Duecento occasioni per perdere soldi: la pubblicazione del rapporto annuale The Carbon Underground 200

Disinvestire dai combustibili fossile in Italia

Investire in società legate all’estrazione di combustibili fossili, come carbone, petrolio e gas, può essere molto rischioso, soprattutto per il nostro portafoglio. L’Accordo di Parigi pone infatti un limite all’aumento della temperatura media terrestre di due gradi rispetto all’era preindustriale, auspicando inoltre che venga fatto quanto possibile per rimanere entro la soglia di +1,5 °C. Poiché l’aumento della temperatura è causato principalmente da carbone, petrolio e gas, attraverso le emissioni che rilasciano nell’atmosfera quando vengono bruciati, sappiamo con certezza che i vincoli a livello internazionale impediranno alle società di estrazione di sfruttare pienamente i loro giacimenti. Il rischio quindi è quello di investire in società il cui potenziale produttivo è minore di quello dichiarato. Ma quanto minore?

E’ quello che ha calcolato Fossil Free Indexes, l’istituto che ha recentemente pubblicato l’edizione del 2017 del suo rapporto annuale The Carbon Underground 200, che prende in considerazione le 200 società di estrazione quotate in borsa che hanno i maggiori giacimenti al mondo. Dapprima l’istituto ha calcolato quante emissioni i vincoli internazionali permetteranno a queste società di causare da qui al 2050. La cifra appare ragguardevole: si tratta in effetti di 80,8 miliardi di tonnellate di carbonio che potranno essere immesse nell’atmosfera fino alla metà del secolo. E tuttavia, calcolando i combustibili fossili nei giacimenti come possibili emissioni (appunto ‘il carbonio sottoterra’, come suona in italiano il titolo del rapporto), queste 200 società hanno riserve sufficienti a emettere, fino al 2050, 491,9 miliardi di tonnellate di carbonio. Sei volte tanto quel che sarà loro consentito. Ora, una società che comunica al pubblico di avere un capitale del 608% superiore a quello reale è come minimo una società da evitare. Per questo il movimento del disinvestimento dalle fonti fossili sta accelerando il passo, come racconta il rapporto.

Quest’ultimo fa il punto sull’annunciata uscita degli Stati Uniti di Trump dall’Accordo di Parigi, sottolineando al tempo stesso come la spinta verso un’economia a basso impatto di carbonio sia ormai costante. I segnali del resto sono molteplici, a partire dalla volontà di rispettare gli impegni internazionali che numerosi enti locali americani hanno ribadito fino ai provvedimenti come il divieto della vendita di auto non elettriche, preso – prevedendo scadenze diverse – da Olanda, India, Francia e Regno Unito. Sempre più incoraggianti anche i miglioramenti in termini di efficienza ed economicità delle tecnologie legate alle energie rinnovabili: per citare qualche esempio, la danese Dong Energy costruirà per la prima volta al mondo due impianti eolici nel mare del Nord senza l’aiuto di sussidi pubblici, mentre l’energia solare ha raggiunto la parità in rete con le fonti fossili in più di 30 paesi, tra cui Cile e Australia, e infatti a livello globale, pur in presenza di una leggera flessione degli investimenti, la capacità installata delle rinnovabili è aumentata dall’anno scorso del 9%.

Come era lecito attendersi, sono quindi aumentati anche i fondi ‘disinvestiti’ dalle fonti fossili, che in un solo anno sono passati da 3.500 miliardi di dollari a 5.500 miliardi di dollari: si tratta di denaro proveniente da fondazioni, organizzazioni religiose, ma anche città (Città del Capo) o nazioni (Irlanda), e naturalmente università, dove il movimento per il disinvestimento è iniziato (anche Harvard ha finalmente ‘sospeso’ alcuni investimenti in fonti fossili, significativamente per via delle perdite accumulate).

Più difficile è invece ancora investire in energia rinnovabile: il mercato è agli inizi e le società quotate in borsa non sono molte. Ne esiste tuttavia un numero discreto nell’eolico, e si può più frequentemente finanziare l’avvio di un’attività o entrare in partecipazione nell’impresa. Non mancano inoltre i fondi di investimento socialmente responsabili e nemmeno veri e propri ‘titoli verdi’, i green bonds, di stato (Francia, Polonia, Nigeria) o privati (Apple).

Anche la pressione degli azionisti sulle società di estrazione è prevedibilmente rimasta alta, sostenuta dalla raccomandazione effettuata a dicembre 2016 dalla Task Force sulla Trasparenza Finanziaria legata al Clima. Per quanto le risoluzioni presentate per obbligare il management delle società di estrazione ad analizzare i rischi legati agli accordi internazionali sul clima siano diminuite, queste hanno incontrato maggior supporto tra gli azionisti e spesso sono state ritirate perché il management ha consentito ad adottare una trasparenza su questi rischi (è il caso di Chevron).

Ma, infine, quali sono queste società di estrazione? Nel campo del carbone, ai primi posti troviamo i colossi di India e Cina, paesi in cui la produzione di carbone nell’ultimo anno è aumentata. Hanno infatti giocato un ruolo determinante il grande fabbisogno di elettricità indiana e un cambio di direzione nella politica cinese, causato paradossalmente da politiche ambientali troppo drastiche, che avevano ridotto a tal punto la produzione di carbone cinese da doverne importare dall’estero.

Per quanto riguarda gas e petrolio, invece, in testa abbiamo le grandi società russe e cinesi, seguite dalle multinazionali occidentali come Exxon, Shell e Chevron, con una concentrazione delle risorse ancora maggiore che nel settore carbonifero: il 70% delle riserve è appannaggio delle prime dieci società, laddove nel caso del carbone si arriva ‘solo’ al 50%.

Si tratta però di colossi dai piedi d’argilla, a dispetto dei nomi illustri. Come conclude il rapporto nelle sue previsioni finali, infatti, si moltiplicano e diffondono i segnali di rischio in questo tipo di investimenti. In particolare, il Mercer’s Trillion Dollar Transformation Report stima che i dividendi pagati dalle società nel settore del carbone e petrolio diminuiranno nei prossimi 35 anni, rispettivamente, fino al 74% e 63%. Insomma, è del tutto ragionevole non investire nei combustibili fossili per non gettare al vento, è il caso di dirlo, i propri risparmi. Se poi pensiamo che “en passant” contribuiremo a conservare un pianeta abitabile per la razza umana, la scelta appare sufficientemente chiara.

Pietro Reggiani

 

E’ possibile richiedere l’elenco completo delle 200 società – e scoprire così se si detengono investimenti in esse – attraverso il sito fossilfreeindexes.com.