Accordo di Parigi e bilancio di carbonio: perché abbiamo bisogno di superare la dipendenza dai combustibili fossili

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Nel mese di dicembre 2015, a Parigi, tutti i paesi del mondo si sono accordati per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli pre-industriali e per incrementare gli sforzi per limitare tale aumento a +1.5°C .

Lo studio recentemente pubblicato da Oil Change International  –  intitolato “The Sky’s Limit: why the Paris climate goals require a managed decline of fossil fuel production”  – esamina  il rapporto tra questi obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra (GHG) e la produzione e l’uso dell’energia e suggerisce le politiche più adeguate per il conseguimento degli obiettivi medesimi.

I risultati chiave individuati dallo studio:

  • Le emissioni di gas serra generate dalle estrazioni di petrolio, gas e carbone – previste dagli impianti e miniere attualmente esistenti – conducono a un riscaldamento globale superiore ai 2°C.
  • Da soli, i giacimenti di petrolio e di gas attualmente sfruttati porterebbero a un
    aumento di oltre 1.5°C.
  • Le energie rinnovabili possono soddisfare la domanda di energia nel corso dei prossimi decenni, promuovendo la creazione di posti di lavoro per i lavoratori e le comunità colpiti dal necessario calo della produzione di combustibili fossili.
  • Una delle politiche climatiche più potenti e anche una delle più semplici è mettere fine allo sfruttamento dei combustibili fossili.

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I principali  interventi raccomandati :

  • Non bisogna più sviluppare nuove infrastrutture di sfruttamento e trasporto dei
    combustibili fossili e i governi devono cessare di rilasciare i permessi.
  • Alcuni giacimenti, in particolare nei paesi ricchi, dovranno cessare le operazioni di estrazione prima del loro esaurimento e dovrebbe essere fornito adeguato sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo affinché intraprendano il percorso di un’economia a bassa impronta di carbonio. Inoltre, la produzione di combustibili fossili dovrebbe fermarsi ogniqualvolta esista una violazione dei diritti delle popolazioni locali, comprese le popolazioni indigene, oppure si rechi un grave danno alla biodiversità.
  • Questo non significa la fine immediata dell’uso dei combustibili fossili: i governi e le imprese devono gestire una riduzione graduale della produzione di energia fossile e muoversi verso una transizione energetica giusta per i lavoratori e le comunità che dipendono da queste industrie.

La logica è semplice: o si agisce ora, o ci avviamo verso un disastro ecologico che porterà con sé inevitabili costi economici e sociali. Le politiche climatiche potrebbero essere altrettanto semplici se fossero coerenti con la scienza del clima: poiché il biossido di carbonio (CO2) accumulato nel tempo determinerà l’entità del cambiamento climatico occorre tenere sotto controllo il “bilancio di carbonio”.

Il bilancio di carbonio ci indica quanta CO2 può essere rilasciata senza superare i limiti di temperatura pericolosi per il pianeta. Le ipotesi considerate nello studio sono due: una probabilità del 66% di mantenere il cambiamento climatico sotto i 2° C, causando ancora gravi danni ambientali, e una del 50% di raggiungere l’obiettivo del limite di +1.5° C. Se sfruttate, le riserve mondiali conosciute di combustibili fossili causerebbero una quantità di emissioni totalmente incompatibile con questi obiettivi. Infatti, per raggiungere i limiti di +2°C o +1.5°C queste riserve dovrebbero rimanere nel sottosuolo rispettivamente per il 71% e 87%.


Disinvestimento: una rivoluzione planetaria in cinque anni

Cinque anni fa, l’idea che investire in aziende del settore dei combustibili fossili fosse moralmente o economicamente problematico era quasi sconosciuta. Poi, nei campus universitari degli Stati Uniti ha iniziato a prendere forma un’idea: è una follia etica ed economica spendere miliardi nell’estrazione di altro combustibile, dal momento che nelle riserve esistenti c’è più carbone, petrolio e gas di quanto ne possa essere bruciato mantenendo il cambiamento climatico sotto controllo.

È di un mese fa la notizia che a livello globale gli investitori che hanno deciso di liberarsi delle proprie azioni in combustibili fossili hanno raggiunto un valore totale di capitali gestiti di oltre 5 trilioni di dollari ($5.000.000.000.000 per intenderci). Tra questi investitori vi sono fondi professionali a scopo di lucro, ma anche diverse organizzazioni cattoliche, fondazioni filantropiche e ONG.

Il rischio di una “bolla di carbonio” viene ora preso sul serio al più alto livello, che include la Banca d’Inghilterra, la Banca Mondiale e il Financial Stability Board del G20. Di fronte alla necessità impellente di mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo il disinvestimento appare dunque sempre di più come una strategia vincente, capace di fare bene sia al clima che alla finanza.

Articolo di Daniela Patrucco di Retenergie per la coalizione #DivestItaly