Nove istituti cattolici annunciano la decisione di disinvestire dalle fonti fossili

Live Laudato si'
Nove tra ordini religiosi, diocesi e comunità monastiche del Regno Unito, Stati Uniti e Italia hanno annunciato oggi la propria decisione di disinvestire dalle fonti fossili, realizzando così il più ampio annuncio congiunto di questo tipo mai avvenuto finora. Un seguito concreto rispetto all’importante momento di confronto sul tema rappresentato dalla conferenza “Laudato Si’ e investimenti cattolici”, svoltasi nel Gennaio 2017, oltre che un chiaro segnale della sempre maggiore attenzione del mondo cattolico verso la sfida climatica.

Un segnale che per di più arriva in un periodo denso di eventi particolarmente importanti sul fronte dei cambiamenti climatici. E’ infatti attualmente in corso a Bonn il negoziato intermedio della Convenzione ONU sul clima (UNFCCC), dove vengono discusse le misure di attuazione dell’Accordo di Parigi, mentre a distanza esatta di un mese si apriranno a Bologna i lavori del G7 ambiente.
Non solo: l’annuncio giunge nel bel mezzo della Global Divestment Mobilisation organizzata dall’ong 350.org, una nove giorni di mobilitazione con una serie di iniziative in tutto il mondo finalizzate ad aumentare l’attenzione sul tema del disinvestimento dalle fonti fossili e ad esortare municipalità, fondi pensione, compagnie assicuratrici e altre istituzioni target a prendere impegni di disinvestimento.

Rispetto al precedente annuncio congiunto, avvenuto, nell’ottobre 2016 la presenza di istituti cattolici italiani è particolarmente significativa in questa occasione. Sono infatti ben cinque le realtà che hanno annunciato la propria decisione di disinvestire: l’Arcidiocesi di Pescara – Penne, la Provincia d’Italia dell’ordine dei Gesuiti, la Comunità Monastica di Siloe, la Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita e il periodico Il Dialogo. Un segnale decisamente incoraggiante, che testimonia l’impatto dell’appello di Papa Francesco a una conversione ecologica lanciato quasi due anni fa nell’Enciclica “Laudato Si’”, e che fa ben sperare sul fatto che nel nostro paese siano sempre di più le realtà, cattoliche e laiche, che decidano di rompere i propri legami finanziari con l’industria dei combustibili fossili.

Una nuova adesione a #DivestItaly: benvenuti Earth Day Italia!

Earth Day Italia_logo

 

Anche Earth Day Italia aderisce alla campagna #DivestItaly per promuovere il disinvestimento dall’industria delle fonti fossili a tutti i livelli.

Earth Day Italia è la sede italiana dell’Earth Day Network, l’ONG internazionale che promuove la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, il più importante evento di sensibilizzazione sulla tutela del nostro Pianeta capace di coinvolgere annualmente oltre un miliardo di persone in tutto il mondo.

Earth Day Italia lavora per promuovere la formazione di una nuova coscienza ambientale e per favorire il dialogo e la cooperazione tra i tanti soggetti che si occupano della tutela dell’ambiente, non solo tramite l’organizzazione della Giornata Mondiale della Terra nel nostro paese a partire dal 2007 ma anche attraverso una costante opera di sensibilizzazione portata avanti grazie a eventi, incontri tematici e campagne.

L’adesione a #DivestItaly rappresenta quindi in quest’ottica una decisione carica di significato, a rimarcare quanto l’attuale modello finanziario sia corresponsabile dell’aggravarsi del cambiamento del clima e degli impatti di questo fenomeno che vanno a ripercuotersi sul nostro Pianeta.

Dichiara infatti Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia: Siamo impegnati da anni nelle celebrazioni della Giornata Mondiale della Terra e non possiamo ignorare il danno che lo sfruttamento delle fonti fossili ha fatto e sta ancora facendo al nostro Pianeta. La decarbonizzazione non può più essere considerata un’opzione; scienza e coscienza ci dicono da tempo che è l’unica soluzione per un futuro sostenibile per le prossime generazioni.
E’ ora di unire la nostra voce a quella di tanti altri amici per chiedere alle istituzioni e ai cittadini italiani di disinvestire dalle fonti fossili. Gli investimenti producono sempre cambiamenti, per questo dobbiamo scegliere di non dare più il nostro sostegno economico a progetti e infrastrutture che minano il futuro dei nostri figli

Anche Rete Clima aderisce alla campagna #DivestItaly!

Rete Clima LOGO UFFICIALE

 

Cresce il supporto e il consenso attorno alla campagna #DivestItaly con la nuova adesione di Rete Clima, ente no-profit impegnato nella promozione della sostenibilità delle Organizzazioni con un’attenzione particolare verso la gestione dei gas serra per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Per realizzare la propria mission il network di Rete Clima aggrega competenze diverse e multidisciplinari per offrire un concreto supporto alle Organizzazioni pubbliche e private che vogliono ridurre la propria impronta di carbonio. Nel fare ciò Rete Clima si focalizza sul processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni di gas serra prodotte dai soggetti con i quali collabora, senza trascurare le attività orientate alla divulgazione ed all’educazione ambientale per la diffusione della cultura della sostenibilità.

L’adesione alla campagna #DivestItaly rappresenta secondo Rete Clima un atto quasi dovuto per chi, come loro, crede nella promozione di un futuro sostenibile, necessariamente orientato verso soluzioni di trasformazione ed usi finali dell’energia sempre meno basate sulle inquinanti fonti fossili.

A questo proposito Paolo Viganò, responsabile scientifico dell’ente, afferma: “L’adesione a questa campagna rappresenta per Rete Clima un passo naturale, la logica conseguenza della nostra mission che punta a promuovere azioni di decarbonizzazione delle Organizzazioni e dei prodotti/servizi, con lo scopo di aumentare la sostenibilità del sistema socio-economico e contrastare il cambiamento climatico. Le fonti fossili rappresentano oggi un pesante fardello in termini ambientali, eredità di un passato in cui il loro uso è stato pur importante ed inevitabile: oggi però i tempi sono maturi perché si possa pensare ad una vera e propria transizione verso le energie rinnovabili, mature da un punto di vista tecnico e concorrenziali a livello economico con le fonti energetiche fossili (pur anche senza la contabilizzazione dei loro costi esterni). Per operare questa transizione servono però investimenti economici verso le fonti rinnovabili e, parimenti, serve quindi disinvestire da quelle fonti energetiche fossili che sempre più stanno evidenziando le proprie criticità a livello locale e globale: ma per favorire questo spostamento degli investimenti verso “aree più green” i soggetti attivi della società civile devono fare informazione, creare consenso e cultura perché questa transizione verso le fonti energetiche rinnovabili possa avvenire il più rapidamente ed efficacemente possibile”.

Irlanda sempre più verde: stop agli investimenti in fonti fossili

Votato dal parlamento il Fossil Fuel Divestment Bill che prevede la cancellazione degli investimenti nazionali in carbone, petrolio e gas

 

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Pochi paesi al mondo vengono istintivamente associati ad un colore come accade con l’Irlanda e il verde.
L’isola di smeraldo, così viene anche chiamata, ha i due terzi del suo territorio occupati da (verdi) pascoli e tra i suoi simboli nazionali un trifoglio ed uno gnomo, tipicamente vestito di verde, stesso colore che domina le divise delle selezioni sportive nazionali.
Forse non poteva che essere quest’isola il primo paese al mondo a dire basta ai combustibili fossili.

Il parlamento irlandese ha infatti approvato il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, provvedimento che cancella tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese da carbone, petrolio e gas e che, se passerà il test della commissione finanziaria, nei prossimi mesi farà dell’Irlanda il primo paese al mondo ad  aver messo al bando i combustibili fossili.

Passata con 90 voti a favore contro 53 contrari, la legge, proposta dal deputato indipendente Thomas Pringle, ha infatti come scopo la cancellazione di tutti gli investimenti dell’Ireland Strategic Investment Fund, il fondo sovrano irlandese, da carbone, petrolio e gas. Circa 8 miliardi di euro il valore del Fondo, cifra che dovrà essere spostata dagli investimenti in compagnie che si occupano di combustibili fossili verso imprese o investimenti più green, almeno si spera.

“I governi nazionali devono giocare un ruolo essenziale nell’implementare i propri impegni presi a Parigi – ha commentato Pringle – assicurando che i fondi pubblici supportino la transizione verso l’energia pulita e siano al riparo dall’inevitabile declino dell’industria dei combustibili fossili”.

Mentre negli Stati Uniti subito dopo il giuramento del neo presidente Donald Trump viene cancellato ogni riferimento ai cambiamenti climatici dal sito web della Casa Bianca la verde Irlanda fa segnare un punto per il movimento globale per il disinvestimento dalle fonti fossili.

“Lobby e politici che continuano a negare l’esistenza del cambiamento climatico e che continuano a manipolare i dati scientifici non sono più tollerabili – dichiara ancora Pringle -. Non possiamo accettare le loro azioni nei confronti di milioni di povere persone che vivono in zone sottosviluppate del pianeta e che devono fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico, attraverso carestie, migrazioni di massa e disordini sociali”.

Prima dell’Irlanda, sempre in Europa, era stata la Norvegia a compiere un primo passo sulla strada del disinvestimento dalle fossili. A metà 2015 il fondo sovrano norvegese, ben più consistente di quello irlandese (vale complessivamente 900 miliardi di dollari) ha abbandonato gli investimenti nel carbone, non nel petrolio di cui il Paese rimane il terzo esportatore mondiale.

Articolo ripreso dal sito di Earth Day Italia, che ha recentemente deciso di aderire alla campagna #DivestItaly:
http://www.earthday.it/Energia/Irlanda-sempre-piu-verde.-Stop-agli-investimenti-in-fonti-fossili

Il Movimento per la Decrescita Felice esprime il suo supporto a #DivestItaly

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Anche il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di aderire formalmente alla campagna #DivestItaly, in continuità con il proprio impegno sulle questioni ambientali e sui cambiamenti climatici. L’attenzione a queste tematiche rappresenta infatti un aspetto importante dell’attività e del pensiero della decrescita, che evidenzia in particolar modo come l’affidamento a risorse finite come quelle dei combustibili fossili costituisca inevitabilmente una fonte di problemi ambientali ed economici sempre più stringenti.

Da sempre attivo e partecipe alle diverse iniziative promosse dalla società civile, il Movimento per la Decrescita Felice ha deciso di unirsi alle tante organizzazioni che hanno già espresso il proprio supporto a #DivestItaly sulla base della consapevolezza che cambiare il paradigma finanziario odierno rappresenta un’azione imprescindibile nella lotta al surriscaldamento globale e nel tracciare la strada di un futuro più sostenibile.

Aderiamo con forza all’iniziativa” ha commentato Jean-Louis Aillon, presidente di MDF. “Per scongiurare la minaccia dei cambiamenti climatici e imboccare la strada della decrescita urgono iniziative concrete e la campagna #DivestItaly è un bell’esempio.”

Accordo di Parigi e bilancio di carbonio: perché abbiamo bisogno di superare la dipendenza dai combustibili fossili

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Nel mese di dicembre 2015, a Parigi, tutti i paesi del mondo si sono accordati per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli pre-industriali e per incrementare gli sforzi per limitare tale aumento a +1.5°C .

Lo studio recentemente pubblicato da Oil Change International  –  intitolato “The Sky’s Limit: why the Paris climate goals require a managed decline of fossil fuel production”  – esamina  il rapporto tra questi obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra (GHG) e la produzione e l’uso dell’energia e suggerisce le politiche più adeguate per il conseguimento degli obiettivi medesimi.

I risultati chiave individuati dallo studio:

  • Le emissioni di gas serra generate dalle estrazioni di petrolio, gas e carbone – previste dagli impianti e miniere attualmente esistenti – conducono a un riscaldamento globale superiore ai 2°C.
  • Da soli, i giacimenti di petrolio e di gas attualmente sfruttati porterebbero a un
    aumento di oltre 1.5°C.
  • Le energie rinnovabili possono soddisfare la domanda di energia nel corso dei prossimi decenni, promuovendo la creazione di posti di lavoro per i lavoratori e le comunità colpiti dal necessario calo della produzione di combustibili fossili.
  • Una delle politiche climatiche più potenti e anche una delle più semplici è mettere fine allo sfruttamento dei combustibili fossili.

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I principali  interventi raccomandati :

  • Non bisogna più sviluppare nuove infrastrutture di sfruttamento e trasporto dei
    combustibili fossili e i governi devono cessare di rilasciare i permessi.
  • Alcuni giacimenti, in particolare nei paesi ricchi, dovranno cessare le operazioni di estrazione prima del loro esaurimento e dovrebbe essere fornito adeguato sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo affinché intraprendano il percorso di un’economia a bassa impronta di carbonio. Inoltre, la produzione di combustibili fossili dovrebbe fermarsi ogniqualvolta esista una violazione dei diritti delle popolazioni locali, comprese le popolazioni indigene, oppure si rechi un grave danno alla biodiversità.
  • Questo non significa la fine immediata dell’uso dei combustibili fossili: i governi e le imprese devono gestire una riduzione graduale della produzione di energia fossile e muoversi verso una transizione energetica giusta per i lavoratori e le comunità che dipendono da queste industrie.

La logica è semplice: o si agisce ora, o ci avviamo verso un disastro ecologico che porterà con sé inevitabili costi economici e sociali. Le politiche climatiche potrebbero essere altrettanto semplici se fossero coerenti con la scienza del clima: poiché il biossido di carbonio (CO2) accumulato nel tempo determinerà l’entità del cambiamento climatico occorre tenere sotto controllo il “bilancio di carbonio”.

Il bilancio di carbonio ci indica quanta CO2 può essere rilasciata senza superare i limiti di temperatura pericolosi per il pianeta. Le ipotesi considerate nello studio sono due: una probabilità del 66% di mantenere il cambiamento climatico sotto i 2° C, causando ancora gravi danni ambientali, e una del 50% di raggiungere l’obiettivo del limite di +1.5° C. Se sfruttate, le riserve mondiali conosciute di combustibili fossili causerebbero una quantità di emissioni totalmente incompatibile con questi obiettivi. Infatti, per raggiungere i limiti di +2°C o +1.5°C queste riserve dovrebbero rimanere nel sottosuolo rispettivamente per il 71% e 87%.


Disinvestimento: una rivoluzione planetaria in cinque anni

Cinque anni fa, l’idea che investire in aziende del settore dei combustibili fossili fosse moralmente o economicamente problematico era quasi sconosciuta. Poi, nei campus universitari degli Stati Uniti ha iniziato a prendere forma un’idea: è una follia etica ed economica spendere miliardi nell’estrazione di altro combustibile, dal momento che nelle riserve esistenti c’è più carbone, petrolio e gas di quanto ne possa essere bruciato mantenendo il cambiamento climatico sotto controllo.

È di un mese fa la notizia che a livello globale gli investitori che hanno deciso di liberarsi delle proprie azioni in combustibili fossili hanno raggiunto un valore totale di capitali gestiti di oltre 5 trilioni di dollari ($5.000.000.000.000 per intenderci). Tra questi investitori vi sono fondi professionali a scopo di lucro, ma anche diverse organizzazioni cattoliche, fondazioni filantropiche e ONG.

Il rischio di una “bolla di carbonio” viene ora preso sul serio al più alto livello, che include la Banca d’Inghilterra, la Banca Mondiale e il Financial Stability Board del G20. Di fronte alla necessità impellente di mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo il disinvestimento appare dunque sempre di più come una strategia vincente, capace di fare bene sia al clima che alla finanza.

Articolo di Daniela Patrucco di Retenergie per la coalizione #DivestItaly

Uno in più: anche Fairwatch aderisce alla campagna #DivestItaly!

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Dopo le recenti adesioni di ClimAzione e Giornalisti Nell’Erba la coalizione #DivestItaly dà il benvenuto anche a Fairwatch, che ha deciso di esprimere il proprio supporto alla campagna italiana per il disinvestimento dalle fonti fossili.

Fairwatch è un’ONG di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione e advocacy sui temi del commercio, dell’economia internazionale e dei cambiamenti climatici, tematiche rispetto alle quali la campagna #DivestItaly si pone l’obiettivo di evidenziare i legami e le connessioni.

Secondo Alberto Zoratti, presidente dell’ONG, “la lotta al cambiamento climatico non può prescindere da una messa in discussione del paradigma economico; questa passa da un cambio di rotta sugli accordi di libero scambio e investimento, per arrivare a scelte più immediate come il disinvestimento dalle fonti fossili. Solo togliendo l’acqua dove nuotano i pesci dell’economia fossile è possibile accelerare il processo di transizione ecologica delle nostre società. Abbiamo sempre meno tempo a disposizione, per questo bisogna agire adesso“.

Giornalisti Nell’Erba, giornalisti per il clima. Benvenuti nella coalizione #DivestItaly!

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La coalizione che supporta la campagna #DivestItaly si ingrandisce grazie alla nuova adesione di Giornalisti Nell’Erba, una testata giornalistica e progetto realizzato dall’associazione di promozione sociale Il Refuso con il contributo del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Nato nel 2006 con il primo concorso di giornalismo su temi ambientali aperto a bambini e ragazzi, nel corso di questi anni ha conosciuto un notevole successo tra le generazioni più giovani, che costituiscono il target e il cuore del progetto.

Le attività realizzate e portate avanti da Giornalisti Nell’Erba sono molteplici, tutte ispirate dall’obiettivo di far crescere coscienze critiche e lettori – nonché informatori – consapevoli e dare espressione alle voci dei più giovani sulle questioni ambientali contemporanee. Attraverso un premio internazionale di giornalismo ambientale, una testata online che accoglie anche i contributi dei giovani reporter, dei docenti e degli esperti, e l’organizzazione di eventi, incontri, e convegni, Giornalisti nell’Erba rappresenta una rete che coinvolge migliaia di bambini, ragazzi, insegnanti, giovani, giornalisti, comunicatori, ambientalisti e ricercatori.

Tra le varie tematiche affrontate e narrate, un grande rilievo viene dato a una delle sfide ambientali più difficili e complesse del tempo presente e del futuro, quella dei cambiamenti climatici. L’adesione alla campagna #DivestItaly sottolinea l’attenzione di Giornalisti Nell’Erba a non trascurare gli aspetti meno conosciuti – ma non per questo meno importanti – dei temi trattati, come si evince anche dalle parole di Paola Bolaffio, giornalista, direttore e ideatrice del progetto: “Da sempre trattiamo l’argomento del climate change sotto ogni aspetto, come merita di essere trattato un argomento così complesso ma che ci riguarda così da vicino. È in gioco il nostro destino e quello delle prossime generazioni. Siamo convinti che evidenziare il legame tra investimenti e fossili sia di fondamentale importanza nel processo verso la decarbonizzazione, e riteniamo quindi molto importante la sensibilizzazione sul ruolo che la finanza e l’economia giocano nella lotta contro i cambiamenti climatici.”

Anche ClimAzione aderisce alla campagna #DivestItaly

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#DivestItaly dà il benvenuto a ClimAzione, una nuova organizzazione che ha deciso di supportare la campagna italiana per il disinvestimento dai combustibili fossili!

Nata ufficialmente nel 2015 per iniziativa di un gruppo di cittadini riuniti sotto il nome di “Udine per il Clima”, già attivi dal 2014 con l’organizzazione della Marcia per il Clima a Udine, l’associazione si pone l’obiettivo di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica territoriale sul tema del cambiamento climatico e sulla necessità di stimolare e sostenere le azioni di pressione dal basso sui decisori politici.

A tal fine, ClimAzione realizza diverse iniziative quali l’organizzazione di dibattiti e conferenze, la proiezione di film e la promozione e partecipazione a flash mob e manifestazioni pro-clima. Un aspetto importante è rappresentato inoltre dal coinvolgimento di altre realtà territoriali attive in ambito climatico, che ha portato alla costituzione della Coalizione Clima Udine.

L’adesione alla campagna #DivestItaly si pone quindi in piena sintonia e continuità con la mission di ClimAzione e le attività intraprese fino ad oggi, rientrando nel programma di crescita dell’impegno dell’associazione sul territorio per contribuire alla necessaria decarbonizzazione dell’economia e alla transizione verso le energie pulite.

 

Guida al disinvestimento dai combustibili fossili

Traduzione italiana della guida sui fondamenti del disinvestimento pubblicata da The Guardian: che cosa significa, perché è così urgente e quali sono gli effetti sul cambiamento climatico

 

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Che cos’è il disinvestimento dai combustibili fossili?

Il disinvestimento è l’opposto dell’investimento: è la rimozione degli investimenti in azioni, titoli di stato o altri fondi.  Il movimento mondiale per il disinvestimento dai combustibili fossili chiede alle istituzioni di rimuovere i propri soldi dalle società petrolifere, legate al carbone o al gas sulla base di motivi sia morali che economici. Classici target delle richieste di disinvestimento sono università, istituzioni religiose, fondi pensione, enti locali e fondazioni di beneficienza.

Si tratta della campagna di disinvestimento con il tasso di crescita più rapido della storia, e, secondo uno studio della Oxford University, potrebbe causare seri danni alle aziende legate a petrolio, carbone e gas. Le precedenti campagne di disinvestimento hanno avuto come obiettivo l’industria del tabacco, quella del gioco d’azzardo o le aziende che contribuivano ad alimentare il conflitto in Darfur, ma il disinvestimento è probabilmente meglio conosciuto per il suo ruolo nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Di che cosa si tratta e perché disinvestire?

Quasi tutti gli argomenti a favore del disinvestimento dai combustibili fossili rientrano in due categorie: quella morale e quella economica.

Partendo dall’argomentazione morale, questa trova il suo fondamento nei principi della matematica. Diverse ricerche scientifiche dimostrano che, al fine di rispettare gli obiettivi internazionali per limitare l’aumento delle temperature a 2°C e prevenire così gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, tra i due terzi e i quattro quinti delle fonti fossili devono rimanere nel suolo.
Tuttavia le aziende legate ai combustibili fossili contano sul fatto che questi obiettivi non saranno raggiunti e continuano perciò a estrarre e vendere dalle proprie riserve, cercandone anzi attivamente sempre di nuove. Facendo questo, dirigono la razza umana su un sentiero che conduce ad un cambiamento climatico irreversibile, con  conseguenze quali l’innalzamento del livello delle acque, alluvioni, siccità, sempre più malattie, più conflitti e crisi migratorie.
Le Nazioni Unite hanno prestato la loro “autorità morale” alla campagna per il disinvestimento, mentre Desmond Tutu[1] ha affermato che “le persone che hanno una coscienza devono rompere i legami con le corporazioni che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

La seconda argomentazione è di tipo finanziario, e si basa sulla premessa che se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati, gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il proprio valore. L’ipotesi che queste “riserve bloccate” stiano creando una “bolla di carbonio” da migliaia di miliardi di dollari che potrebbe portare il mondo ad una nuova crisi finanziaria è l’oggetto di un’indagine della Banca d’Inghilterra, dopo che il suo direttore Mark Carney ha affermato pubblicamente che “la grande maggioranza delle riserve fossili non possono essere bruciate”.
La Banca Mondiale si è dichiarata favorevolmente rispetto all’argomento finanziario per il disinvestimento, con il presidente Jim Yong Kim che ha dichiarato che “ogni società, investitore e banca che protegge nuovi ed esistenti investimenti che tengano conto dei rischi climatici è semplicemente pragmatico”.
Anche se l’impatto del disinvestimento sui prezzi dei titoli potrebbe essere relativamente piccolo, il danno alla reputazione può comportare serie conseguenze finanziarie.

Che cos’è il budget di carbonio?

Il budget di carbonio è la quantità di gas serra che può ancora essere immessa nell’atmosfera senza che la soglia di allarme per il riscaldamento globale venga superata, ovvero l’obiettivo dei 2°C concordato dai governi.[2] Nel 2013, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, o comitato intergovernativo sul cambiamento climatico) ha stimato per la prima volta una cifra per il budget di carbonio[3], annunciando che il mondo produce circa 50 miliardi di tonnellate di gas serra all’anno. È anche molto probabile che più del 20% dell’anidride carbonica (CO2) emessa  finora resterà nell’atmosfera per più di 1.000 anni anche nel caso in cui le emissioni causate dall’uomo dovessero cessare. Ciò significa che se continuiamo ad emettere CO2 ai livelli attuali, useremo il budget di carbonio rimanente entro i prossimi 15-25 anni.[4] Siccome abbiamo già sfruttato i due terzi del budget, l’IPCC ha esortato i governi ad agire rapidamente, prendendo in considerazione il concetto e la stima del budget di carbonio come base per la negoziazione degli accordi internazionali.

Che cos’è la “bolla di carbonio”?

La “bolla di carbonio” è un termine usato da regolatori, società finanziarie e attivisti per descrivere la sopravvalutazione dei titoli legate alle riserve di gas, carbone e petrolio possedute  dalle imprese operanti nel comparto dei combustibili fossili in tutto il mondo. Se i governi perseguono gli obiettivi internazionali sulle emissioni di anidride carbonica al fine di frenare il cambiamento climatico, tra i due terzi e i quattro quinti di queste riserve non dovrebbero essere utilizzate, rendendole prive di valore. Siccome le società di combustibili fossili sono tra le più ricche al mondo, queste” riserve bloccate” hanno il potenziale di innescare una nuova crisi finanziaria nel caso in cui gli investitori si ritirino velocemente uno dopo l’altro.

La bolla di carbonio potrebbe stare gonfiando titoli per un valore di migliaia di miliardi di dollari, come riporta una ricerca pubblicata nel 2013 dal think-tank “Carbon Tracker” e una realizzata dall’economista Lord Nicholas Stern, l’autore dell’eponimo report del 2006 commissionato da Gordon Brown – allora ministro delle finanze britannico – riguardo alle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici. La Shell ha rifiutato questa teoria, preannunciando in una lettera ai suoi azionisti che i combustibili fossili rappresenterebbero tra il 40% e il 50% del rifornimento energetico fino al 2050 e oltre. La Banca d’Inghilterra ha condotto un’inchiesta per quanto riguarda i danni potenziali  di una “bolla di carbonio” sull’economia, sottolineando l’importanza di attuare una transizione graduale degli investimenti dai settori attuali a quelli a bassa intensità di carbonio e cercando di prevedere il più possibile i rischi associati.

Chi ha disinvestito?

Più di 220 istituzioni nel mondo si sono impegnate in vari modi a disinvestire dai combustibili fossili, tra cui fondi pensione, fondazioni,  università, istituti religiosi ed enti locali.[5]
Una coalizione di fondazioni filantropiche, inclusi gli eredi della fortuna petrolifera Rockefeller, ha iniziato a ritirare i suoi investimenti  dalle fonti fossili nel 2014, mentre tra le città che hanno disinvestito si annoverano San Francisco, Seattle e Oslo. Il più grande fondo sovrano del mondo, il Norway’s Government Pension Fund Global (GPFG – Fondo Pensioni  del Governo Norvegese), ha rivelato di recente di avere ridotto i suoi investimenti in 114 società, tra cui aziende produttrici di sabbie bituminose, per motivi riguardanti i cambiamenti climatici.
La Chiesa d’Inghilterra ha disinvestito dai combustibili fossili più inquinanti, mentre il World Council of Churches (Consiglio Mondiale delle Chiese), che rappresenta mezzo miliardo di cristiani nel mondo, ha eliminato ogni sorta di investimenti nei combustibili fossili.
Nell’ottobre del 2014, la Glasgow University è stata la prima in Europa a impegnarsi in questa direzione. Negli Stati Uniti d’America, la Syracuse University è la più grande ad avere disinvestito dall’industria del carbone, del petrolio e del gas, mentre la Stanford University sta rimuovendo le sue azioni dalle società del carbone. Il 23 giugno del 2015, la Federazione Mondiale delle Chiese Luterane ha annunciato che avrebbe disinvestito dalle società di combustibili fossili, azione che interessa gli investimenti attuali e futuri e che è stata confermata nel consiglio svoltosi nell’agosto 2015 a New Orleans.

Chi si è espresso contro il disinvestimento?

Una serie di istituzioni chiave si sono esplicitamente rifiutate di disinvestire.
Nel maggio del 2015, lo Swarthmore College (USA), il luogo di nascita del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili, ha preso la sorprendente decisione di non disinvestire, asserendo di concentrare i suoi sforzi ambientalisti sul cambiamento delle abitudini di consumo.
Nel marzo del 2015, il Guardian ha lanciato la campagna “Keep it in the Ground”, che fa appello alle fondazioni di beneficienza più grandi del mondo – la Wellcome Trust e la Bill and Melinda Gates Foundation – affinchè disinvestano. Entrambe le istituzioni si sono rifiutate: la Wellcome Trust sostiene che il coinvolgimento con le società di combustibili fossili rappresenti un modo più efficace per limitare le emissioni di CO2, mentre la Gates Foundation ha declinato qualsiasi commento.

L’ex sindaco di Londra Boris Johnson ha rifiutato l’appello del consiglio comunale a disinvestire il fondo pensione della città dai combustibili fossili, sostenendo che il disinvestimento è “un precipizio” e che il Regno Unito ha bisogno di affidarsi maggiormente alla tecnica del fracking – ovvero l’utilizzo di potenti getti d’acqua in grado di spaccare la roccia per farne uscire più agevolmente gas e petrolio – come fonte  di approvvigionamento  di energia.
L’ allora segretaria dell’ambiente inglese Liz Truss si è rifiutata di incoraggiare il disinvestimento dei fondi pensione dei parlamentari dai combustibili fossili, affermando al Guardian: “Credo che il giusto modo [per influenzare gli investimenti] sia attraverso gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio”.
La rettrice dell’Harvard University, Drew Gilpin Faust, ha respinto il disinvestimento come “né giustificato, né saggio”, chiamando i suoi investimenti “una risorsa economica, non un uno strumento per incitare ad un cambiamento politico o sociale”. La University of Edinburgh ha declinato gli appelli al disinvestimento, affermando che avrebbe dato la priorità all’impegno preso con le società dei combustibili fossili.

C’è differenza tra il disinvestimento dal carbone, dal petrolio e dal gas?

Esistono diverse opinioni tra gli attivisti e le istituzioni su che livello e che tipo di disinvestimento sia necessario intraprendere. Secondo il Lord liberal-democratico Dick Taverne, la campagna “Keep it in the Ground” “trascura la necessità di distinguere tra i vari combustibili fossili. La minaccia più significativa di un pericoloso aumento delle temperature globali deriva dall’uso del carbone… Nel breve o medio termine, il sostituto più efficace del carbone è il gas. Gli Stati Uniti hanno ridotto le emissioni di carbonio più di ogni altro paese poiché hanno sostituito il carbone con il gas”.
Varie istituzioni hanno preso simili posizioni nelle loro scelte di disinvestimento. La Stanford University (USA) e la London School of Hygiene and Tropical Medicine, per esempio, hanno deciso di disinvestire solamente dal carbone, mentre la Chiesa d’Inghilterra ha optato per il carbone termico e le sabbie bituminose, sostenendo che questi combustibili sono i più inquinanti a livello di emissioni di gas serra.

Ma Jamie Henn di 350.org ritiene che sia importante che le istituzioni disinvestano sia dal carbone che dal petrolio e dal gas:

nessuno [di questi combustibili] è compatibile con un futuro sostenibile.  Il carbone è un target facile. La maggior parte dei titoli investiti nell’industria del carbone hanno valori così bassi che, se ancora ne possiedi, o sei stupido o semplicemente malevolo. Il disinvestimento è una questione di buon senso. Ciò detto, gli impegni di disinvestimento fanno una differenza enorme, visto che accelerano il declino dell’industria e spingono i governi ad agire. Il carbone è quello che inquina maggiormente l’ambiente, ma è l’industria del petrolio che ha la maggiore influenza corruttiva sulla politica. Sono gli attori con il potere maggiore, che dobbiamo stigmatizzare per fare spazio al progresso ”.

Alcuni, come l’autrice e attivista Naomi Klein, hanno fatto appello affinchè il crollo dei prezzi del carbone e del petrolio sia utilizzato come un’opportunità  per contrastare il cambiamento climatico e “sbarazzarci del petrolio finché i prezzi sono bassi.”

Quali sono le argomentazioni contro il disinvestimento?

I critici del movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili affermano che quest’ultimo è ipocrita, perché una società occidentale globalizzata (e con essa gli individui che la costituiscono) è dipendente da carbone, gas e petrolio per i suoi fabbisogni quotidiani.
Altri, come il giornalista del Financial Times John Gapper, sostiene che il movimento dovrebbe avere come obiettivo le aziende che emettono grandi quantità di emissioni di carbonio, anziché solamente i produttori. Gapper afferma che il movimento per il disinvestimento è solamente “un gran gesto simbolico” che non avrà alcun impatto finanziario perché altri investitori compreranno i titoli delle industrie che producono carburanti fossili.
Altri ancora, come l’editorialista del Times Matt Ridley, affermano che il movimento non è etico se si considera la questione della povertà, e cioè il fatto che i combustibili fossili sono necessari per consolidare l’economia dei paesi in via di sviluppo. Secondo la sua critica, il movimento per il disinvestimento esige che le istituzioni “diano priorità al benessere dei nostri pro-pro-nipoti sulle spalle o a discapito dei poveri odierni”.

Molte di queste argomentazioni vengono confutate nell’articolo sui 10 miti del disinvestimento.

Noi tutti usiamo i combustibili fossili, il disinvestimento non è dunque ipocrita?

Naturalmente molti dei prodotti e delle utenze di cui facciamo uso nella vita quotidiana – dal riscaldamento alla plastica – dipendono dai combustibili fossili. Ma il movimento per il disinvestimento non manderà in bancarotta l’industria da un giorno all’altro, e in effetti il suo impatto maggiore è a livello politico più che economico. Il movimento sostiene che i combustibili fossili ci portano verso livelli catastrofici di cambiamento climatico e che il mondo ha bisogno di basare il suo consumo su risorse ben più sostenibili, e che questa transizione deve avvenire velocemente.

I consumatori possono naturalmente essere pro-attivi e apportare cambiamenti al loro stile di vita, che rimane un fattore importante. Tuttavia, sono i produttori che hanno il potere di fare la differenza che porterà o non porterà a raggiungere gli obiettivi internazionali stabiliti per evitare che il cambiamento climatico avvenga su una scala catastrofica e irreversibile. Questi produttori sono però attualmente impegnati a seguire modelli di business che ci porteranno ben oltre i limiti ammissibili.

I titoli sui combustibili fossili non verranno comprati da altri?

Sì, altri potrebbero comprare i titoli, sebbene l’ammontare che viene disinvestito attualmente è troppo piccolo per influenzare significativamente il mercato e ridurre il prezzo delle azioni, e di conseguenza quest’ultime non potranno venire acquistate a basso prezzo. Questo ci porta dritto all’essenza dell’impatto del movimento per il disinvestimento, il cui scopo non è causare la bancarotta economica dell’industria delle fossili, ma farlo moralmente e politicamente. Come una ricerca dell’University of Oxford mette in evidenza, la perdita finanziaria dovuta alla campagna del disinvestimento con il tasso di crescita più veloce nella storia non sarà causata tanto dalla vendita dei titoli, quanto tramite la perdita di reputazione che subiranno le società dei carburanti fossili a causa della loro stigmatizzazione.

Tuttavia, la campagna di disinvestimento dai combustibili fossili non si limita ad un’asserzione morale: ne sostiene anche una economica. I titoli investiti nelle società di combustibili fossili alimentano dei modelli di business che sono totalmente incompatibili con gli accordi internazionali sulla mitigazione del cambiamento climatico. Se i governi rispettano questi accordi, gli investimenti perderanno il loro valore, dunque disinvestire ora sembra economicamente più ragionevole.

Le organizzazioni che disinvestono perderanno dei soldi?

Non necessariamente: in realtà potrebbero persino guadagnarci economicamente. Società come la HSBC hanno avvisato i propri clienti dei rischi legati agli investimenti nei combustibili fossili. Malgrado le aziende operanti nel settore delle fossili siano tra le più redditizie al mondo, l’argomento delle riserve bloccate – ossia il fatto che gli investimenti nei combustibili fossili perderanno il loro valore se gli accordi internazionali sul cambiamento climatico verranno rispettati – suggerisce che il valore di tali aziende è largamente sovrastimato.

Il prezzo del carbone è diminuito sensibilmente nel corso degli ultimi anni, e il prezzo del petrolio ha fatto altrettanto negli anni recenti. Un’analisi del MSCI, società leader a livello mondiale per quanto riguarda l’indice del mercato azionario, ha evidenziato come i portafogli azionari privi di titoli legati ai combustibili fossili abbiano dato risultati più soddisfacenti negli ultimi cinque anni rispetto a quelli comprendenti titoli in aziende legate a carbone, gas o petrolio.
Ci sono anche molte opportunità di investimento nell’economia verde.  Alcuni ricercatori prevedono che le energie rinnovabili diventeranno la fonte di elettricità meno costosa nel prossimo decennio: il costo di quella solare è diminuito di due terzi tra il 2008 e il 2014, secondo il think-tank IEA.

Il disinvestimento significherà perdere influenza sulle società che producono combustibili fossili?

Jeremy Farrar, direttore del Wellcome Trust, sostiene questo punto di vista affermando che “non tutte le aziende legate alle fonti fossili sono uguali”, e possono essere influenzate attivamente attraverso l’impegno degli azionisti. Questo potere va perduto se un’istituzione disinveste.
Tuttavia esistono pochi casi di impegno che hanno portato a un cambiamento significativo. La stessa Wellcome Trust, per esempio, afferma che non possono comunicare simili risultati senza perdere la fiducia delle aziende sulle quali stanno facendo pressione. Un caso recente che viene spesso citato riguarda le risoluzioni degli azionisti della British Petroleum e della Shell, i quali hanno richiesto di verificare quanto i loro modelli di business siano compatibili con gli accordi internazionali sul cambiamento climatico. Tuttavia, sono stati sollevati dei dubbi sul potenziale impatto delle risoluzioni e la misura in cui gli attivisti abbiano collaborato con i giganti del petrolio dietro le quinte.

Il coinvolgimento degli azionisti può funzionare in alcuni casi – ad esempio per convincere le aziende  a pagare almeno il salario minimo ai propri dipendenti o ad adottare pratiche di riciclo migliori – ma come ha sottolineato l’attivista Bill McKibben è improbabile persuadere una società a impegnarsi in un cambiamento che in ultima analisi la porterà a ritirarsi dal mercato. Il leader ambientalista Jonathon Porritt ha passato molti anni cercando di influenzare come azionista tali società, ma ha concluso recentemente che i suoi sforzi sono stati futili. Vale anche la pena notare che alcuni regolatori di mercato, ad esempio negli Stati Uniti, non permettono questo tipo di strategia da parte degli azionisti.

I miei soldi sono investiti nei combustibili fossili?

Quasi certamente. Molte delle banche più importanti, tra cui HSBC, Lloyds, Barclays, Royal Bank of Scotland e  Santander, hanno milioni e milioni investiti nel settore. La maggior parte dei fondi d’investimento, incluse le migliaia di miliardi dei fondi pensione, investono ampiamente nei combustibili fossili e non offrono ai risparmiatori un’alternativa che escluda tali titoli, nonostante la richiesta sia in aumento. Nel Regno Unito, l’organizzazione benefica per gli investimenti responsabili Share Action aiuta a influenzare gli enti che gestiscono i fondi pensione, mentre Move your Money fa lobbying sulle banche affinché disinvestano.

Come parte della campagna “Keep it in the Ground”, il Guardian ha collaborato con Share Action per creare uno strumento online che aiuti a contattare la persona giusta nel fondo pensione di riferimento.

Va bene, sono interessato a disinvestire. Che cosa implica? Quanto ci si mette?

Se è personalmente interessato/a a disinvestire o a fare pressione sulle istituzioni alle quali è connesso/a per disinvestire, può verificare quali sono le campagne sul tema attive nel suo Paese.[6] Se ricopre una posizione di potere all’interno di un’organizzazione che potrebbe considerare l’ipotesi di disinvestire dai combustibili fossili, dovrebbe prima di tutto consultare i suoi consulenti per gli investimenti. È probabile che vi indirizzeranno ai principi dell’ONU per un investimento responsabile, che, seppure non privi di significato, rimangono meri principi e non  richiedono un concreto impegno di disinvestimento.

Un primo passo comunemente intrapreso è quello di congelare qualsiasi nuovo investimento nei combustibili fossili durante lo svolgimento di una revisione, la quale può durare diversi mesi. Varie istituzioni hanno definito il disinvestimento in vari modi, ma il movimento internazionale per il disinvestimento esorta alla rimozione degli investimenti dalle 200 maggiori aziende a livello mondiale (100 legate al carbone e 100 a gas e petrolio) in termini di emissioni di carbonio previste sulla base delle loro riserve.
Una volta che un’istituzione prende l’impegno di disinvestire può rimuovere i suoi investimenti diretti in queste società, o in maniera immediata o gradualmente in un arco di tempo determinato.

Successivamente vi è la questione degli investimenti indiretti: questi sono molto più difficili da rimuovere poiché si trovano in fondi combinati, ossia mix di titoli provenienti da diversi conti. I gestori di fondi che offrono opzioni d’investimento prive di combustibili fossili sono attualmente una minoranza. Gli investitori possono aprire un dialogo con i gestori o con i consulenti riguardo ai rischi legati al carbonio, oppure  passare a gestori che siano disponibili e in grado di creare fondi privi di titoli relativi alle fonti fossili. Per la seconda opzione è necessario molto più tempo: un orizzonte di cinque anni è in questo caso normale.

Altre organizzazioni, come la University of Sydney e un gran numero di fondi pensione, hanno intrapreso la strada della decarbonizzazione. Ciò significa l’impegno a eliminare le emissioni di anidride carbonica da tutte le aziende nei loro portafogli, anziché prendere come obiettivo esclusivamente le società legate ai combustibili fossili. Anche le Nazioni Unite hanno appoggiato la coalizione di investitori che ha intrapreso questo approccio, chiamata la coalizione del portafoglio della decarbonizzazione.

Dove possono essere reinvestiti i soldi disinvestiti dalle azioni in combustibili fossili?

Benché il movimento del disinvestimento non stabilisca dove gli investitori debbano spostare il proprio denaro, alcune istituzioni e attivisti hanno rivolto l’attenzione verso la green economy. Quando la Syracuse University ha disinvestito dai combustibili fossili si è impegnata allo stesso tempo a investire in una serie di soluzioni e processi green, che includono l’energia solare, i biocombustibili e il riciclaggio spinto. Diverse tra le fondazioni principali che fanno parte della coalizione Divest-Invest, tra cui la Rockefeller Brothers Fund e la Wallace Global Fund, hanno condiviso questo approccio.

Ikea è un esempio di multinazionale che si è focalizzata sugli investimenti in energie rinnovabili anziché sul disinvestimento dai combustibili fossili, investendo 1.1 miliardi in tecnologie per le energie pulite e riuscendo due anni fa a soddisfare quasi la metà del suo fabbisogno energetico totale grazie alle proprie fonti di energia rinnovabile. Le piattaforme di investimento etico possono aiutare a costruire un portafoglio di investimento “pulito”, come fa Ethex, un’organizzazione non-profit che lavora con i singoli investitori e consulenti finanziari per mettere in evidenza alternative economiche sostenibili rispetto ai classici investimenti in borsa.

Quali organizzazioni investono nei combustibili fossili?

La maggior parte delle istituzioni, tra cui università, organizzazioni religiose, enti locali, fondi pensione e organizzazioni benefiche posseggono dei capitali che sono quasi certamente investiti in una certa misura nell’industria dei combustibili fossili. Gli attivisti stanno mettendo in discussione questi investimenti a livello locale, nazionale ed internazionale, e come risultato molte organizzazioni hanno iniziato a disinvestire.
Puoi scoprire di più sul disinvestimento attraverso la campagna internazionale “Fossil Free” – condotta da 350.org – e la campagna #DivestItaly per quanto riguarda l’Italia.

 

Traduzione dell’articolo “A beginner’s guide to fossil fuel divestment” – scritto da Emma Howard e apparso sul Guardian il 23 giugno 2015 – a cura di FOCSIV e campagna #DivestItaly.

 

[1] Arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1984.

[2] L’Accordo di Parigi, stipulato in occasione della COP 21 nel Dicembre 2015, ha in seguito sancito l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C  .

[3] Secondo la stima dell’IPCC, le emissioni totali cumulate non devono eccedere le mille giga tonnellate (= 1.000 miliardi di tonnellate) di anidride carbonica per contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C.
https://www.theguardian.com/environment/2013/sep/27/ipcc-world-dangerous-climate-change

[4] Secondo una recente analisi effettuata dall’ong internazionale 350.org, il lasso di tempo in cui il budget di carbonio andrebbe ad esaurirsi sarebbe ancora più limitato.
http://www.divestitaly.org/lasciamoli-sotto-terra-ma-quanto/

[5] In seguito ad una crescita esponenziale, nel novembre 2016 le istituzioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 623, rappresentando un patrimonio del valore complessivo di circa 3.400 miliardi di dollari.
http://gofossilfree.org/commitments/.

[6] In Italia è attiva la campagna #DivestItaly, che mira a diffondere informazioni e aumentare la consapevolezza rispetto al tema del disinvestimento dalle fonti fossili e a esortare una serie di istituzioni a prendere impegni concreti di disinvestimento.