Il Comune di Assisi aderisce a #DivestItaly disinvestendo dalle fonti fossili

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La notizia arriva in concomitanza con  il  più grande annuncio congiunto di disinvestimento mai avvenuto nel mondo cattolico: 40 gli istituti coinvolti

 

Il Comune di Assisi diventa il primo ente locale in Italia ad esprimere l’intenzione di disinvestire dalle fonti fossili e reinvestire in energie rinnovabili, nel quadro di un più ampio impegno di riduzione delle emissioni di gas serra all’interno del proprio territorio attraverso la sottoscrizione del Patto dei Sindaci per il clima e l’energia.

La Città di Assisi aderisce al programma di disinvestimento delle fonti fossili promosso in Italia dalla campagna #DivestItaly, e lo fa attraverso un atto ancora più ampio che è l’adesione al Patto dei Sindaci, siglato con l’avallo dell’intero consiglio comunale della Città di Assisi in data 31 luglio 2017. – dichiara il Sindaco Stefania Proietti – Si tratta di un programma a livello europeo cui aderiscono oltre 7000 città d’Europa, che prevede la riduzione delle emissioni di COdel 40% entro il 2030. In pratica la Città di Assisi si impegna a ridurre del 40% tutte le emissioni di CO2 determinate dai sistemi edificio-impianto-trasporto pubblici ma anche privati; è quindi implicito in questa riduzione significativa delle emissioni di CO2 su tutto il territorio comunale il disinvestimento in fonti fossili e l’investimento invece in energie alternative, attraverso nuove strategie di sviluppo sostenibile integrate con le fonti rinnovabili.”

 Accogliamo con soddisfazione l’importante decisione della Città di Assisi di impegnarsi nel disinvestimento dalle fonti fossili e nel reinvestimento in energie rinnovabili nel quadro dell’adesione al Patto dei Sindaci – ha dichiarato Riccardo Rossella, coordinatore della campagna #DivestItaly per Italian Climate Network – Tale impegno rappresenta il primo caso in Italia da parte di un comune e si configura quindi come un importante riferimento per quanti, tra enti locali e altri tipi di investitori, intendano contribuire a vincere la sfida della transizione energetica attraverso un’azione concreta che punta a risolvere il problema delle emissioni di gas serra alla sua radice. Continuare ad investire in combustibili fossili appare sempre più come un’idea anacronistica, e ci auguriamo che l’esempio tracciato oggi dal Comune di Assisi venga seguito da un numero crescente di realtà nel nostro Paese. Come campagna #DivestItaly continueremo a promuovere questa scelta presso gli investitori pubblici e privati.

La decisione della Città di Assisi giunge parallelamente al nuovo annuncio congiunto di disinvestimento da parte di istituzioni cattoliche, coordinato dal Global Catholic Climate Movement. Previsto ufficialmente nella data simbolica del 4 ottobre, Festa di San Francesco d’Assisi, l’annuncio batte ogni precedente record coinvolgendo ben 40 organizzazioni provenienti da 11 paesi in tutti i continenti. Le diverse istituzioni, tra cui spicca il nome della Banca per la Chiesa e la Caritas della Germania, hanno espresso il proprio impegno a disinvestire dall’industria delle fonti fossili tanto sulla base del riconoscimento degli impatti che l’utilizzo di tali fonti ha sul Creato quanto in un’ottica di lungimiranza economica volta ad abbandonare o escludere investimenti che stanno diventando sempre più rischiosi. L’annuncio rappresenta un’ulteriore conferma del ruolo guida delle organizzazioni religiose all’interno del movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili: costituiscono infatti la categoria più ampia con il 25% circa degli impegni di disinvestimento presi a livello internazionale, che ad oggi hanno interessato 750 istituzioni di vario tipo per un totale di 5.530 miliardi di dollari di assets under management coinvolti.

Come in occasione del precedente annuncio di disinvestimento congiunto (10 maggio 2017) la presenza delle realtà italiane è significativa: sono infatti ben 10. Tra queste figurano tre istituzioni cattoliche della città di Assisi, vale a dire la Diocesi di Assisi-Nocera, il Sacro Convento e l’Istituto Serafico per sordomuti e per ciechi. Tali impegni vanno quindi ad affiancarsi a quello del Comune, evidenziando come l’intero territorio abbia deciso con convinzione di relegare le fonti fossili al passato e puntare sulle energie rinnovabili.


Contatti

Riccardo Rossella – Coordinatore campagna #DivestItaly, Italian Climate Network
riccardo.rossella@italiaclima.org

Federica Menghinella – Ufficio stampa Comune di Assisi
f.menghinella@hotmail.it

Disinvestimento e mondo cattolico: l’opinione di Bill McKibben in vista della più grande conferenza dedicata al tema

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L’ambientalista e fondatore di 350.org – l’organizzazione internazionale per il clima – Bill McKibben enfatizza il ruolo di primo piano che il mondo cattolico è chiamato ad assumere all’interno del movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili.
Lo fa quando mancano ormai solo due giorni alla conferenza internazionale “Laudato Si’ e investimenti cattolici: energia pulita per la nostra Casa Comune”, che riunirà a Roma diversi esponenti del mondo cattolico per discutere dell’esigenza morale e delle opportunità legate al ritiro dei propri investimenti dall’industria dei combustibili fossili e al reinvestimento nel settore delle energie rinnovabili, una scelta incoraggiata anche dalla campagna #DivestItaly.

 

In un mondo in cui troppe istituzioni si fanno strumento del potere e della ricchezza la Chiesa rimane un baluardo della parola, un luogo in cui le idee contano. E raramente sono state usate parole più efficaci di quelle pronunciate da Papa Francesco nella sua magistrale enciclica Laudato Si’Ho passato diverse settimane a leggere e rileggere questo testo mentre ne scrivevo una recensione approfondita per la New York Review of Books, la maggiore rivista letteraria degli Stati Uniti, ma ho la sensazione che vi ritornerò per il resto della mia vita.

Certo, l’eterna questione rimane il modo in cui mettere in pratica le parole. E una conferenza Vaticana su “Laudato Si’ e Investimenti Cattolici” offre un’opportunità unica, perché se davvero abbiamo intenzione di “ridurre drasticamente” le emissioni di carbonio “nei prossimi anni”, come ci raccomandano sia il Papa che la comunità scientifica internazionale, allora dobbiamo partire dal ridurre il potere dell’industria dei combustibili fossili.

Sappiamo che questo settore ha passato decenni a insabbiare la verità sui cambiamenti climatici. Ad esempio, dell’ottimo giornalismo investigativo dagli Stati Uniti ha dimostrato che la principale compagnia petrolifera, la Exxon, era stata informata dai propri scienziati già negli anni settanta che il pianeta si sarebbe riscaldato velocemente e con conseguenze pericolose.  Tuttavia, invece di divulgare tali avvertimenti la società li ha tenuti segreti, così come hanno fatto le altre aziende del settore.

Questo tipo di comportamento continua ancora oggi, dal momento che in tutto il mondo l’industria dei carburanti fossili finanzia quei politici che rallentano ogni tipo di azione concreta. Il motivo è che il profitto di queste aziende dipende dallo sfruttamento delle proprie riserve, che contengono cinque volte più carbonio di quanto, secondo la comunità scientifica, possiamo bruciare senza pericolo. Il loro piano d’affari garantisce un pianeta sul quale i poveri muoiono di fame mentre le coltivazioni appassiscono, sul quale i rifugiati fuggono da città che affondano e linee costiere in erosione, e sul quale il mondo naturale che eravamo stati incaricati di proteggere perde progressivamente tante delle creature che Dio aveva creato.

In risposta, il più grande movimento per il disinvestimento della storia si è affermato per tentare un cambiamento e fare pressione affinché venga attuato. Tutto è cominciato con un impulso dal mondo religioso, quando il premio Nobel per la pace e arcivescovo anglicano Desmond Tutu ci ha raccomandato di usare questo strumento, che contribuì a smantellare l’apartheid in Sud Africa una generazione fa, nella battaglia contro quella che ha definito come la grande sfida per i diritti umani del nostro tempo.  Alla sua chiamata hanno dato risposta istituzioni sia religiose che laiche di tutto il mondo, dal fondo pensionistico per i dipendenti della California al Concilio Mondiale delle Chiese.  Le istituzioni cattoliche hanno già giocato un ruolo importante: l’Università di Dayton negli Stati Uniti è stata una delle prime ad unirsi a questo sforzo, seguita da altre tra cui la Georgetown. Queste sono state subito seguite da sostenitori convinti come Trócaire e le Sorelle Francescane di Maria; dalle diocesi brasiliane e dalla Società Missionaria di San Colombano; dai Passionisti della Nuova Guinea e del Vietnam; dagli attivisti contro la fame della Chiesa Cattolica francese; dai fedeli cattolici di tutto il mondo.

Ma ora è giunto il momento per azioni ancora più ambiziose e significative, seguendo la guida del Cardinale Turkson, che subito dopo la pubblicazione della Laudato Si‘ ha fatto notare come “un genuino esame di coscienza ci indurrebbe a riconoscere non solo i nostri fallimenti a livello individuale, ma anche quelli sul piano istituzionale.”  In parole semplici, coloro che stanno ancora tentando di ricavare profitto dal surriscaldamento del pianeta hanno perso la sfida di amministrarlo adeguatamente.  Come cardinali, patriarchi e vescovi da ogni parte del mondo hanno affermato in un importante appello lanciato nel 2015 in vista della conferenza sul clima di Parigi (COP 21), dobbiamo “mettere fine all’era dei combustibili fossili”.  Queste parole sono molto serie, e dovrebbero avere delle precise conseguenze sulle politiche di investimento del Vaticano e delle altre istituzioni cattoliche.

Molti hanno sostenuto, in modo convincente, che ci sono dei solidi motivi economici in favore del disinvestimento, ora che l’industria delle fonti fossili comincia a vacillare nei confronti del settore delle rinnovabili.  E di sicuro coloro che hanno già disinvestito hanno ottenuto guadagni finanziari.  Ma almeno per quanto riguarda le istituzioni a carattere religioso, non è stata questa la ragione alla base della scelta di disinvestire. Come ha affermato il rettore dell’ Università Cattolica di Dayton quando hanno disinvestito il loro portfolio di titoli da 600 milioni di dollari nel 2014, “non possiamo ignorare le conseguenze negative dei cambiamenti climatici, che hanno un impatto sproporzionato sulle persone più vulnerabili della Terra“.

Il 2016 è stato l’anno più caldo che abbiamo mai misurato sul nostro pianeta, superando così il record che avevamo già stabilito nel 2015, che a sua volta aveva superato il record del 2014.  Il 2017 dovrà essere l’anno nel quale stabiliremo dei nuovi primati, per agire, per prenderci cura del nostro pianeta, per trasformare delle belle parole in una realtà ancora più bella.

Disinvestimento dalle fonti fossili e investimenti in energia pulita all’interno del mondo cattolico: se ne parla a Roma il 27 gennaio

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Venerdì 27 gennaio segnerà una data di particolare rilievo nel percorso di crescente sensibilizzazione e impegno del mondo cattolico sui temi dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e delle energie rinnovabili.

Presso la Sala Pio XI della Pontificia Università Lateranense di Roma si terrà infatti la conferenza Laudato Si’ e Investimenti Cattolici: Energia Pulita per la nostra Casa Comune, un importante appuntamento per rispondere concretamente all’appello alla conversione ecologica lanciato da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Si’, nel segno della consapevolezza che l’urgenza di agire subito sulla strada della transizione verso la giustizia climatica richiede un’azione comune da parte delle diverse realtà del mondo cattolico.

L’evento, promosso da sei organizzazioni cattoliche nazionali e internazionali tra cui la FOCSIV – tra i principali soggetti promotori della campagna #DivestItaly – si propone di esaminare i legami tra disinvestimento dai combustibili fossili, investimenti in energia rinnovabile gestita da comunità locali e organizzazioni cattoliche. Una tematica che richiama grande attenzione, come testimoniato dall’alto profilo dei relatori che interverranno durante l’evento, tra cui spiccano i nomi di Christiana Figueres, ex Segretario Esecutivo dell’UNFCCC, del Cardinale Peter Turkson, tra i principali collaboratori di Papa Francesco nella stesura della Laudato Si’, e di Mark Campanale della Carbon Tracker Initiative.

#DivestItaly sarà presente alla conferenza, in continuità con l’impegno di confronto e incoraggiamento nei confronti del mondo cattolico sul tema del disinvestimento dalle fonti fossili.

Per maggiori informazioni sull’evento è possibile visitare il sito http://www.investirenellalaudatosi.com/

10 miti da sfatare sul disinvestimento dai combustibili fossili

Il disinvestimento è solo un’azione simbolica o ha una reale capacità di influenzare i modelli di investimento? Chi decide di disinvestire andrà incontro a perdite economiche? I combustibili fossili sono davvero essenziali per lo sviluppo dei Paesi più poveri?
Queste e altre questioni sono state affrontate nell’articolo “10 myths about fossil fuel divestment put to the sword”, scritto da Damian Carrington e apparso sul Guardian il 9 marzo 2015, del quale proponiamo la traduzione.

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1) Disinvestire dai combustibili fossili comporterà la fine della civiltà moderna.

È vero: gran parte dell’energia di oggi, così come molti materiali e sostanze utili come plastica e fertilizzanti, proviene dalle fonti fossili. La campagna per il disinvestimento, tuttavia, è ben consapevole che non ci sarà una cessazione immediata dell’utilizzo dei combustibili fossili  e tantomeno auspica il ritorno al tempo delle caverne, ognuno ad accendere il proprio fuoco. La campagna evidenzia invece come l’utilizzo sempre crescente delle fonti fossili costituisca la prima causa del fenomeno del surriscaldamento globale, e come questo rappresenti la vera minaccia per la civiltà moderna. Nonostante siano già in possesso di una quantità di riserve accertate tre volte superiore a quanto potrebbe essere bruciato stando agli accordi internazionali dei governi sul clima, le società legate ai combustibili fossili continuano a sborsare ingenti somme per scovare nuovi giacimenti. Fatte queste considerazioni, quindi, appare sensato ritirare i propri investimenti dalle aziende impegnate a gettare benzina sul fuoco del cambiamento climatico.

2) Noi tutti usiamo combustibili fossili ogni giorno, per cui disinvestire è ipocrita

Anche in questo caso, la questione non è la fine dell’uso delle fonti fossili dal giorno alla notte. Al contrario, l’organizzazione 350.org – che guida la campagna per il  disinvestimento a livello internazionale – richiede agli investitori di impegnarsi a liquidare i propri  investimenti in carbone, petrolio e gas nell’arco di cinque anni. È vero che si continueranno a bruciare combustibili fossili anche in seguito, ma il punto è quello di invertire la tendenza odierna di un crescente aumento delle emissioni di carbonio in una tendenza di costante diminuzione di tali emissioni.  Inoltre, alcuni di coloro che sostengono la strategia “disinvestire-investire” trasferiscono capitali nell’energia pulita e nell’efficienza energetica, settori che hanno già iniziato a guidare la transizione verso un mondo a bassa intensità di carbonio.


3) Disinvestire non è un’azione significativa, ma solo un gesto politico

Liberarsi di qualche azione legata ai combustibili fossili non porta, nell’immediato, ad alcun cambiamento significativo nella quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Tuttavia, quest’argomentazione non ha niente a che vedere con l’essenza del significato del disinvestimento, che mira a togliere legittimità all’industria dei combustibili fossili il cui attuale modello di business porterà a “gravi, diffusi e irreversibili” impatti sulle persone. Il disinvestimento, infatti, opera tramite stigmatizzazione, come sottolineato in un rapporto della Oxford University: “Il risultato del processo di stigmatizzazione pone una minaccia su vasta scala per le aziende legate ai combustibili fossili. Qualsiasi impatto diretto impallidisce al confronto. “

L’argomentazione del “gesto politico”, inoltre, trascura il potere politico dell’industria dei combustibili fossili, la quale soltanto negli Stati Uniti ha speso nel 2012 più di 400 milioni di dollari (265 milioni di sterline) in lobbying e donazioni. Erodere questa capacità di lobbying comporta una maggiore libertà d’azione per i politici, e lo studio della Oxford University ha dimostrato che le precedenti campagne di disinvestimento – contro l’apartheid in Sud Africa, il tabacco e le violenze in Darfur – sono state tutte seguite da nuove leggi restrittive.

Questi paragoni evidenziano anche la dimensione morale al centro della campagna di disinvestimento dalle fonti fossili. Un’altra considerazione, di natura economica, avverte gli investitori che i loro capitali legati ai combustibili fossili potrebbero perdere di valore, qualora il cambiamento climatico fosse contrastato seriamente. Infine, supportare il disinvestimento non significa rinunciare a fare pressione diretta sui politici affinché agiscano, né rinunciare a qualsiasi altra campagna sul cambiamento climatico.

4) Il disinvestimento è inutile: non può far fallire le industrie del carbone, petrolio e gas

Un numero sempre maggiore di organizzazioni sta disinvestendo, dal Consiglio comunale di Oslo alla Stanford University al Rockefeller Brothers Fund, ma di certo le somme sono relativamente piccole rispetto al grande valore delle aziende legate alle fonti fossili.[1] Tuttavia l’obiettivo del disinvestimento non è far fallire le società di combustibili fossili da un punto di vista finanziario, bensì morale. Questo minerebbe la loro influenza e contribuirebbe a creare le condizioni per forti politiche di tagli alle emissioni di carbonio, che potrebbero avere conseguenze finanziarie.

Gli investitori stanno già cominciando a mettere in discussione il valore futuro dei capitali delle società di combustibili fossili. Per esempio, è da notare come nessuna grande banca è disposta a finanziare il colossale progetto del bacino carbonifero Galilea in Australia. Questo mito può anche essere ribaltato considerando il rischio che le aziende legate alle fonti fossili mandino in bancarotta i loro investitori. Molte voci autorevoli – come il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim e quello della Banca d’Inghilterra Mark Carney – hanno infatti avvertito che gli sforzi volti a contrastare i cambiamenti climatici potrebbero rendere molte riserve di combustibili fossili inutili e senza valore. Se l’abbandono delle fonti fossili non avviene in modo graduale e pianificato, gli investitori potrebbero ritrovarsi a perdere migliaia di miliardi di dollari non appena scoppierà la “bolla di carbonio”.

5) Disinvestire significa cedere delle azioni a prezzo stracciato a quegli investitori che non hanno nessuna attenzione riguardo ai cambiamenti climatici.

Per vendere un titolo occorre avere un acquirente. Ma le somme oggetto di disinvestimento sono ancora troppo piccole per influenzare il mercato e ridurre i prezzi delle azioni, quindi quest’ultimi non saranno economici. Inoltre gli acquirenti delle azioni stanno correndo il rischio che i titoli legati ai combustibili fossili possano risultare fallimentari in futuro se le nazioni del mondo rispetteranno il loro impegno di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei  2 °C tagliando drasticamente le emissioni di carbonio[2]. Se questi titoli sono rischiosi, allora le istituzioni pubbliche che per prime sono chiamate in causa dal disinvestimento non dovrebbero possederne. Il fatto che possedere azioni significhi avere influenza su un’azienda ci porta direttamente al prossimo mito sul disinvestimento.

6) La pressione degli azionisti sulle aziende di combustibili fossili è il modo migliore per guidare il cambiamento

Questo argomento sarebbe fondato se ci fossero prove evidenti per sostenerlo. Quando, per  citare un caso, il Guardian ha chiesto al Wellcome Trust di fornire esempi in cui la pressione degli azionisti aveva portato a un cambiamento, il Wellcome Trust non è stato in grado di rispondere. Inoltre, come l’attivista Bill McKibben ha sottolineato, difficilmente tale pressione potrebbe convincere una società a un impegno che la porterebbe in ultima analisi ad uscire dal mercato. In effetti alcuni regolatori del mercato,  a titolo esemplificativo quelli negli Stati Uniti, non consentono questo tipo di coinvolgimento.

Il grande esperto ambientalista Jonathon Porritt ha trascorso molti anni impegnandosi direttamente con le aziende dei combustibili fossili, solo per arrivare alla recente conclusione che tali sforzi sono stati vani. Tuttavia un coinvolgimento serio potrebbe portare alcuni cambiamenti, e nel 2015, infatti, sia BP che Shell hanno dovuto supportare alcune risoluzioni presentate dagli azionisti. Ma tali risoluzioni  hanno bisogno di specifiche proposte di cambiamento e scadenze per essere efficaci. In ogni caso, non si tratta di una  scelta tra due alternative: molti attivisti vedono infatti il disinvestimento come il bastone e il coinvolgimento degli azionisti come la carota, entrambi mirati allo stesso obiettivo finale.

7) Il disinvestimento significa che gli investitori perderanno denaro

Molti di coloro che hanno disinvestito finora sono organizzazioni filantropiche, università e istituzioni religiose che usano le sovvenzioni per finanziare le proprie opere di bene. La svendita di tutti i titoli legati ai combustibili fossili potrebbe ridurre di molto le loro entrate, dicono i critici, visto che le aziende del settore hanno rappresentato degli investimenti molto redditizi nel corso degli ultimi decenni.

La prima risposta a questa affermazione è che, per molti di questi gruppi, il denaro non è più forte dei principi etici. La seconda è che, quando si tratta di investimenti, il passato non ha niente a che vedere con il futuro. Negli ultimi anni il valore delle riserve di carbone è precipitato, così come ha fatto il prezzo del petrolio negli ultimi mesi, il che significa che il recente disinvestimento da alcuni fondi ha in realtà evitato delle perdite. Una serie di analisi ha inoltre suggerito che il disinvestimento non debba necessariamente intaccare i profitti.

Naturalmente i prezzi del petrolio potrebbero conoscere una ripresa, e forse perfino quelli del carbone. Tale volatilità tuttavia è sgradita agli investitori, i quali cercano entrate costanti. Per quanto riguarda gli investitori a lungo termine, essi sono stati messi in guardia dalle principali istituzioni finanziarie – tra cui HSBC, Citi, Goldman Sachs e Standard and Poor’s – sui rischi posti dagli investimenti nei combustibili fossili, in particolare per quanto riguarda il carbone.

Forse il modo migliore per rispondere a questo mito è il motto “provare per credere”: più di 180 organizzazioni, infatti, si sono già domandate se il disinvestimento possa rappresentare un aiuto o un ostacolo per i loro obiettivi, per poi decidere di metterlo in atto.[3] Il caso più emblematico è rappresentato dal Rockefeller Brothers Fund, legato a un noto gruppo petrolifero. Valerie Rockefeller Wayne si è resa conto che finanziare le aziende che causano i problemi che si cerca di affrontare con i programmi della fondazione stessa è una cosa abbastanza stupida: “Avevamo degli investimenti che mettevano a rischio le nostre donazioni.

8) I combustibili fossili sono fondamentali per porre fine alla povertà nel mondo

Coloro che sono a favore dei combustibili fossili spesso affermano che carbone, petrolio e gas sono alla base del mondo moderno e che sono fondamentali per migliorare le vite delle persone più povere. È un’argomentazione che fa leva sull’emotività, ma l’ultimo report dell’IPCC (il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), – scritto e revisionato da migliaia di autorevoli esperti a livello mondiale e approvato da 195 Paesi – giunge alla conclusione diametralmente opposta: il cambiamento climatico causato dalla combustione incontrollata delle fonti fossili rappresenta “una minaccia per lo sviluppo sostenibile”.

Il report avverte inoltre che il surriscaldamento globale potrebbe avere un impatto serio e irreversibile sulle persone e che “limitare i suoi effetti è necessario per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e giustizia, e di conseguenza per sradicare la povertà”. L’IPCC ha proseguito aggiungendo che si prevede che gli effetti del cambiamento climatico “prolungheranno la povertà esistente e creeranno nuove trappole della povertà”.

Non si potrebbe essere più chiari. La sfida è assicurare lo sradicamento della povertà attraverso un dispiegamento di tecnologia pulita su vasta scala, e cominciare a ritirare capitali dai combustibili fossili attraverso  il disinvestimento potrebbe essere di grande aiuto.

9) La maggior parte dei combustibili fossili sono di proprietà di società statali, non delle aziende quotate in borsa oggetto delle campagne di disinvestimento

È vero. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il 74% di tutte le riserve di carbone, petrolio e gas naturale sono di proprietà di società statali. La risposta più diretta a questa obiezione è che il disinvestimento è soltanto uno dei molti modi per cercare di frenare le emissioni di carbonio, e che sarà certamente fondamentale un’azione internazionale a livello statale. Ci sono però dei motivi che spiegano perché il disinvestimento potrebbe essere d’aiuto. Le aziende di combustibili fossili elencate hanno una grande influenza e minare il loro potere potrebbe incoraggiare i politici dei maggiori paesi ad intraprendere delle azioni climatiche ambiziose a livello internazionale.

Tuttavia, molte delle maggiori società statali vendono le proprie azioni mentre allo stesso tempo stipulano contratti con le aziende quotate in borsa per aiutarle ad estrarre le loro riserve. Inoltre, le riserve controllate dallo stato tendono ad essere le più semplici ed economiche da estrarre e son quindi verosimilmente quelle che esauriranno l’ultima parte rimanente del budget di carbonio dell’atmosfera, vale a dire i circa mille miliardi di tonnellate di carbonio che gli scienziati dichiarano essere la soglia oltre la quale gli impatti dei cambiamenti climatici diventeranno più pericolosi. Infine, gli idrocarburi estraibili con i metodi più costosi e impattanti – come le sabbie bituminose e le riserve situate nell’Artico e nei fondali marini – che dovrebbero tassativamente restare nel sottosuolo, sono ad appannaggio quasi esclusivo delle aziende target delle campagne di disinvestimento.

10) Il modo in cui gli altri investono il proprio denaro non è affar tuo

In primo luogo, alcuni attivisti per il disinvestimento hanno come target i propri stessi fondi pensione: sono i loro soldi. Ma anche se così non fosse, l’impatto degli investimenti in combustibili fossili non si limita soltanto ai titolari degli investimenti stessi. Le emissioni di carbonio dovute alla combustione delle fonti fossili sono tra le cause del cambiamento climatico che colpisce tutta la popolazione del pianeta. Inoltre, l’argomentazione del “non sono affari tuoi” implicherebbe una delegittimazione di qualsiasi campagna per il disinvestimento, senza le quali i danni provocati dal tabacco e dall’apartheid in Sud Africa sarebbero potuti continuare molto più a lungo.

Traduzione a cura di Italian Climate Network e FOCSIV.

[1] In seguito a una crescita esponenziale degli impegni di disinvestimento, i capitali gestiti dalle organizzazioni che hanno deciso di disinvestire ammonta nel dicembre 2016 a un valore complessivo di circa 5.200 miliardi di dollari. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

[2] L’Accordo di Parigi, siglato in occasione della COP 21 nel dicembre 2015, ha sancito ufficialmente l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, perseguendo ogni sforzo per rimanere entro il limite di 1.5°C, da parte dei 195 Paesi firmatari.

[3] Al dicembre 2016, le istituzioni e organizzazioni che in tutto il mondo hanno preso impegni di disinvestimento risultano essere 688. Fonte: http://gofossilfree.org/commitments/.

Raddoppiano in soli 15 mesi gli impegni di disinvestimento dalle fonti fossili a livello mondiale

Nel corso della giornata del 12 dicembre 2016, anniversario dell’Accordo di Parigi, sono stati resi pubblici i nuovi dati sul disinvestimento dalle fossili a livello mondiale: più di 600 istituzioni impegnate a disinvestire, un valore totale dei capitali gestiti di oltre 5.000 miliardi di dollari, e un movimento che non accenna a rallentare la sua rapida espansione.

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Un anno fa, dopo due settimane di intensi negoziati, 195 Stati adottavano l’Accordo di Parigi, il più ambizioso accordo mai raggiunto sulla riduzione dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatici. Per festeggiare il primo anniversario di questo storico risultato non poteva esserci migliore notizia che la pubblicazione dei nuovi dati relativi al movimento internazionale per il disinvestimento dalle fonti fossili, che evidenziano come dal settembre 2015 il valore totale degli impegni di disinvestimento siano raddoppiati: un aumento impressionante, che conferma come il movimento stia crescendo a un ritmo che non ha eguali se paragonato alle precedenti campagne per il disinvestimento.

Secondo quanto riportato dal terzo rapporto annuale a cura di Arabella Advisors, rilasciato durante la giornata di ieri dal network Divest-Invest, 688 istituzioni di diverso tipo e oltre 58.000 privati cittadini in 77 paesi del mondo hanno assunto impegni di disinvestimento dai combustibili fossili, per un valore totale dei capitali gestiti superiore a 5.000 miliardi di dollari.

Il report, che analizza nel dettaglio i dati e i trend relativi al movimento per il disinvestimento nell’ultimo anno, sottolinea come nel mondo finanziario stia aumentando sempre di più la consapevolezza dei rischi legati al mantenimento di investimenti nelle aziende fossili, le quali si troveranno sempre più nell’impossibilità di sfruttare le proprie riserve dati i vincoli alle emissioni via via più stringenti che si prospettano negli anni a venire. In questo senso il legame tra la forte crescita degli impegni di disinvestimento nel corso del 2016 e l’Accordo di Parigi è evidente: quest’ultimo infatti non solo ha fornito la necessaria cornice politica di riferimento per strategie di mitigazione delle emissioni a livello statale, ma ha anche e soprattutto avuto il merito di sancire chiaramente l’inizio della fine dell’era delle fossili, dando un decisivo impulso ad attori privati, organizzazioni di vario tipo e società civile per il moltiplicarsi degli sforzi verso la decarbonizzazione. Tale legame è stato evidenziato anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, che ha parlato di una transizione verso le energie pulite “inevitabile, vantaggiosa per tutti e già ben avviata”, dove “gli investitori giocano un ruolo chiave”.

Commentando i nuovi dati, May Boeve, Direttrice Esecutiva dell’ONG internazionale 350.org, ha affermato che “mentre stiamo vivendo le ultime settimane dell’anno più caldo della storia, il 2016, il successo del movimento per il disinvestimento si dimostra innegabile”. Sulla stessa linea Yossi Cadan, coordinatore delle campagne divestment a livello internazionale per la stessa ONG: “ Il disinvestimento dalle fonti fossili è diventato un movimento mainstream, che interessa capitali per oltre 5.000 miliardi di dollari, perché la società e le nostre istituzioni sono consapevoli della necessità di un rapido allontanamento da un’economia basata sulle fonti fossili”. Nonostante questo, prosegue l’attivista, il cambiamento in atto è ancora troppo lento rispetto a quanto necessario: per questo motivo occorre continuare a tenere viva l’attenzione rispetto al tema e a fare pressione sui diversi attori economici affinchè si uniscano a quanti hanno già deciso di disinvestire.

L’appuntamento è quindi per la Global Divestment Mobilisation, che si terrà dal 5 al 13 maggio 2017 con azioni e iniziative pro-disinvestimento previste in tutto il mondo, per proseguire sulla strada oramai tracciata di un futuro libero dai combustibili fossili e dal loro impatto sul clima.

FOCSIV annuncia la propria decisione di disinvestire dalle fonti fossili insieme ad altri 7 istituti cattolici

In occasione della festa di San Francesco d’Assisi, la FOCSIV e le Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli si uniscono ad altri 6 istituti religiosi cattolici di tutto il mondo nell’annunciare congiuntamente l’impegno ufficiale a ritirare i propri investimenti dalle fonti fossili.

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La giornata del 04 Ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, segna un’importante avvenimento per il movimento internazionale per il disinvestimento: 8 diversi istituti cattolici hanno infatti dichiarato pubblicamente la loro decisione di ritirare i propri investimenti nei combustibili fossili, nel più esteso annuncio congiunto di questo tipo mai avvenuto finora. Tra questi, spiccano i nomi italiani della FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco di Milano e Napoli, che vanno ad aggiungersi ai Padri Gesuiti dell’Upper Canada, la Presentation Society in Australia e in Papua Nuova Guinea, la Sisters of St. Mary Health negli Stati Uniti, la Diocesi del Santo Spirito di Umuaramá nello stato brasiliano di Paraná e la Società Missionaria internazionale di San Colombano, presente a Hong Kong e in altri 14 stati del mondo. Sul piano internazionale è stato determinante il lavoro di coordinamento svolto dal Global Catholic Climate Movement (GCCM), network globale di istituti cattolici impegnati nella questione climatica al quale molte delle organizzazioni sopracitate aderiscono.

Si tratta di un ulteriore, importante passo in avanti nel percorso di sensibilizzazione e presa di coscienza del mondo religioso rispetto all’impatto degli investimenti nelle fossili, che fa seguito ad altri recenti avvenimenti in chiave divestment quali il riconoscimento pubblico del movimento per il disinvestimento da parte del Cardinale Peter Turkson, o l’annuncio da parte del Governo del Marocco (che ospiterà a Novembre la COP 22) di dotare 600 mosche in tutto il territorio nazionale di sistemi di energia solare entro Marzo 2019.

Secondo quanto affermato da Gianfranco Cattai, Presidente di FOCSIV, “l’annuncio di disinvestimento è per FOCSIV un impegno importante per la promozione della giustizia climatica. Siamo fermamente convinti che per contrastare i cambiamenti climatici dobbiamo agire alla radice del problema, eliminando il sostegno finanziario al settore dei combustibili fossili per reinvestirlo in fonti rinnovabili. […] Continueremo a sensibilizzare altri Istituti religiosi: insieme, come cattolici, abbiamo il dovere morale di essere testimoni di un impegno concreto per fermare la crisi climatica e promuovere la giustizia ambientale”.

La decisione di FOCSIV e delle Suore Salesiane di Don Bosco rappresenta una tappa importante per la campagna #DivestItaly, che da oltre un anno si rivolge a soggetti di vario tipo – in particolare all’interno del mondo cattolico italiano – per incoraggiare a prendere la decisione di abbandonare gli investimenti nelle aziende legate alle fonti fossili. In particolare, l’annuncio di FOCSIV – che si è impegnata a ritirare progressivamente i propri investimenti nelle fossili nell’arco di 5 anni – testimonia ulteriormente l’impegno concreto dell’organizzazione sul tema del disinvestimento, iniziato con l’adesione a #DivestItaly nel Marzo 2016.

Con un numero di adesioni in costante crescita, il movimento internazionale per il disinvestimento si propone sempre più credibilmente come promotore di una strategia efficace per limitare le emissioni di gas serra e raggiungere i target di contenimento dell’aumento della temperatura globale fissati con l’Accordo di Parigi (+2°C rispetto all’era preindustriale, perseguendo ogni sforzo per rimanere al di sotto di +1,5°C). Una strategia per altro quanto mai necessaria, dal momento che per centrare tali obiettivi una quantità pari ad almeno l’80% delle riserve di combustibili fossili dovrà essere lasciata sotto terra.