre suggerito che il disinvestimento non debba necessariamente intaccare i profitti.

Naturalmente i prezzi del petrolio potrebbero conoscere una ripresa, e forse perfino quelli del carbone. Tale volatilità tuttavia è sgradita agli investitori, i quali cercano entrate costanti. Per quanto riguarda gli investitori a lungo termine, essi sono stati messi in guardia dalle principali istituzioni finanziarie – tra cui HSBC, Citi, Goldman Sachs e Standard and Poor’s – sui rischi posti dagli investimenti nei combustibili fossili, in particolare per quanto riguarda il carbone.

Forse il modo migliore per rispondere a questo mito è il motto “provare per credere”: più di 180 organizzazioni, infatti, si sono già domandate se il disinvestimento possa rappresentare un aiuto o un ostacolo per i loro obiettivi, per poi decidere di metterlo in atto.[3] Il caso più emblematico è rappresentato dal Rockefeller Brothers Fund, legato a un noto gruppo petrolifero. Valerie Rockefeller Wayne si è resa conto che finanziare le aziende che causano i problemi che si cerca di affrontare con i programmi della fondazione stessa è una cosa abbastanza stupida: “Avevamo degli investimenti che mettevano a rischio le nostre donazioni.

8) I combustibili fossili sono fondamentali per porre fine alla povertà nel mondo

Coloro che sono a favore dei combustibili fossili spesso affermano che carbone, petrolio e gas sono alla base del mondo moderno e che sono fondamentali per migliorare le vite delle persone più povere. È un’argomentazione che fa leva sull’emotività, ma l’ultimo report dell’IPCC (il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), – scritto e revisionato da migliaia di autorevoli esperti a livello mondiale e approvato da 195 Paesi – giunge alla conclusione diametralmente opposta: il cambiamento climatico causato dalla combustione incontrollata delle fonti fossili rappresenta “una minaccia per lo sviluppo sostenibile”.

Il report avverte inoltre che il surriscaldamento globale potrebbe avere un impatto serio e irreversibile sulle persone e che “limitare i suoi effetti è necessario per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e giustizia, e di conseguenza per sradicare la povertà”. L’IPCC ha proseguito aggiungendo che si prevede che gli effetti del cambiamento climatico “prolungheranno la povertà esistente e creeranno nuove trappole della povertà”.

Non si potrebbe essere più chiari. La sfida è assicurare lo sradicamento della povertà attraverso un dispiegamento di tecnologia pulita su vasta scala, e cominciare a ritirare capitali dai combustibili fossili attraverso  il disinvestimento potrebbe essere di grande aiuto.

9) La maggior parte dei combustibili fossili sono di proprietà di società statali, non delle aziende quotate in borsa oggetto delle campagne di disinvestimento

È vero. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il 74% di tutte le riserve di carbone, petrolio e gas naturale sono di proprietà di società statali. La risposta più diretta a questa obiezione è che il disinvestimento è soltanto uno dei molti modi per cercare di frenare le emissioni di carbonio, e che sarà certamente fondamentale un’azione internazionale a livello statale. Ci sono però dei motivi che spiegano perché il disinvestimento potrebbe essere d’aiuto. Le aziende di combustibili fossili elencate hanno una grande influenza e minare il loro potere potrebbe incoraggiare i politici dei maggiori paesi ad intraprendere delle azioni climatiche ambiziose a livello internazionale.

Tuttavia, molte delle maggiori società statali vendono le proprie azioni mentre allo stesso tempo stipulano contratti con le aziende quotate in borsa per aiutarle ad estrarre le loro riserve. Inoltre, le riserve controllate dallo stato tendono ad essere le più semplici ed economiche da estrarre e son quindi verosimilmente quelle che esauriranno l’ultima parte rimanente del budget di carbonio dell’atmosfera, vale a dire i circa mille miliardi di tonnellate di carbonio che gli scienziati dichiarano essere la soglia oltre la quale gli impatti dei cambiamenti climatici diventeranno più pericolosi. Infine, gli idrocarburi estraibili con i metodi più costosi e impattanti – come le sabbie bituminose e le riserve situate nell’Artico e nei fondali marini – che dovrebbero tassativamente restare nel sottosuolo, sono ad appannaggio quasi esclusivo delle aziende target delle campagne di disinvestimento.

10) Il modo in cui gli altri investono il proprio denaro non è affar tuo

In primo luogo, alcuni attivisti per il disinvestimento hanno come target i propri stessi fondi pensione: sono i loro soldi. Ma anche se così non fosse, l’impatto degli investimenti in combustibili fossili non si limita soltanto ai titolari degli investimenti stessi. Le emissioni di carbonio dovute alla combustione delle fonti fossili sono tra le cause del cambiamento climatico che colpisce tutta la popolazione del pianeta. Inoltre, l’argomentazione del “non sono affari tuoi” implicherebbe una delegittimazione di qualsiasi campagna per il disinvestimento, senza le quali i danni provocati dal tabacco e dall’apartheid in Sud Africa sarebbero potuti continuare molto più a lungo.

Traduzione a cura di Italian Climate Network e FOCSIV.

[1] In seguito a una crescita esponenziale degli impegni di disinvestimento, i capitali gestiti dalle organizzazioni che hanno deciso di disinvestire ammonta nel dicembre 2016 a un valore complessivo di circa 5.200 miliardi di dollari. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

[2] L’Accordo di Parigi, siglato in occasione della COP 21 nel dicembre 2015, ha sancito ufficialmente l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C, da parte dei 195 Paesi firmatari.

[3] Al dicembre 2016, le istituzioni e organizzazioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 688. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.